Archive for the ‘FILOSOFIA POLITICA’ Category

Retrotopie

lunedì 23 ottobre 2017

«Oggi, pare, non è più tempo di utopia.
Marx è lontano.
Nel futuro.
Oggi è tempo di streghe».
[L. Parinetto, Faust e Marx]

«La tradizione di tutte le generazioni scomparse pesa come un incubo sul cervello dei viventi e proprio quando sembra ch’essi lavorino a trasformare se stessi e le cose, a creare ciò che non è mai esistito, proprio in tali epoche di crisi rivoluzionaria essi evocano con angoscia gli spiriti del passato per prenderli al loro servizio».
[K. Marx, Il diciotto brumaio di Luigi Bonaparte]

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«L’angelo della storia ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui nel cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta».
[W. Benjamin, Tesi di filosofia della storia]

Un corto circuito tra categorie – temporali, storiche, filosofico-politiche – pare spiegare molti degli attuali fenomeni retrotopici (per usare il termine di uno degli ultimi scritti di Bauman): ci si rivolge a un passato di (presunte) certezze a fronte di un futuro più che incerto, si assiste ad una “epidemia globale di nostalgia” dopo la sbornia di (presunto) progresso, ci si rinchiude, rintana, sigilla nei luoghi nelle radici nelle identità (più che mai fittizie) poiché la superficie liscia ed omogenea del globo atterrisce.
Le utopie si rovesciano una dopo l’altra in narrazioni distopiche.
L’angelo della storia non sa più dove guardare.
La storia si configura sempre di più come una parata di spettri.

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Zoon politikon – 1. Le origini della polis

mercoledì 18 ottobre 2017

Il senso di questi incontri – in netta controtendenza con la nostra epoca – è quello di scavare nelle parole, di andare alla ricerca dei significati originari e delle loro successive stratificazioni, di portare alla luce ciò che la superficie nasconde, in un’epoca in cui tutto è apparenza e i nomi vengono spesso usati in maniera superficiale se non a caso, senza cognizione di causa. Questo vale in particolare per l’ambito politico.
La lingua e la cultura greca designano per la prima volta con grande forza la “politicità” di homo sapiens: egli, dice Aristotele, è zoon politikon, essere (vivente, animale) eminentemente politico.
È di questo che ci occuperemo in questo ciclo, di questo elemento essenziale, delle forme che storicamente ha assunto e del loro destino in Occidente, alla luce dell’attuale crisi dell’idea stessa di politica.
Personalmente credo che non vi sia un eccesso, semmai una carenza di politica, nell’epoca in cui tutto appare politica, senza esserlo, mentre l’umanità politica arretra all’avanzare di nuove forme di barbarie.

1. Quel che i greci intendevano per “politica” è diverso da quel che intendiamo noi: polis è cosa diversa da stato o da società civile (che per i greci tendono a sovrapporsi). Credo però si possa sostenere che la domanda, il problema che sta alla base dell’invenzione della forma politica di convivenza (in particolare di quella sperimentata dai greci tra il VII e il IV secolo a.C., ovvero la democrazia), siano i medesimi, fatte le debite proporzioni demografiche o riguardanti la complessità sociale. Io ho sintetizzato quel problema in una domanda-simbolo: come contenere l’ira funesta di Achille?

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Monadi digitali

venerdì 29 settembre 2017

[note a margine della lettura di questo recente testo del sociofilosofo Byung-Chul Han sul neoliberalismo e le nuove tecniche del potere]

1. La libertà come autoproduzione e autosfruttamento illimitati: la dialettica servo/padrone di hegeliana memoria è ora interna, del tutto interiorizzata: ciascuno è insieme servo e padrone di se stesso [ma cos’è “se stesso”?].
Dall’assenza conseguente di un noi politico Han ricava l’impossibilità di una rivoluzione sociale secondo lo schema marxiano.

2. Il capitale è il nuovo dio e orizzonte trascendente [questo era chiaro da tempo)]. La società digitale e i suoi dispositivi sono i luoghi di una neoreligiosità: facebook è la chiesa, il like l’amen, lo smartphone il nuovo rosario.

3. Il capitalismo emotivo: oggi non consumiamo cose, oggetti, merci, ma emozioni, illimitate emozioni. La psicopolitica neoliberale [nuova tecnica di governo globale, successiva alla società disciplinare, perché si fonda essenzialmente sulla positività dell’autosfruttamento] s’impossessa dell’emozione, penetra a livello limbico, istintuale, così da condizionare le azioni (motiv-azioni) sul piano pre-riflessivo.

