Archive for the ‘BIOEPOCA’ Category

Scegliere o sciogliersi

lunedì 29 giugno 2020

David Quammen conclude il suo profetico Spillover con il capitolo intitolato “Dipende…”, nel quale racconta una storiella, un fenomeno biohorror che riguarda i bruchi: nel 1993, in Montana, vi fu un’esplosione (un outbreak) di Malacosoma disstria, che nel mese di giugno defogliò gran parte degli alberi.
Subito dopo furono gli stessi bruchi in sovrannumero a scomparire misteriosamente. L’entomologa ecologista canadese Judith Myers e l’ecologo matematico Greg Dwyer scoprirono che cos’era successo: un nucleopoliedrovirus (NPV) aveva attaccato i bruchi, facendo loro fare una fine orribile. In sostanza il virus attaccava e svuotava dall’interno il lepidottero facendolo sciogliere: i bruchi facevano letteralmente splash!
Moriremo tutti? si chiede infine Quammen. Le sue conclusioni sono le medesime di Harari, che – onde evitare letali pandemie – raccomanda di presidiare attentamente i confini delle specie animali (essendo noi una delle specie implicate, e non una specie a parte), a maggior ragione vista l’esplosione demografica degli ultimi due secoli.
Ma qui entra in gioco il “dipende” che dà il titolo al capitolo: molto probabilmente non faremo la stessa fine di Malacosoma, perché rispetto ai bruchi abbiamo una carta in più: possiamo decidere altrimenti. Soprattutto possiamo “differire in innumerevoli modi, soprattutto a livello comportamentale” – mentre i bruchi ingoiano istintivamente le foglie insieme ai pacchetti-trappola dei virus che gli si aprono poi in corpo.
A questo punto mi sono chiesto qual è l’organo, l’istituzione, il dispositivo, la parte di noi che ci fa differire, fare altrimenti, scegliere (e non sciogliere): l’intelligenza? l’etica? la politica? il bene comune? la coscienza? la libertà?
Tutte queste cose insieme o c’è dell’altro? E siamo sicuri che le stiamo coltivando quanto basta?

Progresso impersonale

martedì 23 giugno 2020

Aldo Schiavone apre il suo ultimo saggio Progresso con quella che definisce giustamente un’icona del pensiero del Novecento, ovvero il testo con cui Walter Benjamin interpreta il dipinto di Klee Angelus Novus. Direi che è il caso di riportarlo per intero:

«C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta».

Ho sempre trovato il passo di Benjamin infinitamente più bello del quadro di Klee – opera che il filosofo aveva acquistato a Monaco nel 1921, e per il quale nutriva una smisurata adorazione. Schiavone utilizza l’icona-simbolo di una filosofia antiprogressiva e pessimista della storia, per affermare non tanto l’ideologia delle magnifiche sorti e progressive irrise da Leopardi, quanto un fatto incontrovertibile: gli umani non sono mai stati così potenti, longevi, sicuri, dominanti sulla Terra come in questo momento della loro storia.
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Bat Woman

venerdì 5 giugno 2020

La virologa cinese Shi Zhengli studia da oltre 15 anni i coronavirus. Nella grotta di Shitou (sud-ovest della Cina) lei e la sua squadra di cacciatori di patogeni hanno scoperto centinaia di coronavirus nei pipistrelli (specie-serbatoi dei virus), una vera e propria “biblioteca genetica naturale”: la maggior parte di quei virus è innocua, ma decine appartengono allo stesso gruppo della SARS. Se ne stimano comunque diverse migliaia, ancora da studiare.

Ora: «con l’aumento delle popolazioni umane che occupano sempre di più gli habitat degli animali selvatici, i cambiamenti senza precedenti nell’uso dei suoli, il trasporto in tutto il mondo di selvaggina e bestiame e dei relativi prodotti e il forte aumento dei viaggi nazionali e internazionali, lo scoppio di pandemie di nuove malattie è quasi una certezza matematica».

Shi Zhengli ci mette in guardia anche dalle malattie che colpiscono gli allevamenti di suini (come la SADS, che al 98% possiede la medesima sequenza genomica di un coronavirus): casi di zoonosi sono altamente probabili, tanto più che i sistemi immunitari umano e suino sono molto simili.

