Archive for the ‘FILOSOFI E FILOSOFE’ Category

L’impensato

lunedì 27 gennaio 2020

«Che la metafisica non sia rimasta un astratto modo di pensare, coltivato da una cerchia ristretta di persone, ma sia diventata le città, le macchine, l’organizzazione industriale e ideologica della nostra civiltà, è dovuto al fatto che solo se si pensa che l’ente esca e ritorni nel nulla, si può allora progettare la costruzione e la distruzione totale dell’ente».

«L’annuncio di Nietzsche che Dio è morto significa appunto che il mondo si è accorto non solo di non aver bisogno di un ente immutabile trascendente, ma che tale ente renderebbe impossibile la creatività dell’uomo. Dal punto di vista di un modo di pensare che rimane all’interno dell’essenza metafisica della tèchne, si deve dire allora che il principio della nientificazione e della nientità dell’ente non è più un dio, ma il superuomo. Rimane cioè, nel superuomo, il tratto fondamentale secondo cui il nichilismo pensa theos».

(Essenza del nichilismo)

7 parole per 7 meditazioni – 4. Persona

lunedì 20 gennaio 2020

Il concetto di persona ci svela fin dall’etimologia il problema riguardante le teorie dell’individualità: persona è, letteralmente, maschera (dal greco prosopon mediato forse dall’etrusco phersu), termine teatrale che allude alla duplicità, se non addirittura alla doppiezza, o comunque alla stratificazione e molteplicità di quella parte di noi stessi che denominiamo “io”. Pare che il primo filosofo ad utilizzare “persona” sia stato lo stoico Panezio, nel II secolo a.C.: interessante notare come gli stoici concepissero il ruolo dell’individuo in termini di “parte” (moira) nel destino del mondo – un po’ come la maschera svolge un ruolo nella scena teatrale.
Già tutti questi termini – io, me stesso, individuo (non-diviso, equivalente latino del greco a-tomos), persona, cui possiamo aggiungere soggetto, anima, coscienza – non sono affatto sovrapponibili, ciascuno di essi allude a significati o sfumature diverse; in ogni caso, quando parliamo di noi stessi, la prima cosa che salta agli occhi è proprio questa molteplicità : io sono io, ho un’identità (il nome è già una definizione di singolarità), ma se vado poi a vedere che cosa c’è in questo contenitore individuale – cosa c’è dietro la maschera-persona – scoprirò una varietà di elementi, spesso contraddittori. Io sono vasto, contengo moltitudini, dice Walt Whitman.

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Filosofia in 100 corti – 31

lunedì 5 novembre 2018

Filosofia in 100 corti – 30

mercoledì 3 ottobre 2018

Quel “che” muto e indecifrabile

venerdì 28 settembre 2018

Raramente s’è qui parlato di Ludwig Wittgenstein, filosofo ostico, o, per meglio dire, filosofo distruttore della filosofia, a voler prendere seriamente la pagina di prefazione al suo Tractatus logico-philosophicus: «il libro tratta i problemi filosofici e mostra – credo – che la formulazione di questi problemi si fonda sul fraintendimento della logica del nostro linguaggio».
Frase cui fa seguito la più enigmatica delle sentenze novecentesche:

e su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere

– con la quale il saggio, poi, si chiuderà. L’analisi chiarificatrice di Wittgenstein si muove quindi all’interno del dicibile (che è zona logica), all’interno cioè del mondo inteso come totalità di fatti – e di speculari proposizioni linguistiche che li rappresentano, espungendo ciò che dicibile non è, e che però è la materia oscura che più brucia in ciò che è essenzialmente filosofico.
La conclusione della prefazione chiarisce bene questo punto, nell’indicare un po’ protervamente (ma a ragione, vista la potenza logica della mente dell’autore) intangibile e definitiva la verità dei pensieri qui comunicati – l’espressione “comunicati”, così compassata e distante, sembra sottintendere qualcosa come “io ve lo dico, poi fate un po’ quel che vi pare” (pur sapendo che quel “voi” cui il Tractatus si rivolge saranno sì e no un pugno di accademici, peraltro quasi sempre ostili o beatamente indifferenti).
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Figure dell’ananke