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Quest’anno si discute di politica!

martedì 19 settembre 2017

per una migliore visualizzazione:

Volantino gruppo discussione filosofia 2017-18

Uniformi invisibili

giovedì 25 maggio 2017

Jihad

La teologia politica dell’Isis discute la questione delle vittime halal (lecite), ovvero quelle che nel linguaggio occidentale vengono definite vittime collaterali, in sostanza i non-combattenti (donne, bambini, adolescenti, vecchi). L’Occidente ne sa qualcosa, visto che la categoria di mobilitazione totale e l’indistinzione tra vittime militari e civili nelle guerre è tipica della sua storia novecentesca (con la coda lunga del macello jugoslavo).
Ma le tesi jihadiste aggiungono qualcosa, poiché parlano di “uniformi invisibili” legate allo stile di vita dei “crociati”, che li fa essere indistintamente “membri di un esercito di valori empi”, partecipi del kufr, della condizione di infedeli, e che quindi non distingue tra deboli e abili, inermi o combattenti. (La fonte è Renzo Guolo, che commenta la rivista Rumyah del Califfato).
Ora, il problema è capire come mai queste tesi si infilano nelle teste dei radicalizzati europei (che non sono né profughi, né immigrati recenti, ma a tutti gli effetti cittadini inseriti nel tessuto sociale e multietnico d’Occidente). Cioè, qual è il meccanismo che permette a un ventenne di vedere dei suoi coetanei come rivestiti di quella uniforme invisibile (spesso la stessa che portava lui fino a poco tempo prima).
I meccanismi di disumanizzazione/animalizzazione sono tipici di ogni guerra di sterminio (da Auschwitz al Rwanda, dove i nemici erano scarafaggi), soprattutto perché consentono al non-combattente, alla persona comune, di nascondere ai suoi occhi il corpo della vittima (innocente) e di rinchiuderla in una categoria.
Se non si disinnesca questo meccanismo, la guerra (e la sua variante terroristica) non finiranno, e ci saranno sempre dei “perdenti radicali” pronti ad arruolarsi nei suoi eserciti. E a credere che c’è sempre un fine che giustifica qualunque mezzo, un’astrazione che fagocita i corpi, un universale sanguinoso cui sacrificare ogni diversità.

Le menti-bombe dei perdenti radicali

venerdì 23 dicembre 2016

fanatismo

Ho sempre pensato che la “guerra globale” in corso vada innanzitutto compresa (anche perché noi comuni mortali ne siamo superagiti, come fossimo pedine eterodirette su una grande scacchiera).
E va compresa in primo luogo una delle figure eminenti che la rappresenta, ovvero il suo soldato tipico, quello del jihadista-terrorista-fanatizzato-radicalizzato-fondamentalista (vi è già qui un grosso problema di nominazione e definizione).
Ho sempre trovato calzante la denominazione, risalente ad ormai quasi vent’anni fa, suggerita da Enzensberger, che definiva tali combattenti una delle possibili incarnazioni epocali della figura del nichilista e/o perdente radicale – l’escluso dall’umanità (o che tale si percepisce), che per un’estrema forma di revanche e di rivalsa diventa un corpo-bomba (o, prima ancora, una mente-bomba) pronto ad esplodere in qualsiasi luogo e situazione.
Naturalmente occorre non generalizzare (la guerra è pericolosa proprio perché induce semplificazioni – anzi la guerra è per sua natura essenzialmente una forma di semplificazione, secondo lo schema esclusivo e distruttivo amico/nemico).
Tuttavia ho trovato calzante quella figura di perdente disperato e nichilista in alcune delle biografie dei “radicalizzati” (ora va di moda chiamarli così) che stanno operando stragi, apparentemente a caso, in giro per l’Europa, o in altre aree del pianeta, soprattutto di religione islamica (in corrispondenza, tra l’altro, della guerra civile sunnita-sciita in corso).
Quella del presunto attentatore di Berlino, il tunisino Anis Amri, parrebbe corrispondervi alla perfezione:

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Il volto e il corpo dell’altro – 2. Stranieri, xenìa e homo migrans

martedì 22 novembre 2016

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“Straniero” è parola che viene dal latino extraneus, che sta per esterno, esteriore, di altri. Medesima origine ha l’aggettivo “strano” (che invece in latino era reso dalla parola novus, nel significato di insolito) – convergenza ed assonanza che dovrebbe far riflettere.
Lo straniero è così ciò che sta fuori dei confini (familiari, nazionali, etnici, culturali, linguistici, ecc.) e che è affetto da stranezza, diversità, non familiarità. È l’estraneo che provoca turbamento.
I greci avevano invece coniato una parola – “barbaro” – che definiva lo straniero come colui che non parla la lingua greca, che letteralmente “balbetta” (bàrbaros è parola onomatopeica).
Molto diverso – e altrettanto interessante – il significato della parola greca xénos, che sta sì a designare l’altro-straniero (addirittura il nemico, come in Omero), ma con sfumature molto ampie che ricomprendono anche la figura dell’ospite: xenìa indica infatti il vincolo di reciproca ospitalità. Quasi che in questa parola si accenni alla condizione universale di estraneità che può colpire in qualsiasi momento gli umani costretti a lasciare, per qualsiasi ragione, la loro casa, la loro terra, il loro paese, e che trovano confortante l’idea che da qualche parte ci sia uno straniero-ospite pronto ad accoglierlo (molto interessante a tal proposito l’ambivalenza della parola “ospite”, che indica sia il soggetto che ospita che quello ospitato).