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Il complotto della cosa

giovedì 21 maggio 2020

È innanzitutto la lingua ad essere impestata, scriveva Givone molto opportunamente alcuni anni fa.
Uno degli aspetti più controversi del dibattito sul Covid riguarda le tesi complottiste in circolazione: scienziati e tecnocrati – in combutta con oscure cosche politico-affaristiche – non ci stanno dicendo la verità, e soprattutto stanno brigando per stabilire un nuovo ordine in cui vigerà un ulteriore livello del controllo sociale (praticamente totale). In tale operazione è cruciale l’uso dei dati – numeri e statistiche generati e/o manipolati ad arte. A tal proposito si vanno creando strane alleanze e convergenze (ma anche questa non è una novità), tra complottisti di destra e di sinistra, neopopulismi strampalati con finalità diverse, ma con una visione ed un sottotesto comuni (che fa però venire dei dubbi anche sulla diversità degli scopi): del resto è proprio l’evocazione delle masse, dei popoli (e, per contro, delle élites) ad essere diventata confusa e problematica.
Ora, che in ogni vicenda umana ci siano dei materialissimi interessi in gioco mi pare una verità ovvia e incontrovertibile: ma per questo basta rileggere qualche pagina di Marx, non c’è alcun bisogno di scomodare fumose teorie complottarde. Altro discorso è porsi il problema dell’impatto di medio e lungo periodo – sul piano sociale, economico, psicologico, culturale, antropologico – di una crisi globale come quella in corso: chi ne trarrà utilità? come si trasformerà il mondo del lavoro? quali le conseguenze geopolitiche? Di sicuro la pandemia post-virale non colpirà tutti allo stesso modo: ed è qui che serviranno analisi e forza critica, nonché un uso accorto della razionalità – quanto di più lontano dal complottismo dilagante.
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Libito fé licito

martedì 28 aprile 2020

Traccio un triangolo, e nomino ciascun vertice coi seguenti nomi: scienza, filosofia, desiderio. La trovo una figura interessante. E che abbia a che fare con il tempo del contagio. Ora spiego perché.
Partiamo proprio dal tempo sospeso che stiamo vivendo: l’epoca del contagio ha fatto collassare innanzitutto il tempo (o i tempi plurali della nostra vita). Si è detto in tutte le salse che la prima sensazione è proprio quella della sospensione, del congelamento, della contrazione (insieme alla dilatazione spaziale, orrendamente simbolizzata dal distanziamento sociale).
Il primo vertice temporale allude all’appuntamento quotidiano – anzi costante e pressante e saturante – con la scienza, che scandisce il tempo del contagio. Virologi, epidemiologi, infettivologi, ricercatori e scienziati sono assurti a sacerdoti di questo tempo. I tempi (e la curva) del contagio, la corsa per trovare la cura, i tempi del vaccino – che forse (ma non è sicuro) ci immunizzerà.
Il secondo vertice è il più sfuggente, problematico – e senz’altro inutile. Sull’inutilità della filosofia si è detto molto – inutile in quanto non finalizzata, non specializzata, non piegata ad uno scopo determinato, perché se si tratta di indagare la verità e il senso delle cose non ci può essere di nessuna utilità immediata. Ecco: partiamo proprio da questo sfuggire della filosofia alle dinamiche comuni della temporalità per ricostruire il triangolo e dargli un significato compiuto.
Inutile chiedere alla filosofia di darci una risposta ora. La filosofia non ha risposte immediate o istantanee (se le avesse sarebbe una filosofia truffaldina, una non-filosofia) – e quando ne ha sono risposte spesso scomode, che ambiscono a valere sempre, o mai, o comunque in una dimensione temporale altra rispetto al qui e all’ora dello scopo, della finalità – dell’utilità, come si diceva prima. Mai, perché potrebbe non arrivare la risposta attesa o potrebbe essere rinviata all’infinito, in un’eco insopportabile della domanda. La filosofia – per quanto rifletta sul tempo ed è, hegelianamente, il tempo appreso e concentrato in se stesso – ha a che fare con la dimensione dell’intemporale, dell’eterno. Se si vuole, del mistero e dell’ignoto.
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Carbonio

giovedì 16 aprile 2020

La domanda che Giorgio Agamben pone – anche se ad alcuni può apparire assurda o grottesca – a me pare invece chiarissima e ben fondata sul piano filosofico: è o non è accettabile ridurre la persona umana a un puro corpo biologico da difendere a tutti i costi, sospendendo gli affetti, le relazioni, la pietà per i cari estinti, la libertà ontologica che attiene a ogni forma di vita? Insomma, è o non è accettabile separare il corpo sano dal suo essere anche un soggetto spirituale?
La sua risposta è no, non lo è, mentre quella corrente, della stragrande maggioranza, è sì, è accettabile, anzi necessario.
E a chi gli obietta che tale sospensione e scissione è solo temporanea, la replica è ogni volta che no, non lo è, e che anzi lo stato di eccezione rifonderà l’umano in altro modo, senza poter tornare indietro. Un ibrido con le macchine a base di carbonio. Molto carbonio e poca anima.

