Archive for the ‘ETICA’ Category

Antropocene 2 – Prima l’Africa!

mercoledì 14 novembre 2018

Il titolo di questo incontro, se da una parte vuol fare il verso a quell’infelice slogan che va ora per la maggiore (“prima gli italiani” – ma anche “first America”, prima noi, padroni a casa nostra – che è poi sotto sotto prima io e la mia tribù), dall’altra allude a una realtà storico-antropologica ormai incontestabile: è dall’Africa che veniamo tutte e tutti. L’Africa sta alle origini della storia della specie e di tutte le sue infinite migrazioni planetarie. Ed è all’Africa che tutti i nodi dell’ingiustizia globale ritornano…

1. Una specie scissa
La paleoantropologia e la biologia ci fanno sapere che homo sapiens è un’unica specie (e l’unica specie umana rimasta sul pianeta, dopo che i nostri vari cugini diversamente umani si sono estinti per cause ancora da chiarire).
Ciò non vuol dire che al suo interno non vi siano “varietà” e diversificazioni, sia sul piano biologico (genetico) che sul piano culturale – ma è ormai assodato che le prime sono minime ed inessenziali, del tutto marginali, mentre sono le costruzioni culturali ad essere ben più consistenti.

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Antropocene – 1. Che cos’è la coscienza?

mercoledì 17 ottobre 2018

1. Possiamo introdurre il percorso di quest’anno partendo dalla celebre espressione di Kant che ho scelto come titolo generale – “il cielo stellato sopra di me, la legge morale in me” – contenuta nella conclusione della Critica della ragion pratica: le due direzioni dello sguardo cui qui si allude – fuori di me (il cielo stellato) e dentro di me (la legge morale, ma, più in generale l’intera sfera mentale, sia emotiva che razionale) – riguardano proprio la duplicità costitutiva della coscienza.
La coscienza è esattamente questo duplice modo di sentire e di considerare l’esistenza, uno rivolto all’interno e uno all’esterno. Che è come dire che la duplicità di corpo e mente (o anima o coscienza) è già contenuta nella coscienza stessa, che sembra quasi sdoppiarsi e fondare questa dicotomia.
L’esame di questa duplicità – che è anche un’opposizione – costituirà il nostro percorso di quest’anno, che avrà così un carattere insieme filosofico ed antropologico: natura e cultura – insieme a corpo e mente, materia e spirito – saranno i due poli principali di questa oscillazione originaria della coscienza.
Ho detto “originaria”, ma occorrerà verificare esattamente che cosa qui si intende per origine.

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Ricomporre l’infranto

lunedì 21 maggio 2018

Non lo avevo mai letto finora, e un po’ me ne vergogno.
Ma è bene che resti sempre qualcosa di importante da leggere, altrimenti a che scopo vivere?
In questi vent’anni devo averlo prestato migliaia di volte, ma io non lo avevo ancora letto.
A 14-15-16 anni ho letto tutto Dostoevskij. Ma non quel libro.
E allora lo scorso 27 gennaio, non potendone più, ho cominciato a leggerlo.
Due tre pagine al giorno. Una due lettere al giorno.
E stamattina è arrivata l’ultima pagina, l’ultima lettera, datata 1° agosto 1944.
Anna – perché è di lei che sto parlando – esordisce scrivendo di un “fastello di contraddizioni”. E prosegue, per l’ultima volta nella sua vita, con una capacità di analisi interiore davvero invidiabile.
Per quasi 4 mesi Anna Frank è stata qui, nel mio soggiorno, allegra e vitale come solo i fantasmi sanno esserlo. Preoccupata, ma mai disperata.
Un’adolescente che girava per casa, canzonandomi, che mi dava da pensare, che mi faceva ridere e commuovere, e stupire per quella precoce capacità di scrivere, di analizzare sé e gli altri, di prospettarsi, nonostante tutto, il mondo a venire. Un’adolescente con l’ansia di crescere e di trovare un posto nel mondo. E che un po’ ho sentito come una figlia. Talvolta la lettura m’imbarazzava, come se stessi violando uno spazio intimo, che doveva essere protetto.
E così, giorno dopo giorno, confessione dopo confessione, giravo le pagine, che via via si assottigliavano, col terrore di giungere alla fine. Perché a quel punto le mie stanze sarebbero rimaste vuote e Anna se ne sarebbe andata via per sempre.
Ora quel momento è arrivato. Il momento del congedo. Con le sue definitive pagine bianche. E sono più che mai sgomento. E svuotato.
Perché nell’aria rimane la sensazione che quella vita spezzata – insieme a milioni di altre – sia rimasta irredenta. Peggio ancora: che sia irredimibile. Poiché l’angelo della storia evocato da Benjamin non è in grado di “destare i morti e ricomporre l’infranto”.

