Archive for the ‘BIOEPOCA’ Category

Il complotto della cosa

giovedì 21 maggio 2020

È innanzitutto la lingua ad essere impestata, scriveva Givone molto opportunamente alcuni anni fa.
Uno degli aspetti più controversi del dibattito sul Covid riguarda le tesi complottiste in circolazione: scienziati e tecnocrati – in combutta con oscure cosche politico-affaristiche – non ci stanno dicendo la verità, e soprattutto stanno brigando per stabilire un nuovo ordine in cui vigerà un ulteriore livello del controllo sociale (praticamente totale). In tale operazione è cruciale l’uso dei dati – numeri e statistiche generati e/o manipolati ad arte. A tal proposito si vanno creando strane alleanze e convergenze (ma anche questa non è una novità), tra complottisti di destra e di sinistra, neopopulismi strampalati con finalità diverse, ma con una visione ed un sottotesto comuni (che fa però venire dei dubbi anche sulla diversità degli scopi): del resto è proprio l’evocazione delle masse, dei popoli (e, per contro, delle élites) ad essere diventata confusa e problematica.
Ora, che in ogni vicenda umana ci siano dei materialissimi interessi in gioco mi pare una verità ovvia e incontrovertibile: ma per questo basta rileggere qualche pagina di Marx, non c’è alcun bisogno di scomodare fumose teorie complottarde. Altro discorso è porsi il problema dell’impatto di medio e lungo periodo – sul piano sociale, economico, psicologico, culturale, antropologico – di una crisi globale come quella in corso: chi ne trarrà utilità? come si trasformerà il mondo del lavoro? quali le conseguenze geopolitiche? Di sicuro la pandemia post-virale non colpirà tutti allo stesso modo: ed è qui che serviranno analisi e forza critica, nonché un uso accorto della razionalità – quanto di più lontano dal complottismo dilagante.
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Libito fé licito

martedì 28 aprile 2020

Traccio un triangolo, e nomino ciascun vertice coi seguenti nomi: scienza, filosofia, desiderio. La trovo una figura interessante. E che abbia a che fare con il tempo del contagio. Ora spiego perché.
Partiamo proprio dal tempo sospeso che stiamo vivendo: l’epoca del contagio ha fatto collassare innanzitutto il tempo (o i tempi plurali della nostra vita). Si è detto in tutte le salse che la prima sensazione è proprio quella della sospensione, del congelamento, della contrazione (insieme alla dilatazione spaziale, orrendamente simbolizzata dal distanziamento sociale).
Il primo vertice temporale allude all’appuntamento quotidiano – anzi costante e pressante e saturante – con la scienza, che scandisce il tempo del contagio. Virologi, epidemiologi, infettivologi, ricercatori e scienziati sono assurti a sacerdoti di questo tempo. I tempi (e la curva) del contagio, la corsa per trovare la cura, i tempi del vaccino – che forse (ma non è sicuro) ci immunizzerà.
Il secondo vertice è il più sfuggente, problematico – e senz’altro inutile. Sull’inutilità della filosofia si è detto molto – inutile in quanto non finalizzata, non specializzata, non piegata ad uno scopo determinato, perché se si tratta di indagare la verità e il senso delle cose non ci può essere di nessuna utilità immediata. Ecco: partiamo proprio da questo sfuggire della filosofia alle dinamiche comuni della temporalità per ricostruire il triangolo e dargli un significato compiuto.
Inutile chiedere alla filosofia di darci una risposta ora. La filosofia non ha risposte immediate o istantanee (se le avesse sarebbe una filosofia truffaldina, una non-filosofia) – e quando ne ha sono risposte spesso scomode, che ambiscono a valere sempre, o mai, o comunque in una dimensione temporale altra rispetto al qui e all’ora dello scopo, della finalità – dell’utilità, come si diceva prima. Mai, perché potrebbe non arrivare la risposta attesa o potrebbe essere rinviata all’infinito, in un’eco insopportabile della domanda. La filosofia – per quanto rifletta sul tempo ed è, hegelianamente, il tempo appreso e concentrato in se stesso – ha a che fare con la dimensione dell’intemporale, dell’eterno. Se si vuole, del mistero e dell’ignoto.
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Carbonio

giovedì 16 aprile 2020

La domanda che Giorgio Agamben pone – anche se ad alcuni può apparire assurda o grottesca – a me pare invece chiarissima e ben fondata sul piano filosofico: è o non è accettabile ridurre la persona umana a un puro corpo biologico da difendere a tutti i costi, sospendendo gli affetti, le relazioni, la pietà per i cari estinti, la libertà ontologica che attiene a ogni forma di vita? Insomma, è o non è accettabile separare il corpo sano dal suo essere anche un soggetto spirituale?
La sua risposta è no, non lo è, mentre quella corrente, della stragrande maggioranza, è sì, è accettabile, anzi necessario.
E a chi gli obietta che tale sospensione e scissione è solo temporanea, la replica è ogni volta che no, non lo è, e che anzi lo stato di eccezione rifonderà l’umano in altro modo, senza poter tornare indietro. Un ibrido con le macchine a base di carbonio. Molto carbonio e poca anima.

