Bartleby l’antivaccinista

Tolti i guerrafondai, i crociati e i fanatici vaccinisti, quelli che augurano ai non vaccinati di ammalarsi e di morire (sperabilmente una piccola minoranza irrazionale, che si rispecchia nella fazione avversa più fanatica) – direi che ci sono grosso modo due linee di argomentazione che vengono rivolte agli indecisi, scettici o riluttanti boh-vax:
a) la linea moralistica: devi vaccinarti per ragioni di responsabilità nei confronti della società, dei nonni, dei fragili, del futuro, degli studenti, ecc. ecc.
b) la linea scientifico-razionale: devi vaccinarti perché lo dice la scienza, è sicuro, i dati ci dicono questo, è l’unica strada percorribile. ecc.ecc.

Continua a leggere “Bartleby l’antivaccinista”

Covid, scienza, filosofia

1.jpg

Tra le molte fratture createsi nel corso della Pandemia da Covid-19, c’è anche quella tra scienza e filosofia. In verità si tratta di una ruggine antica, nonostante i buoni propositi di parte degli scienziati e parte dei filosofi affinché si stabiliscano spazi di dialogo anziché di divaricazione. Ma il Covid sembrerebbe aver spazzato via anche queste buone intenzioni, tanto più che di fronte al virus appare dominante sulla scena l’apparato tecnoscientifico. “Ci pensiamo noi”, col sottinteso “è meglio se voi state zitti” – questo sembra lo slogan ricorrente, insieme all’erezione del rigore dei dati e delle evidenze come unico strumento valido non solo ad affrontare praticamente ma anche a comprendere l’epidemia.
Ora, è chiaro che i filosofi – mi riferisco in particolare a quelli nostrani, nella fattispecie alle filostar – non hanno brillato in questi 20 mesi. D’altro canto la logica concorrente è stata quella delle nascenti e performanti virostar, ed evidentemente non c’era gara.
Continua a leggere “Covid, scienza, filosofia”

Apolidia

Edvard_Munch_Urlo_1893_Oslo

Scrive Simone Weil nel 1943: «Le ‘radici’ dell’essere umano stanno nella sua partecipazione attiva e naturale all’esistenza di una comunità capace di conservare i tesori del passato accanto a una qualche visione del futuro» – e lo scrive in piena epoca di sradicamento.
Quasi 80 anni dopo, la domanda rimane identica: c’è una qualche forma di comunità – e di ‘tesori’ – cui il singolo sente di appartenere insieme ad una visione futura?
Io fatico a vederle.

Si mettono in campo di continuo i concetti, che appaiono opposti e sempre più divaricati, di individuo e comunità, libertà e regole comuni: in una situazione di emergenza sanitaria, si dice, o in quelle a venire climatiche, ecosistemiche ed ambientali, l’individuo non può essere libero di decidere, è la comunità a dover decidere innanzitutto, perché qualunque atto del singolo genera a catena conseguenze che riguardano tutti i componenti della comunità.
Il problema è che già prima non esisteva (o meglio, era in profonda crisi) una comunità, laddove lo stato sociale recedeva per mantenere esclusivamente la governamentalità, il potere coercitivo, la garanzia degli interessi economici di una parte.
Continua a leggere “Apolidia”

Passioni pandemiche (con paradosso)

La pandemia smuove essenzialmente passioni. È fatta sì di biologia, dati, scienza, statistiche, grafici, tabelle, strategie, elementi materiali, economia che si contrae o – come succede ora – che torna ad espandersi – è fatta di tutto questo complesso di elementi razionali, ma per lo più viene vissuta in modo passionale.

Tralascio di parlare della prima passione che si prova, ovvero la paura, con tutti i sentimenti correlati, dall’ansia al terror panico all’angoscia al proliferare di fobie immaginarie. Il passato ci mostra molti esempi in proposito, con un ricorrente prevalere dell’irrazionalità. Tutto questo è ampiamente noto, lo abbiamo studiato nei libri di storia, senonché ora ne siamo travolti. Ci siamo dentro.

Ma è un altro aspetto a colpirmi, ovvero la modalità emotiva prevalente nel porsi di fronte alle argomentazioni, nel respingerle, oppure recepirle e poi farle proprie, o anche nell’ignorarle: proprio perché occorre scacciare la paura, si mette in campo la fiducia, con le sue gradazioni, dalla fede cieca, anch’essa irrazionale, fino ad una fiducia critica e condizionata, avvertita, frammista di ragione e passione. Oppure la totale sfiducia, lo scetticismo, il proliferare dell’immaginazione. Vi è poi anche una forma di difesa estrema, l’indifferente ritrarsi in sé.
Continua a leggere “Passioni pandemiche (con paradosso)”