mercoledì 28 giugno 2017

È passato ormai un mese da che mio padre è morto e, oltre alla malinconica tonalità emotiva che non mi dà tregua, c’è anche un pensiero ossessivo che non vuol cessare: quello dell’ananke.
Ananke è figura terribile, e ben poco traducibile, della mentalità greca: nella lingua latina diventa la necessitas, ma il significato originario viene ad esempio reso da Empedocle come “antico decreto degli dèi” (fr. 115) che si fa “intollerabile necessità” (116). Sia Platone che Aristotele traducono l’ananke in linguaggio filosofico, ora in chiave logica ora in chiave metafisica e cosmologica, ma saranno gli stoici ad innervare più di chiunque altro il proprio sistema-mondo con quella potente fatalità (simmetrica ed opposta alla misera impotenza umana), che da Crisippo viene anche indicata come heimarmene, parola greca per indicare il fato o il destino.
Ananke è innanzitutto una figura violenta, inesorabile, che non dà tregua: la forza avversa (bia), l’impossibilità che qualcosa sia diversamente da come è (l’essere di Parmenide è avvolto da quelle stesse catene). Oltre che in forma logica (l’ananke, se si vuole, regge il principio aristotelico di non contraddizione, principio fermissimo, immobile, eterno, inscalfibile, irremovibile), ci si presenta anche nella modalità fisica e psicologica del tempo, come ciò che è irreversibile, che non può tornare indietro. Un consumarsi inesorabile delle cose.
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Fuga di solo a solo

giovedì 22 giugno 2017
Ribana Szutor - Fuga verso l'alto

Ribana Szutor – Fuga verso l’alto

Le Enneadi di Plotino si concludono con un grande inno all’ascesa dell’uomo divino, in fuga dal mondo, verso le altezze irraggiungibili della metafisica forse più potente dell’antichità. Si va, cioè, ben oltre le costruzioni aristoteliche o platoniche, oltre il nous, il mondo delle idee, le sfere celesti o il motore immobile, oltre l’anima del mondo – oltre addirittura lo stesso Essere: l’Uno li trascende tutti, e si erge alla distanza abissale della lontananza e dell’alterità assoluta. Quell’Uno che non è persona, non è creatore, non è emanazione, non è ragione, non è sostanza, non è principio – insomma, innanzitutto non è, o è al di là dell’essere e del non essere – confine estremo (ed opposto) di questa landa materiale da cui siamo afflitti che, qui in basso, confina con la notte del non essere, della materia in perenne disfacimento e dell’insensatezza.
E allora noi umani, che abbiamo evidentemente una scheggia di quell’Uno conficcata nelle carni, pur essendo innanzitutto corpo, possiamo eventualmente abbandonare questa valle di lacrime, e scegliere la via dell’elevazione, della contemplazione, dell’ascesi trascendente che, anziché al nulla delle tenebre, conduce al nulla della luce. Ma forse nemmeno questa opposizione è calzante, visto che Plotino evoca, forse per primo, un’ulteriorità che se non è irrazionale è sicuramente metarazionale: il filosofo-monaco, l’uomo divino, viene «quasi rapito o ispirato» per entrare «silenziosamente nella solitudine e in uno stato che non conosce turbamenti, e non si allontana più dall’essere di Lui, né più si aggira intorno a se stesso, essendo ormai assolutamente fermo, identico alla stessa immobilità».
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Parlar di filosofia mangiucchiando ceci