Zoon politikon – 4. Sfuggente libertà

martedì 23 gennaio 2018

Libertas
1 libertà, condizione civile di uomo libero
2 affrancamento, emancipazione dalla schiavitù
3 autonomia, libertà politica
4 assenza di obblighi o costrizioni
5 permesso, licenza
6 franchezza, schiettezza, sincerità, libertà di parola
7 licenziosità, dissolutezza, libertà di costumi
8 indipendenza di carattere, amore per la libertà, spirito di libertà
9 immunità, esenzione da imposte
10 Libertas, la Libertà personificata e venerata a Roma come dèa

Vi sono già nella radice latina del termine le connotazioni variamente articolate, talvolta contraddittorie, con cui noi intendiamo questo concetto. Sono senz’altro presenti le due caratteristiche essenziali: la libertà (negativa) DA costrizioni e la libertà (positiva) DI agire (quello che viene comunemente denominato libero arbitrio). Ma vi è anche l’allusione al piacere (libido, che secondo alcuni condivide con libertas la medesima radice linguistica). Così come il riferimento alla sfera economica o giuridica (immunità, esenzione).
In sostanza possiamo dire che da questo ceppo comune derivano teorie molto diverse, talvolta incompatibili: le figure sociali di libertario, liberista, libertino, libero pensatore, liberale… – sono già tutte lì dentro.

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Biodeterminazione

venerdì 15 dicembre 2017

Questo blog era nato sotto gli auspici del più anarchico e provocatore dei filosofi – quel Diogene di Sinope che sopportava così poco di essere pre-determinato (soprattutto dal potere e dalla pressione dei costumi correnti) da voler decidere di morire mordendo il respiro: nemmeno la natura, che pure i cinici prediligono contro il nòmos della polis, deve poter decidere di me! Può suonare tracotante e smisurata questa affermazione di autodeterminazione – ma certo lo sono molto di più le pretese o le vocazioni di altri: dio, la religione, lo stato, la casta dei medici e degli scienziati, le macchine: perché mai costoro dovrebbero sostituirsi a me (e alla natura), per plasmare e riplasmare la forma di vita che sono, decidendone modi e confini?
Era dunque sacrosanto – e atteso da troppo tempo – che anche questo paese bigotto e retrivo si dotasse di una legge minima a tutela di questa irrinunciabile autonomia e libertà dei singoli. Già nessuno ha richiesto di nascere – per lo meno che si possa decidere di morire se si ritiene che la vita (medicalizzata e allungata oltre ogni senso e misura) sia diventata intollerabile.
Non c’è in questo nessuna ideologia di morte, nessun nichilismo, nessun cupio dissolvi – molto più mortifere e distruttive, semmai, le pulsioni umane ad occupare e ammorbare il pianeta e a spadroneggiare sulla natura in un crescente delirio di onnipotenza. Una morte pietosa e ragionevole – sazi di giorni e di affetti, non di cose – dà forma a una vita ragionevole, e viceversa. Me lo ha insegnato silenziosamente mio padre, che desiderava morire non certo perché odiasse la vita, ma perché era esausto di una vita determinata da potenze estranee, biochemiomedicalizzata, che non sentiva più essere la sua forma di vita.

