La più deprimente di tutte le saghe

Due appunti di Canetti sulla storia, risalenti al 1950:

«Darei molto se potessi disimparare a vedere il mondo nella prospettiva della storia. Questa divisione per anni è miserevole, tanto più quando si estende alla vita degli animali e delle piante nei periodi in cui non era ancora gravata della nostra presenza. La corona della tirannia umana è il computo degli anni; la più deprimente di tutte le saghe è quella che racconta che il mondo sarebbe stato creato per noi».

Ovviamente noi oggi sappiamo – dovremmo saperlo per lo meno dai tempi di Spinoza – che non siamo affatto il fine della vita o della creazione, e che il nostro impero nell’impero è fasullo; eppure né la conoscenza, né lo scetticismo, nemmeno un fugace sospetto scalfisce la credenza di fondo, e così ci comportiamo come se fossimo davvero i padroni del tempo e dello spazio storico. E come se la storia non potesse procedere altrimenti che così. Canetti fa a tal proposito un’ulteriore osservazione:

«La storia presenta tutto come se niente si fosse potuto svolgere altrimenti. Invece si sarebbe potuto svolgere in cento modi. La storia si mette dalla parte di quel che è avvenuto e lo distacca dal non avvenuto costruendo solide connessioni. Tra tutte le possibilità si basa su quella sola che è sopravvissuta. Così agisce sempre la storia, come se fosse dalla parte dell’avvenimento più forte, cioè di quello realmente avvenuto; non sarebbe potuto rimanere non avvenuto, doveva avvenire».

L’impensabile, l’impensato

Giunti ormai sull’orlo di una catastrofe generale, si sente spesso dire: ciò che fino a qualche tempo fa era impensabile, sta ora avvenendo. E sta avvenendo nel 2023 – come se essere arrivati a questo secolo e a questo anno e a questo livello di “progresso”, ci dovesse salvaguardare dall’impensabile o dall’assurdo o da una barbarie pregressa.
In realtà quell’impensabile si fonda sull’impensato – non tanto nel suo significato prevalente di imprevisto e di inimmaginabile, ma più letteralmente come ciò che non pensato resta nascosto, come nel sottosuolo, nell’inconscio collettivo, in una zona oscura.
Potremmo fare l’elenco di questi “impensabili” che fuoriescono dalle crepe dell’impensato. Un elenco che di anno in anno si allunga sempre di più.

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Filosofie della storia – 3. Nuovi mondi: le Americhe, l’Oriente. “Selvaggi” e civilizzati

[traccia dell’incontro del gruppo di discussione filosofica del 16.01.2023]

Questo e il prossimo si possono considerare un unico incontro da suddividere in due puntate: tratteremo dell’istituirsi, con la modernità occidentale a partire dalla fine del XV secolo, di quella visione geostorica che via via si allargherà all’intero globo terracqueo, e che darà luogo ad una vera e propria filosofia della storia occidentale, tra Illuminismo ed epoca dell’ascesa della borghesia industriale. L’arco che ci interessa va dunque dalla “scoperta” dell’America di Colombo fino al Manifesto del partito comunista di Marx ed Engels, un arco di 350 anni il cui processo condurrà fino alla globalizzazione del tardo Novecento – e alla sua crisi negli anni ‘20 del XXI secolo.
Se nello scorso incontro ci siamo concentrati su alcuni elementi fondativi della visione storica occidentale, in particolare per quel che riguarda la temporalità e la visione “progressiva” e diveniente, ci concentreremo ora sullo spazio, ovvero sugli aspetti geografici, geostorici ed antropologici – elementi che confluiranno, tra l’altro, nella visione geopolitica contemporanea.
L’annuncio di quest0 nuovo mondo è ben testimoniato dal filosofo inglese Bacone, che vede con acume visionario nelle vele e nei cannoni – e più in generale nella tecnica – i soggetti principali di una epoca di grande trasformazione: vele e cannoni viaggiano su mari e oceani, ed è proprio questa la chiave di volta di un’accelerazione temporale della storia e di un suo allargamento spaziale come mai prima nella storia umana.

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L’angelo del focolare

Domenica scorsa ho visitato la retrospettiva milanese dedicata a Max Ernst (è a Palazzo Reale fino a fine febbraio e consiglio di non perderla).
Tra le opere esposte c’è questa, importantissima, del 1937, dipinta da Ernst al termine della guerra di Spagna, con doloroso presentimento di quel che si stava scatenando in Europa:
«L’angelo del focolare è un titolo ironico per una specie di trampoliere che distrugge e annienta tutto quello che incontra. Questa era la mia impressione di ciò a cui il mondo stava andando incontro, e ho avuto ragione» – avrebbe poi dichiarato.
La NATO e la Russia si stanno mobilitando per una guerra di lungo corso (la Russia intende mobilitare un milione e mezzo di soldati, l’Europa intende aumentare la sua produzione di armi – ma non sappiamo ancora se, oltre alle armi, manderà i suoi giovani a morire per Kiev e per i “valori” sbandierati ogni giorno). La guerra ucraina potrebbe essere l’innesco, così come lo fu la guerra di Spagna: riusciremo, almeno questa volta, a smentire le visioni di Ernst e a ricacciare indietro i suoi mostri tutt’altro che surreali?
Ogni giorno che passa lo credo sempre meno.

