La forza

Rialza la testa il patriarcato, avanza il lavoro servile, arretra l’autodeterminazione.
Con la parola “autodeterminazione” occorre intendere quell’insieme di “diritti” – che io preferisco chiamare affermazioni ontologiche, libera espressione delle forme di vita – che fanno sì che i soggetti plurali, nel loro essere corpi, menti, anime o quel che intendono essere, possano autorealizzarsi in maniera onnilaterale.
Da questo punto di vista non c’è alcuna distinzione tra diritti sociali, economici o civili, e nemmeno tra diritti individuali e collettivi. Tutti si tengono, tutti avanzano o arretrano insieme.
Ciò vuol dire che ogni ostacolo a questa autoaffermazione ed autorealizzazione – alla autodeterminazione di ciascuna soggettività – legittima l’uso della forza. Ciò che impedisce il libero fluire della vita deve essere tolto di mezzo.
La forza dei corpi e dei soggetti contro i loro poliziotti e controllori, contro i loro sfruttatori, contro i loro imbonitori, contro ogni disciplinamento.
La forza è inscritta in ciascun essere vivente.
La forza abbatte ogni gerarchia.
La forza che libera è il motore della storia.

Spettri

Aleggiano parecchi spettri in questa guerra (chissà che cosa ne avrebbe detto Marx), soprattutto spettri fuoriusciti dalla sentina temporale della seconda guerra mondiale, che certo richiamano spettri più antichi: la guerra e uno dei suoi portati più atroci – il nazionalismo – covano sempre sotto le ceneri del passato.
Uno di questi spettri è Kaliningrad, la Königsberg di Kant, maggior città della Prussia Orientale, entrata nel gioco spartitorio delle potenze vincenti, tra Yalta e Potsdam, quando Stalin avrebbe voluto “spezzettare” la Germania. Cui restituì nella fattispecie le intenzioni hitleriane più terrificanti, ovvero quelle di fare dell’Est il Lebensraum spazzando via o schiavizzando le inferiori razze slave. Più prosaicamente Stalin cacciò tutti i tedeschi di quell’area e la russificò con deportazioni interne – come usava fare in Unione Sovietica – creando così la “oblast” di Kaliningrad. Diventata una exclave con la dissoluzione dell’URSS, di straordinaria rilevanza strategica, visto l’incrocio con le frontiere lituane e polacche, e l’affaccio sul Mar Baltico (ho scoperto che è una delle zone dove la flotta russa può sostare sempre, visto che non gela).
Spettri, si diceva: qui gli spettri – nella mentalità nazionalistica russa, che si contrappone ad altre mentalità nazionalistiche – sono i 20milioni di morti della seconda guerra mondiale (contro le poche centinaia di migliaia di Inghilterra e USA, gli altri vincitori e co-spartitori delle zone di influenza).
Si dirà che non erano solo russi, ma sovietici, si dirà che il sovietismo è morto e sepolto (figuriamoci il comunismo), si dirà che son passati quasi 80 anni, che la guerra fredda era finita 30 anni fa… Eppure siamo ancora qui, in presenza di tutti questi spettri, e persino con la Finlandia e i suoi generali che vorrebbero regolare dei conti in sospeso…

Per Cloe

«Oggi la mia libera morte, così tutto termina di ciò che mi riguarda. Subito dopo la pubblicazione di questo comunicato porrò in essere la mia autochiria, ancor più definibile come la mia libera morte. In quest’ultimo giorno ho festeggiato con un pasto sfizioso e ottimi nettari di Bacco, gustando per l’ultima volta vini e cibi che mi piacciono. Questa semplice festa della fine della mia vita è stata accompagnata dall’ascolto di buona musica nella mia piccola casa con le ruote, dove ora rimarrò. Ciò è il modo più aulico per vivere al meglio la mia vita e concluderla con lo stesso stile. Qui finisce tutto. Addio. Se mai qualcuna o qualcuno leggerà questo scritto».

Evidentemente siamo in tanti a leggere questo scritto. Che non ci può non turbare. Se fosse la libertà che va cercando / come sa chi per lei vita rifiuta di dantesca memoria, potremmo solo sostare rispettosi sulla soglia di una scelta estrema. Ma così non è. Anche se da quelle – bellissime – parole vengono evocate la libertà e la festa, l’epicureo bicchiere di vino mentre si fa un ultimo bagno caldo (il calore di Simone Weil!) – esse ci parlano di una tragica solitudine, di una terra bruciata cresciuta negli anni.
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Sfumature

Qualche sera fa, nel corso di un incontro “antagonista” su salute pubblica, pandemia, guerra, scienza e controllo sociale, nel dibattito seguito alla relazione è emerso il tema delle “sfumature”.
La relatrice – l’amica Nicoletta Poidimani – aveva evocato nel suo lungo e articolato intervento la questione del riduzionismo: in questi mesi di delirio guerrafondaio si è parlato spesso di “complessità” e del rischio di semplificare il reale, fino a renderlo incomprensibile (o una pappa sentimentale fatta di buoni e cattivi).
Nel biennio pandemico – sindemico e pandelirante – abbiamo assistito e vissuto sistematicamente a fenomeni di riduzione binaria, contrapposizione amico/nemico, simulazione di guerre civili, creazione di capri espiatori, streghizzazione, militarizzazione (nel linguaggio e nella prassi: occorre ricordare che la vaccinazione di massa in Italia è stata gestita da un generale).
Poi la guerra, che cova sempre, anche se da qualche altra parte, è arrivata. E allora il binarismo, lo stare di qua o di là, il bianco e nero, lo schema guelfi/ghibellini, si è riproposto pari pari.

