La superstizione di essere epigoni

«Il responso del passato è sempre un responso oracolare: solo come architetti del futuro, come sapienti del presente, voi lo capirete. […] Formate in voi un’immagine a cui il futuro debba corrispondere, e dimenticate la superstizione di essere epigoni».

(F. Nietzsche, Sull’utilità e il danno della storia per la vita)

(semiserio sulla semiminaccia del semifascismo a venire)

Partiamo dai dati elettorali locali: nella mia ridente cittadina lombarda, che fa circa 14000 abitanti, sono andati a votare in 7400 degli 11000 aventi diritto, circa 2/3 (in linea con la media nazionale). Di questi poco più di 2000 hanno votato Fratelli d’Italia, un migliaio la Lega; alle Europee del 2019 la Lega prese da sola circa 3000 voti, e FdI 420: secondo me, a occhio e croce, son gli stessi elettori, centinaio più centinaio meno (anzi, parrebbe meno). Erano tutti già lì, e facevano parte del paesaggio socioantropologico paesano, quello che aveva introiettato lo slogan “prima gli italiani” (o prima la mia tribù, per semplificare).
3000 su 7400; 3000 su 11000 aventi diritto di voto – ma soprattutto 3000 su 14000. Poco più di 1/5 degli abitanti. Ovvero una netta minoranza. A me, al momento, non fanno nessuna paura, non danno particolari preoccupazioni (per lo meno non più di quelle che mi diedero 3 anni fa).
Certo, può sempre succedere che un “normale” cittadino subisca un’improvvisa mutazione e diventi un carnefice (è già successo in passato, lo sappiamo bene). Ma questo vale anche per gli altri 8000 (terrei fuori i bambini e i ragazzi, e, per il momento, gli adolescenti): nessuno può garantire che i candidati a diventare canaglie stiano tutti da una parte.

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Pòlemos

«In caso di attacco (non sporadica cannonata) al territorio russo, la Russia risponderà come ogni potenza nucleare risponderebbe nello stesso caso. Non è mai la prima opzione, per ovvi motivi, ma è una delle opzioni. Poi per carità, facciamo sempre finta che Putin sia un buffoncello che strilla a vuoto. Finora ciò che ha detto lo ha fatto. Io, a differenza di chi vuole chiamare il bluff sperando sia tale, spero che tutto questo sia propedeutico a un congelamento del conflitto. Io voglio che la guerra finisca, altri vogliono fare le gare».

Così lo storico Francesco Dall’Aglio.
Anch’io temo i folli che “vogliono fare le gare”. Che vogliono vincere. A tutti i costi.
Ma è la guerra – ora è chiarissimo, e non bisognerebbe mai dimenticarsene nemmeno negli apparenti tempi di pace – a costituire l’intelaiatura del mondo.
È modificabile questo mondo? Sì. Ma è dalla distruzione di quella tela malata – massima (ed eraclitea) espressione dell’ingiustizia e della dismisura – che occorre sempre ripartire.

Ci si adatta, ci si incazza

Va bene cuocere la pasta a fuoco spento, va bene stare a 19 gradi d’inverno (io già stavo a 18, quindi c’ho il bonus di un grado), va bene immaginare – come stanno facendo degli amici – di attuare una forma di nomadismo comune e solidale, in caso di ristrettezze, e condividere le case a turno nel corso dell’inverno. Va bene. Fa bene (alla salute e all’ambiente) e fa parte del capitolo adattamento.
Ma poi c’è l’altro piano, quello della critica sociale: è l’intero sistema ad essere sull’orlo del collasso, e tutte le cazzate propinate fanno parte della solita strategia mimetica e cosmetica: non c’è alcun futuro per questo stile di vita, siamo al capolinea e prima lo comprendiamo meglio è. Ma non basta comprenderlo, occorre passare all’azione e far scoppiare le bolle dei privilegi. Chi deve fare i sacrifici? Questa è l’unica domanda sensata.
Sopra il piano adattivo e sociale c’è quello ideologico, il più sottile e perverso, la sovrastruttura  che non manca mai: creare ad arte, psicologizzare e far interiorizzare le crisi, scatenare fobìe, farci sentire in colpa (già durante la pandemia e ora, nel corso della più grave crisi energetica e militare scatenata dalle avverse avidità imperiali). Sei responsabile tu – dice il dito puntato del potere.
Disertare da questa corresponsabilità e contribuire ad accelerare il collasso sistemico, è l’unica via d’uscita che vedo. Sarà dura? Durissima. L’inferno (e l’inverno) nucleare sarebbe comunque peggio.
La speranza è appesa ad un filo esilissimo.

