Archive for the ‘BIOEPOCA’ Category

La coscienza del porridge freddo

mercoledì 31 ottobre 2018

consciousness

La Dichiarazione di Cambridge sulla Coscienza, stilata il 7 luglio 2012 da un insigne gruppo di neuroscienziati, riconosce come non esclusivi degli umani gli stati coscienti, a partire dall’osservazione che condividiamo con molte specie (tutti i mammiferi, tutti gli uccelli, “e molte altre creature, compresi i polpi”) i substrati che generano la coscienza, facoltà che non viene nemmeno preclusa dall’assenza di neocorteccia.
D’altro canto fa un poco sorridere la constatazione, in apertura del testo,  che le ricerche comparative vengono ostacolate dall’incapacità (inability) animale (e spesso umana) “di comunicare prontamente e chiaramente riguardo ai propri stati interni” – come a dire che gli scienziati lamentano una certa riluttanza nei soggetti ad esprimere compiutamente la propria soggettività in relazione alle necessità della scienza oggettiva.
Quasi si trattasse di una nuova accolita di preti, ma molto più acuti ed illuminati dei precedenti, che armata di microscopi e strumenti sofisticati, pretende di poter frugare nella coscienza di tutti i viventi, così da portarne alla luce i misteri più reconditi – dimenticando, però, un’ovvietà: o è coscienza o è oggetto. Né io né il polpo, cioè, ci facciamo ridurre ad un sostrato neurale – anche se non ci fa affatto specie (per quanto io ne sappia e per quanto mi immagini del polpo) che i nostri più splendidi ed evoluti stati coscienti emanino similmente da quella comune materia grigiastra e molliccia, che a qualcuno ricorda il tofu e a qualcun altro del porridge freddo.

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Antropocene – 1. Che cos’è la coscienza?

mercoledì 17 ottobre 2018

1. Possiamo introdurre il percorso di quest’anno partendo dalla celebre espressione di Kant che ho scelto come titolo generale – “il cielo stellato sopra di me, la legge morale in me” – contenuta nella conclusione della Critica della ragion pratica: le due direzioni dello sguardo cui qui si allude – fuori di me (il cielo stellato) e dentro di me (la legge morale, ma, più in generale l’intera sfera mentale, sia emotiva che razionale) – riguardano proprio la duplicità costitutiva della coscienza.
La coscienza è esattamente questo duplice modo di sentire e di considerare l’esistenza, uno rivolto all’interno e uno all’esterno. Che è come dire che la duplicità di corpo e mente (o anima o coscienza) è già contenuta nella coscienza stessa, che sembra quasi sdoppiarsi e fondare questa dicotomia.
L’esame di questa duplicità – che è anche un’opposizione – costituirà il nostro percorso di quest’anno, che avrà così un carattere insieme filosofico ed antropologico: natura e cultura – insieme a corpo e mente, materia e spirito – saranno i due poli principali di questa oscillazione originaria della coscienza.
Ho detto “originaria”, ma occorrerà verificare esattamente che cosa qui si intende per origine.

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Ricominciano i lunedì filosofici

martedì 18 settembre 2018

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Volantino gruppo discussione filosofia 2018-19

Biodeterminazione

venerdì 15 dicembre 2017

Questo blog era nato sotto gli auspici del più anarchico e provocatore dei filosofi – quel Diogene di Sinope che sopportava così poco di essere pre-determinato (soprattutto dal potere e dalla pressione dei costumi correnti) da voler decidere di morire mordendo il respiro: nemmeno la natura, che pure i cinici prediligono contro il nòmos della polis, deve poter decidere di me! Può suonare tracotante e smisurata questa affermazione di autodeterminazione – ma certo lo sono molto di più le pretese o le vocazioni di altri: dio, la religione, lo stato, la casta dei medici e degli scienziati, le macchine: perché mai costoro dovrebbero sostituirsi a me (e alla natura), per plasmare e riplasmare la forma di vita che sono, decidendone modi e confini?
Era dunque sacrosanto – e atteso da troppo tempo – che anche questo paese bigotto e retrivo si dotasse di una legge minima a tutela di questa irrinunciabile autonomia e libertà dei singoli. Già nessuno ha richiesto di nascere – per lo meno che si possa decidere di morire se si ritiene che la vita (medicalizzata e allungata oltre ogni senso e misura) sia diventata intollerabile.
Non c’è in questo nessuna ideologia di morte, nessun nichilismo, nessun cupio dissolvi – molto più mortifere e distruttive, semmai, le pulsioni umane ad occupare e ammorbare il pianeta e a spadroneggiare sulla natura in un crescente delirio di onnipotenza. Una morte pietosa e ragionevole – sazi di giorni e di affetti, non di cose – dà forma a una vita ragionevole, e viceversa. Me lo ha insegnato silenziosamente mio padre, che desiderava morire non certo perché odiasse la vita, ma perché era esausto di una vita determinata da potenze estranee, biochemiomedicalizzata, che non sentiva più essere la sua forma di vita.