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Catalogo delle passioni: misericordia affetto triste?

venerdì 3 giugno 2016

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I filosofi tradizionalmente e nella stragrande maggioranza sono inclini ad essere poco misericordiosi e compassionevoli: basterebbe consultare un qualunque dizionario filosofico per rendersene conto, visto che difficilmente vi si troverebbero le voci “misericordia”, “pietà”, “compassione” e simili; al più tali affetti verrebbero citati sotto voci più ampie, quali virtù, etica, giustizia, passioni.
Occorre chiedersi donde vengono questa indifferenza, circospezione quando non manifesta sospettosità. Forse la celebre immagine della dolce lontananza dagli affanni con cui Lucrezio apre il libro II del De rerum natura ci offre qualche interessante spunto in proposito: il filosofo – nella forma più classica del saggio antico – preferisce non essere turbato dagli affetti tristi indotti dalle miserie umane; egli guarda anzi con piacevole sufficienza (e un poco di alterigia) gli umani «errare smarriti cercando qua e là il sentiero della vita», gareggiare, competere e «sforzarsi giorno e notte con straordinaria fatica di giungere a eccelsa opulenza e d’impadronirsi del potere». Sforzo inutile e vano per menti misere e cieche, che non capiscono che l’unica vera liberazione dalla miseria – l’unico vero atto di misericordia – è che l’anima viva e goda «d’un senso gioioso sgombra d’affanni e timori»: atarassia, imperturbabilità sono qui le parole d’ordine1.

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Quinto fuoco: toccati dall’ignoto

venerdì 12 febbraio 2016

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Massa e potere di Elias Canetti è un testo unico nel panorama culturale, letterario e scientifico del ‘900, così com’è unico il suo autore (che scrive tra l’altro un unico romanzo, Auto da fé, considerato uno dei più rilevanti del secolo). Non è un saggio di sociologia, né di psicologia o di antropologia, e nemmeno può essere considerato un testo storico o filosofico (di filosofi non ne vengono praticamente citati): pur tuttavia si fa ampio riferimento a racconti etnografici così come a referti clinici, a casi storici (spesso poco noti), alla zoologia, all’etologia – anche se non vi è nessuna di queste discipline a prevalere. Massa e potere non ha in sostanza un taglio specialistico, e rimane un testo inclassificabile – cosa che ne fa senza dubbio aumentare il fascino e l’interesse.
Leggerlo è un’esperienza quantomai “straniante”: al termine ogni nostro più piccolo gesto ci apparirà sotto tutt’altra luce (da questo punto di vista lo ritengo filosofico nel senso più alto: massima gioia conoscitiva e disagio e angoscia crescenti nel progredire spiazzante della conoscenza di sé).
Potremmo dire che quella di Canetti è una ricerca di tipo “genealogico”, che va alle origini, alle spalle, alla base delle nostre pulsioni più profonde: massa e potere non sono solo concetti o “astrazioni”, ma il modo in cui i nostri corpi agiscono e interagiscono.
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Lo stregone

mercoledì 9 dicembre 2015

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«Resta in piedi invece la sua geniale intuizione: che il capitalismo è quel titanico stregone il quale, unificando il pianeta nel nome e nel segno del profitto, ha suscitato e scatenato forze che non sa e non può più dominare. Ma queste forze non sono le ribellioni delle classi oppresse, le quali sono ormai abbagliate soprattutto da follie palingenetiche a base religiosa, sono le ferite irreparabili inflitte al pianeta, avviato al disastro bioambientale perché lo “stregone” non intende arretrare rispetto alle sue scelte miopi e devastanti».
Così scrive sulla pagina culturale del Corriere della sera di oggi Luciano Canfora, a proposito della trilogia edita da Carocci sulla Storia del marxismo, che poi conclude il suo ragionamento con un apparente paradosso: il capitalismo – direbbe oggi Marx nell’intervista immaginaria di Donald Sassoon – non può essere globale; se lo fosse davvero, quattro miliardi e seicento milioni di ascelle che ricorrono allo spray deodorante produrrebbero il suono assordante dello strato di ozono che si spacca!
Non solo: la macchina infernale non può autocorreggersi, essendo il suo primum movens l’autovalorizzazione, a costo di vendere armi e di fare profitti anche con chi si mette a sparargli contro nelle sue ricche metropoli.