L’hegeliano principe Harry

Questo prodotto bacato di una delle istituzioni più bacate del bacato Occidente, comincia a starmi decisamente simpatico (si fa per dire).
La sua dichiarazione a proposito dell’uccisione in guerra di ben 25 talebani (una roba da Signore degli anelli, nella gara tra l’elfo e il nano), se presa seriamente (e non come vorrebbero le “democratiche” istituzioni inglesi – esercito in primis – che lo accusano di tradimento e di ogni nefandezza) – è davvero una bomba sotto il culo dell’ipocrisia borghese britannica (e occidentale), della monarchia e della sua famiglia allargata.
Il principe Harry ha perfettamente ragione: le persone uccise in guerra sono come «pezzi degli scacchi» tolti dal gioco, perché è impossibile uccidere un bersaglio «se lo si considera come una persona».
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Breve è la vita di tutto quel che arde

(nel centenario della nascita)

Si schiude ora un fiore nella fredda sera.
Si leva ora in volo l’uccello di fuoco.
Breve è il volo di un simile uccello.
Presto appassiscono i giardini di luce.

Breve è la vita di tutto quel che arde.
Presto si spengono le ali su magioni oscure.
Presto si spengono le rose nel giardino della notte.
Mai però si spegne il desiderio di luce.

(1952)

Il silenzio di Ratzinger

Quando Benedetto XVI giunse al soglio pontificio, ricordo che una mia cara amica laicissima e illuminista lo soprannominò papa Natzinger. Non solo per le parole e il programma – peraltro ampiamente annunciato nei decenni di stretta collaborazione con Wojtyla, un papa nuovissimo per ragioni di “marketing” e quantomai reazionario per ideologia – ma anche per la gestualità e per quel sorriso forzato, un po’ pastore tedesco un po’ sepolcro imbiancato. Certo, un giudizio quantomai tranchant, ai limiti del lombrosiano, che oggi verrebbe guardato storto dal fiume di retorica corrente.
Ma la guerra del nuovo papa contro il relativismo, la sua visione tradizionalista ed assolutista, forse inevitabile a ridosso dell’epoca della “guerra di civiltà” e della discussione europea sulle “radici cristiane”, non poteva che infastidire qualunque progressista. Oggi che più di ieri il progressismo è un concetto abusato e problematico (ma del resto il Pasolini del discorso sul “sacro” e una schiera di filosofi novecenteschi ci avevano avvertiti), possiamo non tanto rivedere ma ricollocare quel giudizio nel nuovo contesto, etico, antropologico e geopolitico.
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Risplende in puro chiarore

Quando la neve cade alla finestra,
a lungo suona la campana serale,
a molti la mensa è preparata
e la casa bene fornita.

Più d’uno nel peregrinare
arriva alla porta per oscuri sentieri.
Aureo fiorisce della grazia l’albero
dal fresco succo della terra.

Il viandante entra silenzioso;
dolore impietra la soglia.
Ma ecco risplende in puro chiarore
sulla tavola pane e vino.

(G. Trakl, Sera d’inverno)

L’epoca della guerra giusta

(Ultime – scomode – considerazioni dell’anno, sulla guerra russo-ucraina)

Imputo la mancata empatia di una parte dell’opinione pubblica, e di non pochi “compagni”, con la cosiddetta “resistenza” ucraina – nonostante l’impegno profuso quotidianamente da stampa, media, potere politico (non ultimo il servile e militarista governo Meloni) – ad un equivoco di fondo, che peraltro caratterizza il fenomeno-guerra in Occidente da oltre 30 anni: la “moralizzazione” valoriale del conflitto, col preciso scopo di camuffarne i caratteri geopolitici.
Ci troviamo cioè del tutto immersi nell’epoca della “guerra giusta” (quella esibita dall’Occidente a guida americana): mentre la Russia neoimperiale mostra la classica faccia muscolare e brutale della guerra (quella che si conduce sempre in continuità con la politica) che dominò nell’Ottocento e in larga parte del Novecento, gli Occidentali hanno vieppiù sovrapposto ai conflitti, elementi etici e metafisici volti a nasconderne la vera natura. Lo sappiamo bene dal ciclo di guerre mediorientali, poi dalle guerre jugoslave, dall’Afghanistan, dalla Libia e dall’infinita guerra al terrorismo lanciata da Bush.
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Eccedenza o uguaglianza?

Una ricostruzione (all’osso) della storia economico-politica dal neolitico in qua:
a) ciò che distingue l’animale umano dagli altri animali è l’eccedenza produttiva
b) il potere si riduce alla capacità di intercettare ed organizzare le eccedenze (tramite schiavitù, tributi, manipolazioni)
c) il tentativo radicale e marxiano – fallito – era quello di immaginare che tali eccedenze si potessero amministrare collettivamente
d) alcuni antropologi contemporanei scompigliano i giochi e ritengono che l’unico modo di stabilire una forma sostanziale di uguaglianza sia quello di eliminare alla radice la possibilità di accumulare eccedenze (praticamente impossibile per società ipercomplesse come le nostre).
Il dilemma diventa: rinunciare alle eccedenze (alla società comoda, alla guerra e alla probabile distruzione del pianeta) o all’uguaglianza?

(fonte: L’alba di tutto, di D. Graeber e D. Wengrow)