Bartleby l’antivaccinista

Tolti i guerrafondai, i crociati e i fanatici vaccinisti, quelli che augurano ai non vaccinati di ammalarsi e di morire (sperabilmente una piccola minoranza irrazionale, che si rispecchia nella fazione avversa più fanatica) – direi che ci sono grosso modo due linee di argomentazione che vengono rivolte agli indecisi, scettici o riluttanti boh-vax:
a) la linea moralistica: devi vaccinarti per ragioni di responsabilità nei confronti della società, dei nonni, dei fragili, del futuro, degli studenti, ecc. ecc.
b) la linea scientifico-razionale: devi vaccinarti perché lo dice la scienza, è sicuro, i dati ci dicono questo, è l’unica strada percorribile. ecc.ecc.

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Covid, scienza, filosofia

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Tra le molte fratture createsi nel corso della Pandemia da Covid-19, c’è anche quella tra scienza e filosofia. In verità si tratta di una ruggine antica, nonostante i buoni propositi di parte degli scienziati e parte dei filosofi affinché si stabiliscano spazi di dialogo anziché di divaricazione. Ma il Covid sembrerebbe aver spazzato via anche queste buone intenzioni, tanto più che di fronte al virus appare dominante sulla scena l’apparato tecnoscientifico. “Ci pensiamo noi”, col sottinteso “è meglio se voi state zitti” – questo sembra lo slogan ricorrente, insieme all’erezione del rigore dei dati e delle evidenze come unico strumento valido non solo ad affrontare praticamente ma anche a comprendere l’epidemia.
Ora, è chiaro che i filosofi – mi riferisco in particolare a quelli nostrani, nella fattispecie alle filostar – non hanno brillato in questi 20 mesi. D’altro canto la logica concorrente è stata quella delle nascenti e performanti virostar, ed evidentemente non c’era gara.
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Contemplazione

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La contemplazione delle forme naturali, specie del loro divenire metamorfico, può essere un buon viatico alla meditazione. Il cielo, il mare, un paesaggio montano, la vegetazione durante un cammino – atti contemplativi facili, quasi spontanei, quando si è in vacanza dal mondo. Ma questa modalità è fin troppo semplice e scontata: è nel sepolcro della quotidianità che occorre ritagliarsi momenti puri e rarefatti di contemplazione.
Un cielo può essere contemplato sempre, anche dall’anfratto più angusto della vita quotidiana, dal più asfittico degli sguardi gettati da un uffici0, dal più alienante degli angoli metropolitani. Le nuvole, l’intrico dei rami, l’estendersi o l’abbarbicarsi dei vegetali su ogni superficie, la pioggia, i fenomeni atmosferici… posare lo sguardo sulle forme e sui profili, seguirli, farsene condurre, lasciarsene ipnotizzare. La luna, le sue perenni trasformazioni, gli astri, i cieli notturni – nonostante la devastazione della luce artificiale.
Non sei tu a contemplare, ma l’essere multiforme che si mostra e che ti abbraccia, la natura nel suo eterno essere periéchon – essere abbracciante che non può essere abbracciato.
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Io e gli altri – 9

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Capitolo quarto: dialogare

Senza il passaggio dello stupore silenzioso e della riflessione individuale, risulta infatti assai più complicato gestire l’intrico della discussione.
Ma è comunque nel dialogo fitto e continuo che si manifesta il vero cuore della ricerca che parte dal domandare, e che trova proprio in ambito dialogico uno strumento ineludibile del filosofare. Se i filosofi hanno bisogno di separarsi in una certa misura dagli altri per prendere le distanze dall’ovvio e le misure della conoscenza – i bambini imparano a filosofare anche, se non soprattutto, misurandosi con gli altri.
Io e gli altri era una parte della premessa gnoseologica – gli altri e io è il reciproco metodologico ineludibile: la domanda non è solo gustosa come la ciliegia che richiede subito di assaporarne un’altra, è anche ciò che rimbalza di continuo da un io all’altro, da una mente all’altra. È come se esistesse uno specifico neurone-specchio del ragionare comune e del ricercare insieme. La riflessione collettiva, a voce alta, è stata, e continua ad essere, l’esperienza più ricca ed esaltante di questi 6-7 anni di esperienze di filosofia con i bambini.
La “cooperazione linguistica” di cui parla Paolo Virno, aggiornando alla nostra epoca il concetto marxiano di general intellect – sulle tracce dell’aristotelico ed averroistico intelletto attivo – si origina molto presto: un chiaro caso di precoce induzione della filogenesi sull’ontogenesi.
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Lo straniero e le nuvole

