Archive for the ‘ESTETICA’ Category

Kandinsky a Burgess Shale

lunedì 3 febbraio 2014

ammasso-regolatoAzzurro-Cielo-Vassily-Kandinsky

Trovo meraviglioso che un artista cacciato dai nazisti (i quali cancellarono in un sol colpo quell’esperienza creativa e straordinaria che era stata il Bauhaus), le cui opere vennero esposte in Germania come arte degenerata, e che sarebbe poi morto a Parigi senza vedere la fine della guerra, negli ultimi anni abbia avuto l’impulso e la forza di creare nuove forme di vita – rispondendo così con l’arte e la bellezza alle pulsioni di morte di cui la vecchia Europa era preda.
Proprio nel 1938 Vasilij Kandinsky dipinse Ammasso regolato (in altri testi l’ho trovato titolato con Insieme multicolore) e nel 1940 il suo quadro forse più metafisico Blu di cielo (o Azzurro cielo), che appare una sorta di celebrazione della vita pullulante, variegata e rigogliosa di Burgess Shale – un biomorfismo ed una geometria vitale senza eguali nell’arte del Novecento: «In questo modo l’arte astratta pone accanto al mondo reale un nuovo mondo che esteriormente non ha nulla a che fare con la realtà»; Kandinsky osserva le cose con uno sguardo interiore che penetra attraverso «il duro involucro, la forma esteriore e giunge all’interno della cosa, facendoci percepire il suo pulsare interno con tutti i nostri sensi».
Se è vero che quanto più si crea tanto più si è liberi, allora Kandinsky è stato davvero un uomo libero.

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Auferstehung!

sabato 1 febbraio 2014

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Io non credo nella resurrezione, tanto meno in quella cosa stupida e un po’ noiosa che è l’immortalità. Non ci credo perché sono convinto che non ci siano ragioni sufficienti per ritenerle cose logiche e razionali. Al più potrei concedere – dal punto di vista logico e razionale (cioè dall’unico che conosco e su cui sono in grado di argomentare) – che vi sia qualcosa come l’eternità. Un concetto peraltro algido, insapore e incolore – un po’ come l’essere. Ma non la resurrezione, così come viene religiosamente intesa. Che senso ha morire per poi risorgere? Risorgere dove, poi? Ecco, sono un immanentista materialista razionalista radicale.
Però Mahler dava molto credito alla favola della resurrezione, tanto da dedicarvi una delle sue più vaste sinfonie – la Seconda, nota appunto come Auferstehungs-Symphonie.
In questi miei fortunati anni mahleriani – ormai due decenni di ascolto appassionato, spesso dal vivo, e di meditazione – non mi era ancora capitato di scrivere qualcosa su questa sinfonia: ho parlato in questo blog – mi pare – della Prima, senz’altro della Terza, della Sesta (che avrò la fortuna di riascoltare domani), dell’Ottava (evento della stagione musicale milanese), della Nona, del Canto della terra, ma non della Resurrezione.
Si tratta di una sinfonia programmatica, che già annuncia l’intero progetto estetico mahleriano, fin dalle parole scritte nella guida all’ascolto (poi fortunatamente soppressa): all’eroe titanico della prima sinfonia, ora morto, viene posta la grande domanda: perché sei vissuto? perché hai sofferto? è tutto questo solo un grande, atroce scherzo?
Mahler intende rispondere con l’ultimo movimento della sinfonia (una conclusione sofferta e a lungo ricercata) – quel vasto poema sinfonico a quadri che si chiude con i versi del poeta tedesco Klopstock:

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Immensa dispensatrice di gioia

martedì 17 dicembre 2013

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Ho realizzato un sogno ormai ventennale lo scorso 23 novembre, quando finalmente ho potuto ascoltare dal vivo per la prima volta l’Ottava sinfonia di Mahler – l’unica che mi mancava, la più complicata da intercettare (non solo in Italia), dato l’organico immenso che richiede.
I mahleriani sanno bene che si tratta di un vero e proprio monstrum della storia musicale e sinfonica, passato alla storia come “sinfonia dei Mille” (l’idea venne all’impresario che ne organizzò a Monaco la prima esecuzione, il 12 settembre 1910, con direzione dello stesso Mahler, il quale si trovò di fronte oltre mille tra musicisti e cantanti e qualcosa come 3000 persone nel pubblico, tra cui parecchi celebri musicisti dell’epoca, scrittori del calibro di Thomas Mann, principi, ministri e compagnia cantante – è proprio il caso di dirlo).
Al centro congressi del MiCo, nell’area della vecchia fiera di Milano, erano 570 e a dirigere c’era Riccardo Chailly: un evento memorabile che difficilmente si ripeterà nello stesso decennio (l’Ottava mancava da Milano da ben 27 anni).

