Archive for the ‘FILOSOFIA CON I BAMBINI’ Category

Saggissime sono le domande

mercoledì 2 ottobre 2013

[Rileggendo la prima stesura del mio saggio sulla filosofia con i bambini, ho arbitrariamente deciso quali sono state nel corso di 6 o 7 anni le frasi dei bambini più ingegnose e, forse, spontanee – e cioè le seguenti]:

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-Saggissime sono le domande
-Il mito e il lògos sono come un campo minato e un campo fiorito
-Se ci sono troppe cose intorno ci confondiamo; è come se ci prendessero in tutto il nostro corpo, quindi preferisco poche cose
-Perché le api hanno bisogno di punger le persone?
-Si parla di tutto, e ragiona molto per arrivare a poco
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Straniati e labirintici

giovedì 14 marzo 2013

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Gli/le insegnanti sanno bene come sia pressoché impossibile ottenere il silenzio a scuola. E ci si sono assuefatti, alzando tra l’altro loro stessi il volume della voce di quel tot di decibel in più, senza nemmeno rendersene conto.
Eppure l’altro giorno la mia quinta filosofica ha dato una straordinaria prova di crederci davvero, in quel minuto di silenzio e di concentrazione con cui son solito aprire gli incontri. Il rumore di fondo della scuola – che credo permanga persino durante le vacanze estive, da quanto è connaturato con le sue strutture – si è come dissolto: davvero non volava una mosca, e persino la mente di F. – il guastatore (figura che non manca mai) che finge di non partecipare e di farsi gli affari suoi – è rimasta impigliata in quel minuto di epoché.
Bene, ora possiamo cominciare.
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Libri che accendono la mente (o menti che accendono i libri?)

lunedì 3 dicembre 2012

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Sto usando scientemente una classe di bambini (una quinta elementare) per i miei esperimenti filosofici con quella fascia di età. Non che quelli del passato non fossero “esperimenti”, ma questo lo è un po’ di più perché è finalizzato alla stesura di alcune parti di un libro che sto scrivendo, dedicato alla filosofia con i bambini. La strategia è però un po’ diversa dal solito, perché sto filosofando con loro in maniera laterale, per cerchi concentrici, apparentemente episodica (o, per meglio dire, rapsodica). Il filo conduttore questa volta non è il filo di filosofia, ma il libro. La cosa, cioè, più antifilosofica che ci sia – se si deve dar retta a Platone, che però tra-scriveva abbondantemente i suoi Dialoghi socratici.
E siamo partiti, tra l’altro, dal concetto di libro, dalla sua idea, da quel che esso è come essenza. Questa opera di astrazione è stata compresa così bene che adesso maneggiano perfettamente la coppia astratto/concreto, universale/particolare.
Lo scopo? a parte quello utilitaristico che ho esposto sopra, dimostrando ancora una volta la filosoficità dei bambini? Boh, non lo so ancora di preciso, mi sto facendo guidare da loro – soprattutto dalla loro creatività linguistica, dalla spontaneità e dal vulcano di metafore che ogni volta ne vien fuori. Ora siamo alle “facce” dei libri…
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Bòtte a Diogene

martedì 27 dicembre 2011

Ciclo di filosofia con i bambini 2011/2012 – Terzo resoconto

Simone dichiara fin dal primo incontro che “se questa è la filosofia” allora proprio no, non gli piace.
Che cosa non ti piace – gli chiedo.
Il fare polemica – mi risponde. Questo continuo far loro domande da parte mia, farsi domande da parte loro, arrovellarsi ed attorcigliare la mente – con poche risposte certe in mano alla fine – evidentemente lo turba. Gli risulta fastidioso dover sempre discutere, interrogarsi, interloquire, contrastare, polemizzare.
Eppure è il sale della filosofia – gli dico (e della vita, vorrei aggiungere).
Com’è che si chiama il tuo blog? – mi chiede durante l’ultimo incontro prima di Natale.
La Botte di Diogene. Perché?
Mi fa sornione: dovresti cambiargli nome e chiamarlo “le bòtte a Diogene”. E si sposta vicino alla finestra, minacciando scherzosamente (almeno spero) di buttarsi di sotto se continua questa baraonda filosofica.
Allora gli dico: guarda che hai proprio sbagliato bersaglio, quel Diogene lì era esattamente come te, un rompiscatole, uno scettico, uno a cui non andava bene niente – in fondo uno polemico, che è quello che Simone non vorrebbe essere. E dunque, guarda un po’ che cosa strana, concludo: sei molto più filosofico di quanto tu non pensi.
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Il respiro bambino della filosofia

sabato 26 novembre 2011

“Bisogna cercare piano piano…”
(Sara)
“…ragionare molto molto”
(Riccardo)