Il re nudo: una nota a proposito dell’invisibilità

martedì 14 aprile 2020

Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo,
Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono.
[J. Saramago]

Se è vero, come argomentato da Sergio Givone, che esiste una metafisica della peste, cioè il manifestarsi nel corso delle epidemie di qualcosa che eccede la mera fisicità biologica del male, e che addirittura evoca la domanda sul senso dell’essere (o sulla sua insensatezza) – allora non dovrebbe apparirci strano il paradosso che si genera a proposito dell’invisibilità: un morbo invisibile che rende visibile l’invisibile, ciò che per lo più non si vede – o perché è l’orizzonte (la struttura sottile) nel quale ci troviamo a vivere, o per una nostra pregressa e consolidata cecità o – più radicalmente – perché ha a che fare con il sottosuolo mistico e inafferrabile delle cose (quel che un tempo si chiamava verità).
Avevo un po’ fumosamente attribuito alla figura dello straniamento – la prima tra le parole del contagio ad essermi venuta in mente – la situazione ai limiti dell’assurdo che si va producendo nel corso di una pandemia: il mondo di prima viene sospeso e messo tra parentesi e nel corso di questa sorta di epoché fenomenologica, qualcosa di apparentemente nuovo, inedito, strano – perturbante – ci si mostra all’improvviso. Molti, anche sui social, hanno ad esempio parlato di ritorno all’essenziale o di uscita dal superfluo; lo hanno fatto magari solo in modo superficiale o sull’onda di facili slogan, ma è il caso di andare a vedere cosa sta dietro a queste reazioni, emotive prima ancora che razionali. Credo che proprio la dialettica tra visibile e invisibile cui alludevo sopra, renda più chiare queste sensazioni di straniamento o cortocircuiti della cosiddetta normalità.
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Caste biologiche

venerdì 10 aprile 2020

Essendo precipitati in un tempo e in uno spazio ignoti, contrassegnati dall’invisibilità del “nemico”, si moltiplicano le metafore utilizzate dalla nuova santa alleanza politico-medica, sia per descrivere quel che accade sia per ordinare quel che dovrà accadere. Com’è noto, la retorica prevalente è quella militare, che avrà ricadute sociali pesanti. Si insinuano poi nei linguaggi dei virologi e dei politici altre metafore volte a costruire gli scenari futuri (le famose fasi 2 e 3): una ricorrente è la “patente di immunità” – anche se uno scienziato italiano qualche sera fa ha specificato che sarebbe meglio parlare di “foglio rosa”.
Queste immagini, che hanno l’apparente funzione di deviare o alleggerire l’asfissiante stato di emergenza, prefigurano in realtà pericolosi esiti di ingegneria sociale e di governo biopolitico della società. Intendiamoci: una società di massa è organizzata a priori per essere addomesticata, immunizzata e biotecnologizzata, e lo è ontologicamente, ovvero o si dà con quelle condizioni o non si dà. Le alternative sono comunque al di fuori dell’imperante logica hobbesiana dello stato (ovvero del decisore ultimo delle vite individuali nel nome di un interesse superiore di potenza collettiva). E al momento queste alternative – anche solo immaginate – sono ridotte pressoché a zero.
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Le parole del contagio in video: dedicato agli amici e amiche del gruppo di discussione filosofica (e non solo)

lunedì 6 aprile 2020

Le parole del contagio

lunedì 30 marzo 2020

La morte – come da un’alta vetta –
riformula i criteri di giudizio
e ciò che non credemmo
ora scorgiamo chiaro
(Emily Dickinson)

«Non ho visto, pertanto, nient’altro da fare che provare, come chiunque altro, a sequestrarmi a casa mia e nient’altro da dire che esortare chiunque altro a fare lo stesso», così scrive Alain Badiou.
E alla domanda: “Che cosa possiamo imparare dal virus?”, Massimo Cacciari risponde seccamente: Nulla. A stare fermi un po’. Cosa volete imparare? Basta con questa retorica che dalle difficoltà si esce migliori. Il nostro cervello è lo stesso di 100.000 anni fa…