[Rileggendo quel che ho scritto finora mi rendo conto che è il parossismo il filo conduttore: è troppo, eccessivo, eccezionale, oltremisura, esagerato… qualcosa che le parole non riescono nemmeno a contenere; oppure, viceversa, che alimenta il loro stesso carattere retorico e parossistico, quasi che siano loro a prendere il volo e a gonfiarsi più del dovuto].

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La storia è sogno

venerdì 13 dicembre 2013

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Nel leggere l’ultimo romanzo di Giuseppe Lupo, si ha la netta sensazione di stare in bilico tra la storia e il sogno – e di fatti l’autore scrive nella nota finale: «I fatti narrati in questo romanzo sono figli dell’immaginazione e della verità, sia pure camuffata di finzione. Più che nella menzogna della letteratura, credo nell’utopia o nel sogno della storia».
Di storia ce n’è molta ne I viaggiatori di nuvole: siamo alla fine del XV secolo, nel corso di un passaggio cruciale della storia europea: la nascita dell’epoca moderna annunciata dalla rivoluzione della stampa e dai viaggi oltreoceano (oltre che, ahimé, dalle nuove tecnologie militari). E proprio il viaggio, la scrittura, la guerra  sono tre elementi portanti della narrazione.
Il viaggio è evocato fin nel titolo (e l’autore ce ne ha svelato la genesi, durante l’interessante presentazione tenutasi lo scorso sabato 7 dicembre nella biblioteca di Rescaldina) e del resto la trama del romanzo proprio ad un viaggio è “riducibile”: il protagonista, Zosimo Aleppo, un giovane apprendista stampatore di Venezia di origini ebraiche, viaggerà per un anno alla ricerca di alcune misteriose pergamene, che il suo padrone vuole far stampare, con la promessa (o il miraggio) di un veloce arricchimento. La dritta viene da un certo Lionardo di passaggio a Milano in quegli anni. Ma non è certo il denaro la molla essenziale degli eventi che andranno accadendo.
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E la nave va

martedì 5 novembre 2013

La nave dei folli_Bosch

Esistono metafore che escono da se stesse, fino ad autosfondarsi per fondare una realtà altra. D’altro canto è la radice stessa del verbo che regge la parola “metafora” ad avere un carattere transeunte ed uscente da sé: metaphero significa “trasporto, trasferisco”, ma anche “cambio, confondo, rivolgo, mi aggiro”. Metaforizzare è andare da un’altra parte – ma non è la parte dove si va quel che conta, quanto piuttosto il portarsi da quella parte, il trasferirsi, l’andare per l’andare, il cambiare di posto – un luogo che è collegato a tutti i luoghi.
Ecco perché i romanzi di Cormac McCarthy, tanto per fare un esempio di un autore che amo molto, pur utilizzando la strada come metafora della vita, finiscono per confondere i piani, e la metafora è la cosa stessa – e d’altro canto la vita è la strada dei viventi così come la strada è la scena essenziale della vita (degli umani in particolare). Ma quel che più conta è che è la vita stessa ad essere metafora di se stessa, poiché si autorappresenta (ed autofonda) come svolgimento, mutazione, movimento, perenne trasferimento di senso da sé a sé. E il senso – così come l’essenziale funzione simbolica della specie umana – funziona proprio così: si tratta in verità di una rete di significati, di simboli, di metafore, dove ogni luogo ed ogni parte richiama l’intero dispositivo (ciò che dis-pone le parti e i luoghi). Ogni cosa è cioè in relazione ad altro, e dunque, paradossalmente, è se stessa solo in quanto significa, allude, transita verso l’alterità. Ogni cosa è metafora ed ogni metafora è cosa.