Ciclo di filosofia con i bambini 2011/2012 – Secondo resoconto

(Prologo: in genere mi affaccio sornione alla porta, chiedo “come state?” e poi propongo di cominciare con un minuto di silenzio – “chiudete gli occhi e provate ad ascoltare il vostro respiro, solo il vostro respiro…”)

Continua a ritmo battente la saga dei nostri incontri filosofici alla scuola Manzoni di Rescalda. Qui posso solo offrire qualche frammento di quel che va succedendo nelle tre classi interessate all’esperimento. Ieri mattina, ad esempio, un bambino se ne è uscito con una frase abbastanza classica per il pensiero filosofico (un po’ meno per un bambino di 10 anni) – una domanda che ora va di moda persino tra alcuni fisici e, soprattutto, neocosmologi:

Perché c’è qualcosa (la vita, noi umani) e non il nulla?

Però quel che la mia trascrizione non riesce a rendere è la sua espressione nel cercare le parole giuste per dirlo, lo sconcerto e la fatica mentre lo diceva, il suo avvilupparsi in qualcosa di eccessivo per la sua (e nostra) mente. Un episodio straordinario di straniamento nel contemplare l’abisso che c’è tra quell’io che chiede e l’enormità della domanda, tra significante e significato, tra quel non capacitarsi qui e ora e lo sfuggire eterno del senso dell’interrogare (della sua eco e dell’impossibile risposta). Catalogate come volete la cosa – campo semantico o linguistico, campo psicologico o (tauto)logico, campo scientifico od ontologico, casualità pedagogica – ma il domandare di quel bambino è sorto in maniera spontanea, e a testimoniarlo c’erano i suoi gesti, la sua voce, la sua espressione. Unici, irripetibili, irriproducibili.
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Campi fioriti e campi minati

giovedì 3 novembre 2011

Non so come sia venuta fuori, né quale associazione di parole o immagini l’abbia prodotta. So solo che stavo alla lavagna e segnavo nella parte di destra parole e concetti che avevano a che fare con la ragione, e nella parte di sinistra con il mito. Cercavo cioè di spiegare, per contrapposizione, quel discrimine (forse più fittizio che reale) che avrebbe consentito la nascita della filosofia. Convenzionalmente si dice: prima c’era il mito (la narrazione immaginifica, l’immemore tradizione orale, le cosmologie fantastiche, e la credenza popolare in tutto ciò) – poi, quasi come un fungo o un frutto esotico, ecco lì spuntare e finalmente ergersi, ben staccata sullo sfondo fideistico, nostra signora filosofia, con il suo verbo logico. Lògos distillato allo stato puro, dopo tutta quella secolare e disordinata fermentazione.
Naturalmente tutto questo lo avevo in testa io, e non è che lo stessi dicendo e spiegando in questi termini.
Però, dopo aver giustapposto parole e concetti, strisciato gessi sull’ardesia nera e saltabeccato qua e là tra i banchi – so che questo mio moto perpetuo un po’ li ipnotizza – un ragazzino sul lato sinistro della classe se ne esce con una metafora fulminante:
Da una parte c’è un campo fiorito, dall’altra un campo minato – così dice testualmente.
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I detriti e lo sfondo

giovedì 6 gennaio 2011

Seba (il cui vero nome è Sebastiano) ha nove anni ed è il figlio della mia amica Chiara, filosofa, ex-contadina e ora libraia. Lo ha tirato su, insieme al fratello di un anno più grande, nella campagna marchigiana, tra mare e collina, senza televisione, in maniera roussoianamente sauvage. Il 31 dicembre, giusto per non perdere la mia abitudine a filosofare con i bambini, ho avuto con lui, durante una terribile cena cinese, una amabile chiacchierata sul concetto di nulla. La madre dice che ha una buona propensione per le cose logico-matematiche, io la prendo sul serio e provo a saggiarne le capacità deduttivo-ontologiche.
-Che cos’è il nulla? – gli chiedo mentre cerco di capire se nelle verdure saltate che mi hanno appena servito siano nascosti dei cadaveri.
Seba ridacchia, e alla fine mi risponde che è una parola – visto che abbiamo appena convenuto che il nulla non può esistere. E se proprio esiste, esiste solo nella nostra bocca – così si spinge a dire.
Ci lanciamo poi in un piccolo gioco sulla catena causale. Sull’inizio (ed eventualmente la fine) di tutte le cose. Se è vero che le cose non possono iniziare dal nulla, da dove saltano fuori? prima del loro inizio doveva pur esserci qualcosa.
-Sì – dice tranquillamente – c’erano dei detriti. (more…)