Dopo Homo sapiens

lunedì 27 novembre 2017

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Non so bene se qualificare quella di Leonardo Caffo – giovane e promettente filosofo italiano (di cui avevamo parlato qui) – una “utopia post-umana”, tanto più che questi termini avrebbero necessità di essere ridefiniti in maniera accorta. In questa Fragile umanità, ad essere senz’altro suggestive sono le immagini-anticipazioni derivanti dall’antispecismo (una tradizione di pensiero che, seppur recente, vede ormai irrobustirsi le proprie basi argomentative), sintetizzabili in un recupero dell’animalità diversa da quella propugnata da Nietzsche, ovvero una “presenza a sé” (Rousseau la chiamava “sentimento dell’esistenza”) che può però realizzarsi solo nel superamento della scissione posticcia umano/animale, e in un ritorno alla corporeità.
La tesi forte del saggio è la convinzione che la storia di Homo sapiens sia ormai giunta al termine, e che stia agendo – in contemporanea – una nuova speciazione laterale nata dalla consapevolezza di questa imminente fine: un’autoestinzione fortemente voluta ed annunciata, se è vero che la specie dominante, con le sue pratiche espansive, predatorie e colonizzatrici ha ormai consumato l’habitat necessario al suo stesso stare al mondo, e ha generato un vero e proprio sistema autoimmune, non più in grado di discernere ciò che danneggia sé e l’ambiente.
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Meritare la propria nascita

martedì 12 settembre 2017

«Vivere almeno quanto basta per conoscere tutti i costumi e le vicende degli uomini; recuperare tutta la vita trascorsa, perché quella ulteriore è vietata; raccogliere se stessi prima di dissolversi; meritare la propria nascita; riflettere sui sacrifici che ogni respiro costa agli altri; non glorificare il dolore, sebbene si viva di esso; tenere per sé soltanto ciò che non si può trasmettere, finché non sia maturo per gli altri e non si trasmetta da sé; odiare la morte di chiunque come la propria, far pace una buona volta con tutto, mai con la morte».

Questo brano da La provincia di un uomo di Elias Canetti, riportato anche nella recente raccolta Il libro contro la morte (lo si trova a pagina 30, negli scritti risalenti al 1943), è uno straordinario manifesto etico-politico (più etico che politico) vitalista ed antimortifero, scritto in piena epoca mortifera, che credo valga più oggi di ieri. Non si limita a “vietare il nichilismo” e a combattere la morte e il dolore, ma dice anche in maniera essenziale che cosa occorre fare della propria vita: innanzitutto meritarsela; poi correlarla agli altri (a tutti gli altri), o meglio: ricordarsi di una correlazione data ab origine, ontologicamente costituita; farne fruttare ogni respiro – visto il costo immane che ha, anche in termini di altre vite (ma l’eterotrofia non è una scelta); eliminare ogni ansia di accumulo, sia essa materiale che spirituale; fare di se stessi un ente kairetico, unico, speciale – in antitesi alla morte omologante; per non parlare di quel raccogliere se stessi prima di dissolversi – laddove oggi c’è chi vive dissolto e chi muore per dissolvere le altrui vite… c’è da meditare per giorni e giorni, per epoche, solo su queste poche parole.