Dopo Homo sapiens

lunedì 27 novembre 2017

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Non so bene se qualificare quella di Leonardo Caffo – giovane e promettente filosofo italiano (di cui avevamo parlato qui) – una “utopia post-umana”, tanto più che questi termini avrebbero necessità di essere ridefiniti in maniera accorta. In questa Fragile umanità, ad essere senz’altro suggestive sono le immagini-anticipazioni derivanti dall’antispecismo (una tradizione di pensiero che, seppur recente, vede ormai irrobustirsi le proprie basi argomentative), sintetizzabili in un recupero dell’animalità diversa da quella propugnata da Nietzsche, ovvero una “presenza a sé” (Rousseau la chiamava “sentimento dell’esistenza”) che può però realizzarsi solo nel superamento della scissione posticcia umano/animale, e in un ritorno alla corporeità.
La tesi forte del saggio è la convinzione che la storia di Homo sapiens sia ormai giunta al termine, e che stia agendo – in contemporanea – una nuova speciazione laterale nata dalla consapevolezza di questa imminente fine: un’autoestinzione fortemente voluta ed annunciata, se è vero che la specie dominante, con le sue pratiche espansive, predatorie e colonizzatrici ha ormai consumato l’habitat necessario al suo stesso stare al mondo, e ha generato un vero e proprio sistema autoimmune, non più in grado di discernere ciò che danneggia sé e l’ambiente.
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No vax? No doxa!

sabato 29 luglio 2017

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A proposito di vaccini, vaccinisti e antivaccinisti, no-vax, vax critici e dintorni, stavo per scrivere un post ragionato e articolato, che avrei voluto intitolare “La piccola guerra civile”, nel quale avrei parlato di ragion di stato, diritto alla salute, conflitto tra bene comune e bene individuale, biopolitica, stato immunitario, scientismo e antiscientismo, concetto di decisione, autodeterminazione e simili (argomenti non certo sviscerabili nelle poche righe di un post).
Mi è poi venuta in mente la Repubblica di Platone, in particolare quel punto del libro IX dove l’esimio filosofo vorrebbe istituire i nidi di stato, strappando così i figli alle madri (ma anche ai padri), e rendendoli fin da subito beni comuni indisponibili alla famiglia (Platone utilizza l’espressione “partorire per lo stato” e “generare per lo stato”) – e allora ho lasciato perdere.
O meglio: ho pensato che l’idea di Platone, al netto dell’eugenetica protonazista ivi contenuta, non sarebbe poi così male, dato che i figli non son certo proprietà dei genitori.

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Corpi biochemiomeccanici – e dissociati

giovedì 6 aprile 2017

Userò la condizione esistenziale di mio padre – violando così la sua privacy o velatezza, del resto lo avevo già fatto alcuni anni fa – senza alcun trasporto emotivo (nella misura in cui ci riuscirò), nella maniera più oggettiva e lucida possibile. Anche perché credo sia, almeno in parte, il suo stesso modo di guardarla. Come se cercasse parole per dirlo e concetti per descriverla – che proverò a prestargli con gli strumenti della filosofia.
Non che la filosofia non debba o non possa essere emotiva (noi siamo sempre in una condizione esistenziale connotata da una certa tonalità emotiva, come direbbe Heidegger) – ma qui occorre innanzitutto fingere l’espunzione dei sentimenti (e del sentimentalismo), prosciugare e ridurre all’osso, cercare l’essenziale. Impietosirsi non serve a capire, anzi sarebbe persino fuorviante.
Parliamo, cioè, della condizione esistenziale di una moltitudine crescente di anziani (ma non solo) integralmente medicalizzati. Un tempo “si moriva” dopo essere vissuti. Oggi si muore vivendo, o si vive morendo. I confini netti (e dialettici, dunque coessenziali) di morte e vita son più sfumati – ma, soprattutto, si sono andate costituendo nuove forme di vita, in una crescente commistione di biologia, chimica e meccanica. Corpi biochemiomeccanici hanno preso il posto degli antichi corpi naturali.
Ciò è sicuramente un progresso – non “si muore” più per caso, o si muore meno – si vive più a lungo, ci si conserva meglio – la quantità è salvaguardata. Ma che ne è della qualità?
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SON DIECI ANNI! (Il blog ragazzino – di un io in declino – stretti tra il forse e il magari)

giovedì 9 febbraio 2017

moriconi-1

“…in lui una sola attitudine certissima:
consumare [ogni cosa] e odiare qualsiasi cosa gli impedisca
uno smodato consumo di qualche cosa”
[A.M. Ortese]