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La peste di Tadzio

lunedì 6 Mag 2013

tadzio

Chi volesse cimentarsi in una sorta di “esperienza estetica totale”, potrebbe ad esempio passare un’intera giornata in compagnia di un precipitato artistico che nel Novecento ha avuto pochi eguali: cominciare al mattino leggendo La morte a Venezia di Thomas Mann; ascoltare – possibilmente dal vivo – la Quinta Sinfonia di Mahler (con particolare attenzione al celebre Adagietto), ed infine compiere l’opera con la visione del film di Luchino Visconti Morte a Venezia (se non ricordo male l’omissione dell’articolo non fu casuale). Se poi al malcapitato fruitore dovesse restare tempo, potrebbe anche provare a dare un occhio al melodramma di Britten – ma credo che già così la sopportazione estetico-percettiva avrebbe raggiunto il livello di guardia. E quella che si annunciava come una straordinaria esperienza estetica volgerebbe ben presto in un asfittico incubo estetizzante.
(Un mio amico filosofo, a tal proposito, soleva dire che, insieme a psicologismo e narcisismo, l’estetismo è uno dei grandi mali che affliggono la nostra epoca – e tutti e tre questi -ismi confluiscono nel male più grande di tutti, che è poi il solito nichilismo. Io non so se avesse ragione, ma certo di alcune morbose manifestazioni socioantropologiche occorre tener conto).
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Symphonia sive natura

lunedì 4 marzo 2013

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Die Welt ist tief,
und tiefer als der Tag gedacht
(F. Nietzsche)

La rappresentazione della totalità è un antico sogno, e non solo delle filosofie o delle religioni. La filosofia greca nasce evocando il tutto, e cercando di individuarne senso ed origine. E, tutto sommato, da lì non si è più mossa nei successivi 2500 anni. Anche le religioni, con la geniale e consolatoria invenzione di dio, evocano un ente sommo che riconduca a sé tutte le cose, altrimenti frante, irrelate ed incomprensibili.
Tuttavia è evidente come il tutto o la totalità (che, tra l’altro, sono concetti con sfumature semantiche diverse) non siano mai esperibili, se non in termini di immaginazione (che è base ineludibile dell’astrazione). Il tutto non si presenta mai qui e ora – poiché è ovunque e sempre. È insomma uno di quei concetti-limite soggetti ai continui alambicchi e rovelli della ragione (un po’ come il nulla, l’essere, il tempo, il divenire), su cui da sempre si discute e, presumo, sempre si discuterà in maniera pressoché inconcludente.
C’è però una modalità di accedere al tutto che trovo interessante e forse più soddisfacente di quella speculativa: le sue elaborazioni ed espressioni estetiche. Mahler è certo uno di quei musicisti che aveva ben chiaro il progetto, perseguito lungo tutta la sua vita, di dare alla propria musica (che in verità non è mai “propria”) tale respiro universale e totalizzante. E se c’è una sua opera che tenta di assurgere alla dimensione di opera-totale, quella è propria l’immensa Terza Sinfonia – non a caso la più lunga della sua produzione. Una sinfonia che si propone di rappresentare la natura nella sua totalità – nientemeno!
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Che cosa si nasconde dietro un semplice bacio…

mercoledì 19 dicembre 2012

Femme assise devant la fenetre

“Tutte le cose ci appaiono sotto forma di figure”

Andare a vedere una mostra, specie di pittura, è una cosa che mi entusiasma parecchio – anche se diventa sempre più difficile farlo, volendo evitare folle, grupponi, guide più o meno discrete e visitatori molesti. Del resto le mostre sono eventi democratici e di massa, altrimenti perché mai allestirle? E poi Pablo Picasso era un pittore che amava esporsi ed essere al centro della scena – oltre che essersi ritrovato, non certo suo malgrado, al centro di gran parte del secolo appena trascorso.
Ad ogni modo, muovendomi avanti e indietro per le sale, girando come una trottola e saltabeccando qua e là, con l’accortezza di evitare le onde d’urto delle masse assetate (ed assatanate) di Cultura, ho finalmente potuto ammirare con immenso piacere dei sensi e godimento intellettuale, le opere esposte alla mostra in corso a Milano – la seconda che ho avuto la fortuna di vedere del grande pittore spagnolo.
Riviste alcune cose, viste altre nuove, incuriosito da dettagli biografici, imparato cose che non sapevo, eccetera eccetera. Insomma, una godibilissima lezione di un paio d’ore di storia dell’arte, senza troppi -ismi e tecnicismi – infarcita piuttosto di improvvisi attacchi emotivi, specie di fronte ad alcuni quadri. Quel che segue è un resoconto frammentario e ultrasoggettivo, preso più o meno di sana pianta dal mio libriccino di appunti che sempre mi porto appresso…