Burocrazia sanitaria

La medicalizzazione della vita va grottescamente mutando in una burocratizzazione sanitaria ottusa e volta a garantire la sola cosa che conta nel sistema capitalistico: non la salute psicofisica dei cittadini, ma l’attitudine a produrre e consumare degli atomi individuali che lo compongono.
La sequela di procedure, per lo più inefficaci a sconfiggere l’epidemia, sta lì a dimostrarlo: lockdown, tracciamenti, misurazione ossessiva della temperatura, mascherine, lavaggio e disinfezione compulsiva di ogni cosa, colori e misure restrittive di ogni tipo, muro vaccinale sperimentale (con liberatoria) e ora carta vaccinale (con obbligo vaccinale indotto – ma paraculo – per chi desidera produrre e consumare fino allo sfinimento).
In attesa di vedere il prossimo slittamento del significato di sanità pubblica.
Purtroppo non esistono controprove empiriche per sapere che cosa sarebbe successo qualora si fossero perseguite politiche socialiste e davvero comunitarie (in qualche paese lo si è fatto, ma con stili di vita molto diversi da quelli occidentali).
Ma il punto è che la burocratizzazione ossessiva della vita continuerà per la sua strada, senza farsi alcuna domanda, e senza farsi scalfire dai dubbi – bollati come antiscientifici o antilluministici – se non relativi ai punti di PIL perduti o guadagnati.
Nel frattempo il terrore per la propria immunità e incolumità – funzionale a produrre consumare e non crepare mai – è penetrata nella mentalità comune ad un livello che non ha precedenti, e pronta a generare guerre civili striscianti (per ora solo immaginarie). Guerre tra poveri, mentre i ricchi ingrassano. E finché il pianeta non si darà uno scossone per ricordarci che siamo mortali, anzi mortalissimi.

Impersonale

Ciò che in questo anno e mezzo ha del tutto squilibrato la percezione di sé e del collettivo – della tradizionale dialettica tra libertà individuale e pressione sociale – sta tutto nel termine “popolazione” indicato a suo tempo da Foucault.

Io/noi sono ridotti nelle società di massa avanzate a popolazione, cioè a dati e variabili statistiche relativi alla mera potenza biologica, alla malattia, alla mortalità. Non conti tu, non conta la società, contano solo i numeri. Gli individui e i loro referenti comunitari spariscono, vengono inghiottiti dalle tabelle e dai grafici. Ed è questo che spiazza di più. Le epidemie mutano la percezione di sé e della comunità, a prescindere dal peso dei termini relativi, in qualcosa di terribilmente impersonale: la mera sopravvivenza biologica ben rappresentata dall’ordine della sanità pubblica. Popolazione che si autogoverna. In Foucault era intuizione teorica, ora è percezione plastica.

In una situazione “normale” il singolo potrà sempre eccepire, dirsi libero, rifiutare di obbedire, vivere una classica dialettica di conflitto con lo “stato” precedente, in vista di uno “stato” nuovo. È la storia così come ce la immaginiamo (anche se non è detto che sia così).
Quel che stiamo vivendo ora annulla del tutto i termini di quella dialettica (pur immaginaria). Io e noi sono governati da forze ben più necessitanti. Quasi fosse un ritorno allo stato di natura.

Il pericolo che vedo all’orizzonte è che la dialettica conflittuale su cui la modernità politica si è costituita, venga azzerata e sostituita da mere potenze governamentali. Un impersonale che non è il <<bello, giusto, vero, eguale>> di Simone Weil, la risoluzione della logica spartitoria io/collettivo – ma l’anonimo meccanismo che si limita a replicare e conservare le nostre banalissime vite. Immuni e interminabili.

Sono forse un po’ uscito dal tema iniziale, ma il focus del mio intervento sta in questo: tutte le discussioni su che cosa sia libertà, su dove cominci o finisca, vanno sempre messe in relazione a che cosa intendiamo per società e bene comune. Senza questa correlazione, la libertà è un concetto che gira a vuoto.

Interdetto sulla morte

1

Ho appena riletto La morte di Ivan Il’ di Tolstoj, dopo aver scoperto un piccolo scritto di Sciascia intitolato “La medicalizzazione della vita”, contenuto nella raccolta Cruciverba, edita da Einaudi nel 1983.
Sciascia ne parla a proposito della propria esperienza vissuta di un passaggio cruciale del Novecento, che ha avuto ritmi diversi a seconda dei luoghi e dei contesti culturali, ovvero “il ricordo del passaggio da un’idea della morte all’interdetto sulla morte” – e paragona questo passaggio a quello dal lume a petrolio alla luce elettrica, quando aveva provato un vero e proprio senso di inondazione.
La medicalisation de l’idée de la vie è evocata dal medievista francese Philippe Ariès, e Sciascia la vede realizzarsi in Sicilia tra gli anni ‘30 e ‘40 – così come ne vede i primi chiari segni proprio nel racconto di Tolstoj (la stesura definitiva è del 1886). Sono due gli elementi essenziali su cui vorrei qui riflettere: in primo luogo questa nuova figura dell’interdetto sulla morte che nel racconto si presenta fin nelle prime pagine, con il sentimento di fastidio provato dai sopravvissuti (in primis dalla moglie del protagonista) nei confronti di quella morte che aveva osato incrinare l’ordine e il decoro borghese; e in secondo luogo sulla sovrapposizione delle figure del giudice e del medico.
Continua a leggere “Interdetto sulla morte”