No vax? No doxa!

sabato 29 luglio 2017

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A proposito di vaccini, vaccinisti e antivaccinisti, no-vax, vax critici e dintorni, stavo per scrivere un post ragionato e articolato, che avrei voluto intitolare “La piccola guerra civile”, nel quale avrei parlato di ragion di stato, diritto alla salute, conflitto tra bene comune e bene individuale, biopolitica, stato immunitario, scientismo e antiscientismo, concetto di decisione, autodeterminazione e simili (argomenti non certo sviscerabili nelle poche righe di un post).
Mi è poi venuta in mente la Repubblica di Platone, in particolare quel punto del libro IX dove l’esimio filosofo vorrebbe istituire i nidi di stato, strappando così i figli alle madri (ma anche ai padri), e rendendoli fin da subito beni comuni indisponibili alla famiglia (Platone utilizza l’espressione “partorire per lo stato” e “generare per lo stato”) – e allora ho lasciato perdere.
O meglio: ho pensato che l’idea di Platone, al netto dell’eugenetica protonazista ivi contenuta, non sarebbe poi così male, dato che i figli non son certo proprietà dei genitori.

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Il volto e il corpo dell’altro – 8. Freaks!

sabato 13 maggio 2017

Il tema di stasera rappresenta una vera e propria summa delle tematiche sull’alterità/diversità, quasi una sintesi ideale del percorso fatto quest’anno: il freak – lo “scherzo di natura”, il mostro – rappresenta per antonomasia il più altro tra gli altri, l’alieno che raccoglie in sé le paure più ancestrali. Come vedremo, il vero freak abita nelle zone dell’interiorità, prima che nell’esteriorità del corpo mostruoso (e mostrato/esibito/rappresentato).

Partiamo da tre termini e dalla loro definizione:
Monstrum (dal latino moneo, monere – avvertimento, segno divino)
portento, prodigio, miracolo, cosa incredibile, meravigliosa
ma anche atto mostruoso (nefandezza), essere mostruoso
– ambivalenza del significato, con una successiva caratterizzazione di tipo morale che tende a sovrapporre se non a identificare la stranezza/mostruosità/deformità al male: dal kalòs kagathòs greco (ciò che è bello è anche buono) al rovesciamento cristiano: il brutto e il deforme che puzzano di zolfo, di diabolico, di maligno.

Freak – termine inglese traducibile con capriccio, bizzarria, anomalia, scherzo (di natura), mostruosità, fenomeno,  associato prima ai freak show (gli spettacoli in voga nell’800-900 nei quali venivano esibite creature straordinarie, deformi, bizzarre, mostruose – non solo umane: i cosiddetti “fenomeni da baraccone”), e a partire dagli anni ’60 al movimento contestatario e anticonformista americano (da cui “frichettone”).

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Corpi biochemiomeccanici – e dissociati

giovedì 6 aprile 2017

Userò la condizione esistenziale di mio padre – violando così la sua privacy o velatezza, del resto lo avevo già fatto alcuni anni fa – senza alcun trasporto emotivo (nella misura in cui ci riuscirò), nella maniera più oggettiva e lucida possibile. Anche perché credo sia, almeno in parte, il suo stesso modo di guardarla. Come se cercasse parole per dirlo e concetti per descriverla – che proverò a prestargli con gli strumenti della filosofia.
Non che la filosofia non debba o non possa essere emotiva (noi siamo sempre in una condizione esistenziale connotata da una certa tonalità emotiva, come direbbe Heidegger) – ma qui occorre innanzitutto fingere l’espunzione dei sentimenti (e del sentimentalismo), prosciugare e ridurre all’osso, cercare l’essenziale. Impietosirsi non serve a capire, anzi sarebbe persino fuorviante.
Parliamo, cioè, della condizione esistenziale di una moltitudine crescente di anziani (ma non solo) integralmente medicalizzati. Un tempo “si moriva” dopo essere vissuti. Oggi si muore vivendo, o si vive morendo. I confini netti (e dialettici, dunque coessenziali) di morte e vita son più sfumati – ma, soprattutto, si sono andate costituendo nuove forme di vita, in una crescente commistione di biologia, chimica e meccanica. Corpi biochemiomeccanici hanno preso il posto degli antichi corpi naturali.
Ciò è sicuramente un progresso – non “si muore” più per caso, o si muore meno – si vive più a lungo, ci si conserva meglio – la quantità è salvaguardata. Ma che ne è della qualità?
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