Qualcuno si sarà senz’altro chiesto che cosa può dire o fare la filosofia di fronte ad un evento come quello che stiamo vivendo, così violento e inaspettato (uno dei problemi è anche quello della sua definizione e qualificazione). Hanno ragione Badiou e Cacciari: la filosofia non può nulla. La filosofia non può modificare il corso degli eventi, la filosofia non può prevenirli, la filosofia non può nemmeno consolare gli animi. Ciò che forse può fare la riflessione filosofica è aiutare le menti ottenebrate degli umani a vedere con maggior chiarezza quel che hanno davanti (o sotto i loro piedi o alle loro spalle o dentro di loro), anche se in un senso radicalmente diverso da quello della scienza. Ecco, la scienza può provare a prevenire, modificare, curare, salvare (anche se non è detto che ci riesca), la filosofia no. La religione può provare a consolare, confortare, rasserenare, ma non la filosofia. Compito della filosofia è solo quello di dire il vero, o di provarci. La verità, una parola che può anche svelare cose che non vorremmo né vedere né sapere.
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La socialità ai tempi del colera

lunedì 2 marzo 2020

Non credo sia possibile prevedere quali effetti avrà nel breve e medio periodo l’emergenza sanitaria in corso, sia per quanto concerne i comportamenti psicosociali, sia per l’impatto economico – anche perché è ancora incerta la sua evoluzione. Credo però si possano già delineare alcuni temi su cui occorrerà riflettere, e che attengono ad una sfera più ampia e a tempi più lunghi. Ne schizzo brevemente almeno tre, di complessità crescente:

1. A dispetto dell’apparente predominio di forme di vita egocentriche e narcisistiche, funzionali all’ideologia neoliberista del produci consuma crepa – emerge chiaramente come la socialità, proprio nel momento in cui viene inibita per cause di forza maggiore, si riveli un elemento ancora vitale della convivenza, nonostante l’avvento delle società anonime ad automatizzate di massa. Socialità sia in termini di quotidianità conviviale, vita comune, cultura, spazi di socializzazione, bisogni di attenzione; sia anche per quanto concerne la messa in comune di pratiche, saperi, conoscenza, parallelamente ad una difficile resistenza alla saturazione comunicativa: general intellect, per dirlo con una antica e felice espressione.

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Antropocene 6 – Il linguaggio (e ciò di cui non si può parlare)

lunedì 18 marzo 2019

Linguaggio-della-mente

Ciò su cui rifletteremo stasera sarà la funzione del linguaggio nel contesto antropologico (o meglio antropogenetico) che abbiamo fin qui discusso: come agisce il linguaggio nella costruzione di quella seconda natura che l’uomo edifica sulle proprie basi biologiche, per “liberarsene”, o per allentarne le catene?
Le domande essenziali che potremo farci riguardano quindi la natura del linguaggio – o meglio: della facoltà di linguaggio, ovvero di quello strumento universale che caratterizza la specie homo sapiens per lo meno fin dalla rivoluzione cognitiva (e che probabilmente l’ha resa possibile), ma le cui origini appaiono ancora avvolte dal mistero:
-perché compare il linguaggio?
-che cos’è il linguaggio?
-ha a che fare con la biologia o con la cultura? è per natura o è per convenzione?
-in che cosa si differenzia dai linguaggi e dalle forme di comunicazione delle altre specie animali?
-che rapporto c’è tra linguaggio e pensiero?
-qual è l’influsso del linguaggio sugli individui e come gli individui si rapportano al linguaggio?
-è il linguaggio una tecnica?
-possiamo vivere senza linguaggio?

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Antropocene 5 – Homo deus

sabato 16 febbraio 2019

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Il termine Antropocene fu coniato negli anni ’80 dal biologo Stoermer, e ripreso dal chimico olandese Paul Crutzen nel 2000 per sottolineare il cambio di paradigma nella definizione delle ere geologiche: non siamo più nell’Olocene, ma nell’Antropocene, cioè nel periodo in cui è la specie umana a determinare le condizioni generali di vita nel pianeta. Questo smottamento è dovuto essenzialmente alla principale delle caratteristiche specie-specifiche di homo sapiens, la più variabile delle sue invarianze biologiche, ciò di cui parleremo principalmente stasera – Nostra Signora Tecnica.

Possiamo ritenere che la tecnica [dal greco téchne: arte, saper fare,  da intendersi sia come imitazione che come manipolazione della natura: ciò che è artificiale ed artefatto, contrapposto a naturale] sia la facoltà di costruire protesi e dispositivi, la potenza di agire sull’ambiente esterno e su di sé (a fini adattativi e trasformativi) – ciò che è coessenziale alla stessa natura umana. Ovvero: l’essere umano non è concepibile senza le proprie capacità tecniche, non esiste un homo sapiens che non sia tecnico.
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