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Emergocrazia

L’impressione generale che ho di questo momento storico-politico – impressione, non analisi – è che dopo un periodo “democratico” durato un paio di secoli – dall’Illuminismo alla Decolonizzazione – si torni all’antico, con la restaurazione di sistemi oligarchici e autoritari, ma soprattutto con una nuova concezione della sfera politica: tutto è emergenza. D’ora in poi – in verità già da qualche decennio a questa parte – il nuovo modo di governare e di concepire la politica sarà emergenziale. Dunque dopo la breve pausa “democratica”, un ritorno in pompa magna di oligarchie, monarchie, tirannidi – ma con l’ausilio essenziale dell’efficienza tecnoscientifica (ciò che insieme crea e risolve e però ricrea le emergenze)
La stagione democratica – grosso modo a partire dall’Illuminismo e dal giacobinismo roussoiano e rivoluzionario, seguiti da tutti i tentativi popolari di appropriarsi del potere e di riplasmare le società in senso orizzontale, e non più verticale, non solo nell’Europa dei movimenti socialisti, comunisti, operai, ma anche nelle sue colonie, attraverso tutti i processi di decolonizzazione novecenteschi – sembra già volgere al termine, e infrangersi di fronte alle emergenze: demografiche, energetiche, sanitarie, migratorie, geopolitiche e militari, climatiche, ambientali, ecc. La democrazia deve essere sostituita da una emergocrazia (o come la si voglia chiamare), una forma dell’organizzazione sociale contraddistinta da una permanente mobilitazione totale, ma agita e comandata dall’alto (dai tecnici, dagli scienziati, dalle élites). Continua a leggere “Emergocrazia”

Internazionale nera

In questo saggio molto interessante del medico e storico Federico Perozziello, si va alla ricerca delle ragioni ideologiche, storiche e culturali dell’intreccio tra scienza, medicina, nazismo ed eugenetica.
Un esempio: Madison Grant (1865-1937) era un avvocato ed antropologo americano, sostenitore della superiorità della razza nordica europea, che argomentò nel saggio Il passaggio della Grande Razza (1916). Libro che suscitò grande interesse da parte di Hitler, e dell’ideologo del regime Rosenberg (insieme ai “classici” del razzismo europeo Gobineau e Chamberlain). Grant promuoveva una politica di selezione e sterilizzazione forzata, nelle carceri, negli ospedali, nei manicomi, comprendendo anche le “razze senza valore”. (Interessante notare come accanto alle idee eugenetiche più radicali convivesse un animo ecologista e molto sensibile nei confronti delle specie in pericolo di estinzione).
Bene, il programma teorico di Grant divenne prassi giuridica negli Stati Uniti nei primi decenni del XX secolo (primo stato fu l’Indiana nel 1907), con decine di migliaia di sterilizzazioni. Programma cui aderì subito dopo anche la Svezia. Il regime nazista trovò quindi un terreno molto fertile, teorie e pratiche già pronte, ed è incredibile notare come Hitler si complimentasse con Grant e con la politica americana di annientamento di un’etnia “inferiore” (senza valore!) come quella degli Indiani d’America.
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Perché non possiamo non essere anti-americani

Una delle questioni che torna inevitabilmente alla ribalta nella guerra in corso (che ormai è del tutto fuorviante chiamare “russo-ucraina”), è la nostra posizione – degli antimilitaristi, della sinistra radicale, dell’Italia, ma anche dell’Europa – nei confronti degli USA, e della loro propaggine militare nel vecchio continente.
Dietro la facciata della Russia imperiale e aggressiva, si nasconde in realtà uno scontro a tutto campo tra potenze, con al vertice il destino del dominio globale americano.
L’America – che già nel nome è una sineddoche che si espande su tutto il continente, il caro vecchio “cortile di casa” – fin dalla fine della seconda guerra mondiale è andata consolidando un impero globale fatto di merci, finanza, basi militari (quasi 700 in oltre 70 paesi, con 270mila soldati dislocati), con una enorme capacità di diffondere e spesso imporre un certo immaginario e stile di vita, che nella sua narrazione sarebbe una sorta di compimento universale del meglio della storia umana, un vertice antropologico veicolato dall’Occidente.
Ma dietro questa colonizzazione dell’immaginario, c’è il dato duro e puro del controllo della materia (energia, mercati, denaro e – soprattutto – sistema militare: quando non basta la dissuasione morale o l’imperativo economico, si passa alla forza bruta: le guerre americane sono state innumerevoli: “Gli USA sono stati coinvolti in vari tipi di conflitto armato per 227 anni dei 245 della loro breve storia con circa 124 scontri armati”.)
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La musica serbatoio di libertà

«La musica è la migliore consolazione già per il fatto che non crea nuove parole. Anche quando accompagna delle parole, la sua magia prevale ed elimina il pericolo delle parole. Ma il suo stato più puro è quando risuona da sola. Le si crede senza riserve, poiché ciò che afferma riguarda i sentimenti. Il suo fluire è più libero di qualsiasi altra cosa che sembri umanamente possibile, e questa libertà redime. Quanto più fittamente la terra si popola, e quanto più meccanico diventa il modo di vivere, tanto più indispensabile deve diventare la musica. Verrà un giorno in cui essa soltanto permetterà di sfuggire alle strette maglie delle funzioni, e conservarla come possente e intatto serbatoio di libertà dovrà essere il compito più importante della vita intellettuale futura. La musica è la vera storia vivente dell’umanità, di cui altrimenti possediamo solo parti morte. Non c’è bisogno di attingervi, poiché esiste già da sempre in noi, e basta semplicemente ascoltare, perché altrimenti si studia invano».

[E. Canetti, La provincia dell’uomo, in Appunti 1942-1993]