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Penduli, o voi che vi credete eretti!

sabato 24 novembre 2012

C’è un incontrollabile proliferare di ricorrenze, giornate, anniversari dedicati a questo o a quello – tutte cose lodevoli e importanti, per carità, ma il rischio è come sempre quello della saturazione. Troppe voci, troppe cose, ma un unico rumore di fondo – per non parlare della marmellata insapore inodore incolore che ne vien fuori. L’ipercomunicazione, che è per sua natura una iperstimolazione, comporta anche questo pericolo. Ciononostante le celebrazioni servono ogni tanto a rimettere in circolazione autori, temi o testi che altrimenti rischierebbero di rimanere sullo sfondo (o in cantina, oppure in soffitta). È proprio il caso di Giovanni Pascoli – di cui quest’anno ricorre il centenario della morte – un poeta che sa di scuola, di vecchio, di muffa e di polvere, e che in genere rievoca mestizia, fanciullini, onomatopee e cavalle storne (en passant: quanti conoscono il significato dell’aggettivo “storno”? provate a chiedere un po’ in giro…) – un poeta che difficilmente riesce ad uscire dalle noiose aule scolastiche o dai bigi convegni accademici.
Ricordo che quando ero studente all’università, un mio compagno di non so più quale corso aveva cercato di smontare questa immagine passatista (che anch’io avevo in mente), imbastendo per un intero pomeriggio una appassionata apologia del poeta romagnolo, a suo dire ingiustamente rimosso e sottovalutato. A me parve francamente esagerata quella sua requisitoria, però non avevo molti argomenti da opporgli (anche perché non ricordavo quasi nulla di quei versi melanconici e pieni di natura, di uccelli – ciascuno col suo nome ben definito –  di sere morenti e temporali incombenti; e dunque mi limitavo a balbettare obiezioni per lo più scontate).
Oggi so che aveva ragione lui, dato che rileggere Pascoli – e soprattutto riascoltarlo attraverso la voce di qualcuno che lo sappia leggere – è insieme un piacere ed una scoperta (o ri-scoperta). Tecnica, estetica, tematica. È poesia di altissimo livello, raffinata, potente, evocativa. E, talvolta, rarefatta e filosofica, esistenzialista e struggente, come in questa stupefacente Vertigine, dove il consueto sguardo straniante del fanciullino si manifesta attraverso la perdita del senso di gravità, e il rovesciamento di ogni senso e prospettiva. Cosicché la condizione umana si rivela come un “precipitare languido, sgomento”, un vagare “da spazio immenso ad altro spazio immenso”, “di nebulosa in nebulosa”. Un “crescere sotto il mio precipitare” – uno dei versi più belli che mai siano stati scritti…

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Chiedo scusa alle grandi domande per le piccole risposte

venerdì 12 ottobre 2012

È dal mese di aprile che, con frequenza quasi quotidiana, la mia giornata si apre con la lettura di qualche poesia di Wislawa Szymborska. Fortunatamente l’edizione Adelphi uscita qualche anno fa con il bel titolo La gioia di scrivere, e che recita nel sottotitolo “Tutte le poesie (1945-2009)”, sembra inesauribile. E poi, al limite, potrei sempre ricominciare daccapo, o aprire una pagina a caso.
Mi trovo in totale sintonia con questa poetessa polacca, perché… starei per dire: perché le sue poesie sono profondamente filosofiche (in gran parte è vero), ma non basterebbe a farne una delle più grandi voci della poesia del Novecento. In realtà c’è questo aspetto dimesso e quotidiano, questo parlare di minuterie, di cose che accadono ogni giorno, e anche quando si tratta di fatti e personaggi storici, di osservazioni scientifiche ed antropologiche, il tono si fa colloquiale, quasi abbassandosi in un a tu per tu. O meglio: tutto diventa egualmente cantabile, perché degno di esserlo – piccoli fatti di cronaca o di vita quotidiana, gli oggetti di una stanza, i luoghi, le città, le ore, gli incontri o gli appuntamenti mancati, gli animali, i quadri, persino una goccia di pioggia o una pietra.
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