Dieci anni sono passati, giusto oggi, dal primo articolo pubblicato su questo mio diario filosofico un po’ anomalo. Fin dall’inizio ho rilevato la stranezza del filosofare in rete: venendo dal secolo della carta, dal mondo dei libri, degli appunti presi a mano, della lenta fatica del pensiero – ho subito avvertito la contraddizione di riversare in un ambito così liquido, anzi aereo, tentativi di riflessione che tradizionalmente si servivano di altri canali comunicativi, e di consolidati linguaggi millenari.
Oggi mi fa un po’ sorridere questa considerazione, alla luce di quel che è avvenuto nel decennio trascorso con l’avvento dei social media, e a conti fatti quel che un tempo mi pareva uno strumento fin troppo veloce e “consumistico” (sia nei ritmi di pubblicazione che in quelli della discussione), mi appare oggi un angolo tranquillo e quasi paradisiaco. I guastatori e i narcisisti si sono nel frattempo spostati armi e bagagli su facebook, liberando così i blog da quell’insopportabile ansia di protagonismo, che se ne ha ridimensionato la portata webepocale ha anche restituito loro un ritmo più pacato e una dimensione più intima, che non mi dispiace affatto.
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Criogenesi mentale

mercoledì 25 gennaio 2017

zerokAvevo preso in mano lo scorso novembre con la dovuta reverenza Zero K, l’ultimo romanzo di Don DeLillo, ne avevo letto ammiratissimo l’incipit, Tutti vogliono possedere la fine del mondo – già folgorante di suo – e, cosciente del fatto che trattava di temi bioepocali, che su questo blog trovano spazio da un decennio, ovvero dall’intero tempo della sua vita, ho proceduto masticando il libro piano, con la dovuta cautela, senza divorarlo come si fa con un libro di genere (sempre se ti prende). Ho quindi annotato qua e là qualche frase, mi sono gustato stile e scrittura, com’è ovvio che sia visto che si tratta di DeLillo, e ho trovato di grande interesse almeno due o tre temi (quello del rapporto padre/figlio con il connesso nodo dell’identità e poi quello della corrispondenza tra i nomi e le maschere-persone – molto più del tema cruciale della morte e della sua eventuale non accettazione), ho ammirato la capacità straniante provocata nel lettore condotto lungo i corridoi di Convergence (questo santuario scientifico dell’immortalità sperduto nelle montagne del Kazakistan), ho man mano pensato che tutto questo meritava una lunga riflessione e magari un articolo per il blog nonché una bella discussione con gli amici.
Dopo di che, terminata la lettura, ho preso il libro e l’ho appoggiato sul tavolino che sta tra il divano e la poltrona di lettura, e lì è rimasto, immobile, come in uno stato di sospensione e di congelamento, in mezzo ad altri libri, ma sempre bene in vista, sospeso pure nell’azoto liquido della mia mente.
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(Onni)potenza medica

venerdì 9 dicembre 2016

act-per-la-prevenzione-della-re-ospedalizzazione-dei-pazienti-psicotici

Abbiamo un problema con la medicina. Che è poi il medesimo problema che abbiamo con la tecnica, ovvero un crescente delirio di onnipotenza (ed una corrispettiva sensazione di impotenza)
Non è qui in discussione che la medicina di tipo organicistico-positivistico abbia conseguito enormi successi. Per lo meno sul piano quantitativo (l’ambito qualitativo è un’altra faccenda): antibiotici e vaccini hanno condotto un’immensa guerra batteriologica dell’umanità contro il resto del mondo, mai vinta del tutto ma sicuramente efficace (non saremmo altrimenti sette miliardi, quasi otto). La chirurgia ha plasmato e riplasmato i corpi. Siamo ormai sulla soglia del corpo ibrido, biomeccanico.
Tuttavia, proprio questo indiscutibile successo ha finito per far montare la testa al potere medico (e farmaceutico): ospedalizzazione, medicalizzazione e farmacologizzazione integrale degli umani non bastano più, ora si entra anche nel territorio liminale di vita e morte.
Già in passato ho discusso di eutanasia, su questo stesso blog, a partire dalle riflessioni di Hans Jonas – che proprio del rapporto tra etica e medicina si è molto occupato. È un argomento su cui occorre essere molto cauti, ma avevo concluso (cosa di cui sono ancora convinto) che è di esclusiva pertinenza del soggetto vivente/morente decidere sui limiti della propria vita/morte: la sfera della sua autodeterminazione non può mai essere violata, e soprattutto non deve esserlo in nessun caso dal potere medico. I medici indagano, diagnosticano, curano – ma è il “malato” a dover decidere su di sé, e deve poterlo fare quando è in grado di intendere e di volere (espressione di volontà che, ovviamente, può presentare problemi, motivo per cui è necessaria più che mai una legge che regolamenti tali volontà, in forma di “testamento biologico” o altro).
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