(Ir)rilevanza

Uno dei cortocircuiti di quest’epoca schizofrenico-pandemica, è la percezione della rilevanza statistica. Questione tipica ed annosa delle società di massa, che però ha raggiunto ora vertici parossistici.
Da una parte ci si dice che ogni vita ha valore, e che dunque quella che Canetti definiva come scandalosa “conta dei morti”, è inaccettabile. Dall’altra si sente il ritornello della ricorrenza statistica e del rischio calcolabile, e della comparazione dei rischi – com’è ad esempio il caso della vaccinazione di massa (in particolare nel caso del Covid, ovvero di una sperimentazione di massa senza precedenti nella storia).
La nostra è una società essenzialmente fondata sul valore del singolo, che viene prima del collettivo – salvo scoprire che è solo un collettivo brutale a proteggere il singolo dalle crisi estreme, come abbiamo di recente sperimentato.
Dunque, sentire che si è comunque un numero, una probabilità, una ricorrenza statistica genera un profondo malessere – soprattutto quando la ricorrenza non è astratta, il “prossimo”, ma sono io o uno dei miei cari.
Occorre infine ricordare che è nella natura delle società di massa essere trattate come “popolazione” – ce lo ricorda Foucault – e che dunque “io” sono uno dei numeri e delle variabili della popolazione, né più né meno. E che una pandemia – da questo punto di vista – non uccide dei singoli, ma modifica le statistiche demografiche, abbassando l’aspettativa di vita.
Infine, elemento più brutale e duro da accettare: in quanto nati (e finiti e fragili e limitati) siamo sempre esposti al rischio, a prescindere dalla sua calcolabilità, prevedibilità, e da tutte le strategie protettive o di profilassi messe in campo – anche nel più efficiente degli stati sociali. Siamo mortali. Destinati a morte certa. Inutile rimuoverlo.

Demos

La Cina ripristina la possibilità di fare il terzo figlio (non molto tempo fa il governo impediva che si facesse il secondo), l’Europa – e specialmente l’Italia – è in netto declino demografico: ma la popolazione globale è in continua espansione, anche se frenata dal controllo delle nascite e da altri fattori. Credo che la questione demografica sia la più cruciale del XXI secolo.

Sfioriamo gli 8 miliardi, e i modelli previsionali ci dicono che nel corso del secolo continueremo a crescere fino a 9 e forse 10 miliardi. Nel 10.000 a.C gli homo sapiens erano sì e no un milione; nel 1000 a.C 50 milioni, nel 1000 d.C. 400 milioni, nel corso del XIX secolo abbiamo tagliato il traguardo del miliardo, raddoppiando 100 anni dopo.

Ma è quel che succede dal 1950 in poi – epoca della “grande accelerazione” – a fare impressione: l’ulteriore raddoppio è avvenuto in meno di mezzo secolo. Ovviamente tutto questo è stato possibile grazie a scienza, tecnica, progressi economico-materiali, i quali a loro volta sono stati possibili grazie all’aumento della popolazione – in un circolo virtuoso (o vizioso, a seconda dei punti di vista) senza precedenti.

Gli elementi quantitativi da tenere d’occhio sono però due: non solo la progressione numerica, ma anche quella dell’età media e della speranza di vita. Anche in questo caso – pur nella diversità, talvolta enorme, delle aree geografiche e dell’accesso alle risorse – le statistiche ci parlano di una progressione impressionante. È la pesantezza di questo doppio numero a schiacciare gli ecosistemi.

Occorrerebbe forse auspicare il ritorno della trimurti guerre-carestie-pestilenze? (per inciso, il covid ha influito in maniera minima sulle dinamiche demografiche, data la tutto sommato bassa letalità). Ovviamente no. È però altrettanto irresponsabile procedere con questi numeri e, soprattutto, con questo modello rapace e distruttivo di risorse e ambienti naturali. La scommessa – il dilemma – è quindi: è immaginabile un altro modello sia demografico che produttivo e di consumo che eviti l’abisso?

Non abbiamo più molto tempo.

Dopo-follia

Nel corso degli anni ’50 negli Stati Uniti ci fu una corsa per sconfiggere la poliomielite che colpiva migliaia di bambini, specie d’estate: le scoperte di due diversi vaccini anti-polio da parte di Jonas Salk e Albert Bruce Sabin furono salutate dal giubilo popolare e da una grande mobilitazione collettiva. I bambini vennero sottoposti ad una sperimentazione di massa, che finì per metterli in sicurezza. Entrambi gli scienziati rinunciarono al brevetto: Salk rispose a un giornalista che gli chiedeva chi ne fossero i detentori, con la celebre frase «Le persone, direi. Non c’è un brevetto. Puoi forse brevettare il sole?»; e Sabin lanciò provocatoriamente il suo vaccino, che poi venne preferito a quello di Salk, nel blocco sovietico, in piena guerra fredda.
Che cosa è cambiato dopo 70 anni? Come mai non ci sono state manifestazioni di gioia, esultanza, sollievo, alla notizia delle scoperte dei vaccini anti-Covid, in un tempo peraltro molto breve, che non ha avuto precedenti nella storia della medicina?
Continua a leggere “Dopo-follia”