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«Chi ami, sopra ogni cosa? Parla, uomo enigmatico! Tuo padre? tua madre? un fratello? una sorella?»
«Non ho né padre né madre, né fratello né sorella.»
«Gli amici?»
«Usate una parola il cui senso, fino ad oggi, mi è rimasto ignoto.»
«La patria?»
«Ignoro sotto quale latitudine si trovi.»
«La bellezza?»
«L’amerei volentieri, dea e immortale.»
«L’oro?»
«Lo odio come voi odiate Dio.»
«Eh! Ma allora che cosa ami, straordinario straniero?»
«Amo le nuvole… le nuvole che passano… laggiù!… laggiù!… le nuvole meravigliose!»

[C. Baudelaire, Lo Spleen di Parigi]

Io e gli altri – 8

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Capitolo secondo: concentrarsi

Tutti lamentano un inesorabile calo della capacità di concentrazione dei bambini. O meglio: dell’incapacità di unificare la concentrazione verso un solo oggetto, disperdendola in una selva di stimoli diversi. Del resto l’iperstimolazione dell’intelligenza, le modalità multitasking che l’era digitale richiede, nonché l’eccesso di oggetti artificiali bisognosi di essere decodificati (oltre che desiderati) non possono che creare delle menti estremamente mobili e dis-tratte – attratte cioè in maniera ondivaga da oggetti multipli e sparpagliati, spesso senza capo né coda o consecuzione causale. Questa è tuttavia una sfera di competenza della psicologia o della psicopedagogia, che pur interessando anche la filosofia, e a maggior ragione gli esperimenti di filosofia con i bambini, non è al centro del presente saggio (oltre al fatto che richiederebbe competenze particolari, intorno a cui, pur avvertendone l’urgenza, lo stesso mondo della scuola e della formazione arranca).
Mi posi praticamente questo problema in una delle prime classi con cui cominciai a sperimentare in maniera sistematica, discutendo con l’insegnante dell’apparente distrazione che notavo in alcuni bambini, i quali disegnavano mentre parlavo. Lei mi assicurò che era assolutamente normale, e che anzi si trattava per loro di una vera e propria tecnica di concentrazione.
Ho comunque provato ad affrontare la cosa attraverso il rito iniziale del minuto di silenzio.
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Green

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Son stato nel bosco per quasi due ore, avvolto in un manto fitto di verde. Verde non vuol dire necessariamente un ambiente bucolico e sicuro, il verde è anche urticante, fino ad arrivare a quello delle terre estreme di Kracauer. Comunque il mio verde era per lo più mansueto, e pungeva solo qua e là, con qualche rovo di more e spine.
Pensavo, avvolto in questo verde fitto, senza cielo, che la parola “verde” è parecchio di moda. Verde è l’economia, verdi i piani di rinascita economica, verde è l’energia pulita, verde pure il passaporto per circolare in sindemia… Green sta bene con tutto, ormai. È come il prezzemolo, che è pur esso verde (ma in dosi eccessive velenoso).
Osservavo le foglie degli alberi, i cespugli, l’intrico dei rami e pensavo green e subito vedevo diventarmi la pelle e la mente verdognole, ma allo stesso tempo sorgevano le immagini dei boschi che stanno bruciando, in California, in Grecia, in Turchia – e dio non voglia che succeda la prossima settimana in Sicilia. Miliardi di alberi in cenere, un miliardo e mezzo di tonnellate di CO2 nell’atmosfera, i ghiacci che si sciolgono…
Insomma, per concludere questi pensieri sconclusionati, ci ammantiamo di verde – di cose green – e la terra ci sta bruciando sotto i piedi. Ci accapigliamo per una stupidissima tessera verde, e il verde va in fumo.
Un po’ come succede nel racconto di Edgar Allan Poe, La maschera della morte rossa: i privilegiati che si illudono di stare al sicuro tra le mura del castello del principe, mentre fuori le campagne si spopolano; tutti a far festa come dei cretini, a bersi spritz e a folleggiare, a ballare nella stanza azzurra, in quella gialla e arancione, nella bianca e ovviamente in quella verde, finché il morbo non compare nell’ultima stanza, quella che tutti avevano evitato…