Ismi

Enrico Letta parla di “emergenza democratica”, ma è un’espressione del tutto mal riposta se riferita a Giorgia Meloni (tra l’altro è specularmente lo stesso gioco utilizzato da Berlusconi a proposito del “pericolo comunista”). Niente di più falso, l’emergenza sta semmai da tutt’altra parte, e cioè nella totale impotenza della politica e dei governi che verranno nel fare o cambiare alcunché, materialmente, indipendentemente dal loro colore.
Chiunque vada al governo si troverà ingabbiato dagli -ismi nei quali ci siamo infilati da tempo: atlantismo, economicismo, produttivismo, scientismo, militarismo… E potrei continuare. Si tratta dell’ideologia-mondo alla quale abbiamo consegnato anche l’ultima cellula di psiche e di sovranità – e, direi, di costituzionalità. La Costituzione è stata svuotata dall’adesione acritica e pressoché automatica a tutte quelle gabbie e -ismi che appaiono ormai come irrinunciabili.
Ciò non vuol dire che occorra credere alla favola del “sovranismo” incondizionato: non esiste individuo, stato o comunità che sia del tutto autodeterminato e proprietario di se stesso. Ogni organismo – biologico o culturale – comparso sulla faccia della Terra dipende sempre e comunque da tutti gli altri.
Ciò non equivale però a rinunciare alla negoziazione della propria posizione nel mondo: e l’agire politico è – dovrebbe essere – proprio questa capacità di dialettizzare, confliggere, mediare e tessere relazioni e prospettare nuovi possibili intrecci. Soprattutto superare tutti quegli -ismi che perpetuano l’ingiustizia ed il privilegio. Ecco perché l’agire politico non è mai alienabile o delegabile in toto, pena la precipitazione in uno stadio subumano e superagito.
Se la politica non fa questo – se essa non è questo – diventa uno dei tanti -ismi: politicismo, tecnicismo, chiacchiericcio del tutto autoreferenziale e funzionale all’intoccabilità del sistema.
Questa è l’unica vera “emergenza democratica” che vedo.

Destituzione

Non ho mai simpatizzato con le concezioni della storia che mettono in primo piano le figure individuali, anziché i processi. Anche perché nella discussione apertasi ieri in concomitanza con la morte di una di queste figure – più un liquidatore che un innovatore, in verità – emergono chiaramente due elementi: a) personalizzare equivale quasi sempre a semplificare; b) mai come nel caso di Gorbačëv c’è stata una netta divaricazione tra le intenzioni soggettive e l’ineluttabilità di quei processi (a meno che non lo si voglia accusare, come peraltro qualcuno ha fatto, di “tradimento” – nel qual caso si ricadrebbe nel punto a).

Non c’è dubbio che la liquidazione dell’URSS, indipendentemente dalla volontà di Gorbačëv, ci abbia portato qui – con nel mezzo la vittoria (ora relativa) della globalizzazione neoliberista, la dissoluzione (e la terribile guerra civile) della Jugoslavia, la guerra del Golfo (con le sue repliche), forse persino l’espansione del jihadismo – di certo l’espansione aggressiva della NATO e degli USA, che hanno condotto anche alla guerra in Ucraina (ma ci metterei anche la resistibile ascesa di Putin, dopo la svendita dei gioielli di famiglia). Tutto questo non può certo filare dalle intenzioni di un singolo, ma, appunto, dai processi.

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Sbocconcellarsi

Hegel ci fissa sornione, dopo due secoli e mezzo (oggi è il suo compleanno). Mai come a quest’epoca sembra aderire quel suo celebre passo della Prefazione alla Fenomenologia dello spirito, dove parla di trapasso, travaglio, trasformazione, dissoluzione, sgretolamento, fatuità, noia e ignoto – ma l’espressione più bella è quel “lento sbocconcellarsi” (in tedesco Zerbröckeln, usato, ad esempio, per sbriciolare il pane).

Non so quante volte l’ho riportato su questo blog in questi 15 anni. Ma val sempre la pena rileggerlo:

«Del resto non è difficile a vedersi come la nostra sia un’età di gestazione e di trapasso a una nuova era; lo spirito ha rotto i ponti col mondo del suo esserci e rappresentare, durato fino ad oggi; esso sta per calare tutto ciò nel passato e versa in un travagliato periodo di trasformazione. Invero lo spirito non si trova mai in condizione di quiete, preso com’è in un movimento sempre progressivo. Ma a quel modo che nella creatura, dopo lungo placido nutrimento, il primo respiro, – in un salto qualitativo, – interrompe quel lento processo di solo accrescimento quantitativo, e il bambino è nato; così, lo spirito che si forma matura lento e placido verso la sua nuova figura e dissolve brano a brano l’edificio del suo mondo precedente; lo sgretolamento che sta cominciando è avvertibile solo per sintomi sporadici: la fatuità e la noia che invadono ciò che ancor sussiste, l’indeterminato presentimento di un ignoto, sono segni forieri di un qualche cosa di diverso che è in marcia. Questo lento sbocconcellarsi che non alterava il profilo dell’intiero, viene interrotto dall’apparizione che, come un lampo, d’un colpo, mette innanzi la piena struttura del nuovo mondo».

Già, come sarà il nuovo mondo?

Il nuovo che si va formando

«L’affetto dello sperare si espande, allarga gli uomini invece di restringerli, non si sazia mai di sapere che cosa internamente li fa tendere a uno scopo e che cosa all’esterno può essere loro alleato. Il lavoro di quest’affetto vuole uomini che si gettino attivamente nel nuovo che si va formando e cui essi stessi appartengono».

(E. Bloch, Il principio speranza)