Il re nudo: una nota a proposito dell’invisibilità

martedì 14 aprile 2020

Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo,
Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono.
[J. Saramago]

Se è vero, come argomentato da Sergio Givone, che esiste una metafisica della peste, cioè il manifestarsi nel corso delle epidemie di qualcosa che eccede la mera fisicità biologica del male, e che addirittura evoca la domanda sul senso dell’essere (o sulla sua insensatezza) – allora non dovrebbe apparirci strano il paradosso che si genera a proposito dell’invisibilità: un morbo invisibile che rende visibile l’invisibile, ciò che per lo più non si vede – o perché è l’orizzonte (la struttura sottile) nel quale ci troviamo a vivere, o per una nostra pregressa e consolidata cecità o – più radicalmente – perché ha a che fare con il sottosuolo mistico e inafferrabile delle cose (quel che un tempo si chiamava verità).
Avevo un po’ fumosamente attribuito alla figura dello straniamento – la prima tra le parole del contagio ad essermi venuta in mente – la situazione ai limiti dell’assurdo che si va producendo nel corso di una pandemia: il mondo di prima viene sospeso e messo tra parentesi e nel corso di questa sorta di epoché fenomenologica, qualcosa di apparentemente nuovo, inedito, strano – perturbante – ci si mostra all’improvviso. Molti, anche sui social, hanno ad esempio parlato di ritorno all’essenziale o di uscita dal superfluo; lo hanno fatto magari solo in modo superficiale o sull’onda di facili slogan, ma è il caso di andare a vedere cosa sta dietro a queste reazioni, emotive prima ancora che razionali. Credo che proprio la dialettica tra visibile e invisibile cui alludevo sopra, renda più chiare queste sensazioni di straniamento o cortocircuiti della cosiddetta normalità.
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Caste biologiche

venerdì 10 aprile 2020

Essendo precipitati in un tempo e in uno spazio ignoti, contrassegnati dall’invisibilità del “nemico”, si moltiplicano le metafore utilizzate dalla nuova santa alleanza politico-medica, sia per descrivere quel che accade sia per ordinare quel che dovrà accadere. Com’è noto, la retorica prevalente è quella militare, che avrà ricadute sociali pesanti. Si insinuano poi nei linguaggi dei virologi e dei politici altre metafore volte a costruire gli scenari futuri (le famose fasi 2 e 3): una ricorrente è la “patente di immunità” – anche se uno scienziato italiano qualche sera fa ha specificato che sarebbe meglio parlare di “foglio rosa”.
Queste immagini, che hanno l’apparente funzione di deviare o alleggerire l’asfissiante stato di emergenza, prefigurano in realtà pericolosi esiti di ingegneria sociale e di governo biopolitico della società. Intendiamoci: una società di massa è organizzata a priori per essere addomesticata, immunizzata e biotecnologizzata, e lo è ontologicamente, ovvero o si dà con quelle condizioni o non si dà. Le alternative sono comunque al di fuori dell’imperante logica hobbesiana dello stato (ovvero del decisore ultimo delle vite individuali nel nome di un interesse superiore di potenza collettiva). E al momento queste alternative – anche solo immaginate – sono ridotte pressoché a zero.
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Le parole del contagio in video: dedicato agli amici e amiche del gruppo di discussione filosofica (e non solo)

lunedì 6 aprile 2020

Le parole del contagio

lunedì 30 marzo 2020

La morte – come da un’alta vetta –
riformula i criteri di giudizio
e ciò che non credemmo
ora scorgiamo chiaro
(Emily Dickinson)

«Non ho visto, pertanto, nient’altro da fare che provare, come chiunque altro, a sequestrarmi a casa mia e nient’altro da dire che esortare chiunque altro a fare lo stesso», così scrive Alain Badiou.
E alla domanda: “Che cosa possiamo imparare dal virus?”, Massimo Cacciari risponde seccamente: Nulla. A stare fermi un po’. Cosa volete imparare? Basta con questa retorica che dalle difficoltà si esce migliori. Il nostro cervello è lo stesso di 100.000 anni fa…

Qualcuno si sarà senz’altro chiesto che cosa può dire o fare la filosofia di fronte ad un evento come quello che stiamo vivendo, così violento e inaspettato (uno dei problemi è anche quello della sua definizione e qualificazione). Hanno ragione Badiou e Cacciari: la filosofia non può nulla. La filosofia non può modificare il corso degli eventi, la filosofia non può prevenirli, la filosofia non può nemmeno consolare gli animi. Ciò che forse può fare la riflessione filosofica è aiutare le menti ottenebrate degli umani a vedere con maggior chiarezza quel che hanno davanti (o sotto i loro piedi o alle loro spalle o dentro di loro), anche se in un senso radicalmente diverso da quello della scienza. Ecco, la scienza può provare a prevenire, modificare, curare, salvare (anche se non è detto che ci riesca), la filosofia no. La religione può provare a consolare, confortare, rasserenare, ma non la filosofia. Compito della filosofia è solo quello di dire il vero, o di provarci. La verità, una parola che può anche svelare cose che non vorremmo né vedere né sapere.
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