giovedì 2 febbraio 2017

ceci

“Bisogna parlare di tali cose nella stagione d’inverno
vicino al fuoco, distesi sopra un molle divano
sazi di cibo, con un dolce vino da bere e mangiucchiando ceci”
– questa l’allettante immagine consegnataci da Senofane, il girovago cantore della Magna Grecia, in uno dei suoi frammenti, a proposito di una delle modalità possibili del filosofare.
Meglio, insomma, mettersi comodi e darsi tempo, visto che di cose molto importanti si tratta – nientemeno che di far fuori una mentalità millenaria e di fondarne una moderna (Carlo Sini ha detto a tal proposito che il moderno umanesimo trova la sua antica fondazione proprio in questo strano e poco considerato pensatore presocratico).
Ho riletto di recente i frammenti di Senofane, e me ne sono fatto un’immagine diversa che nel passato, un po’ più incerta e sfumata, ma molto più intrigante per la sfida che pare abbia lanciato: non v’è dubbio che il punto di partenza sia la critica all’antropomorfismo, una critica irridente e corrosiva, tesa a mettere alla berlina persino i grandi padri della grecità, Omero ed Esiodo, rei a suo dire di avere a loro volta amplificato quell’insopportabile propensione a rappresentare e mettere sulla scena gli dèi a nostra immagine e somiglianza – soprattutto esaltandone i vizi, anziché le virtù.
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Pascal.0 – esprit de finesse

martedì 19 luglio 2016

pascal

Capita spesso di leggere o di sentir citare un pensiero di Pascal. Del resto è proprio di questo abissale pensatore l’esprit de finesse, derivato in buona parte dalla consapevolezza di essere perennemente in bilico – in bilico tra natura e spirito, istinto e ragione, fede e scienza, passione e saggezza, radicale incertezza e geometrica necessità.
Questi stracitati Pensieri erano il materiale di una Apologia del cristianesimo che Pascal non poté pubblicare, data la precoce morte – a proposito di radicale incertezza. Ma non siamo certi nemmeno di questo.
Ne ho selezionati una quindicina o poco più, che spalmerò nel corso dell’estate – anzi, lo farò fare ai meccanismi automatici del blog; sono pensieri tratti specialmente dalle prime sezioni nelle quali sono stati ordinati, e per farlo ho utilizzato due o tre criteri ben poco scientifici e anzi piuttosto soggettivi: la brevità, un basso tasso di religiosità militante, un alto tasso di esistenzialità trasversale agli umani (e che dunque prescinda dai loro miti e fedi).
Per Pascal la condizione umana essenziale è quella del misero che sa di esserlo, della “canna pensante”, dalla quale dovrebbero discendere conseguenze etiche rilevanti. Dovrebbero…

L’immaginazione: un impero nell’impero

domenica 3 luglio 2016

Spinoza-palestinese

[La prima domanda che il primo dei miei maestri filosofici mi rivolse a bruciapelo durante il nostro primo incontro, fu “ma tu sai dirmi che cos’è un’immagine?”. Lo fece prima ancora di salutarmi, probabilmente con la complicità di alcuni bicchieri di vino o di un paio di whiskey irlandesi (purtroppo l’alcol, ben più dello spirito hegeliano, lo avrebbe dopo qualche decennio condotto alla morte).
Mi fece quella domanda ridendo – un riso davvero ilare, oltre che ebbro – mentre io, che non capii se stesse scherzando, balbettai irritato una risposta qualunque (suppongo molto stupida, data la mia giovane età e ignoranza filosofica).
Scoprii in seguito che in quei giorni era ossessionato dal problema delle immagini in Platone.
Del resto l’intera filosofia platonica, a partire dall’allegoria della caverna oltre all’uso abbondante di miti, può essere considerata un corpo a corpo con le immagini e la loro potenza sulle menti umane, ben più del fulgore delle idee. Depurarsi delle immagini che i corpi (e i desideri dei corpi) depositano nelle nostre menti è il compito essenziale della scala conoscitiva che dai sensi caduchi ed illusori porta alla luce eterna – dal buio della caverna alla verità del sole. La filosofia compiuta deve aver ragione delle immagini, debellandone la velenosa infiltrazione nell’animo umano.
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