Archive for the ‘GUERRA (E PACE)’ Category

Benvenuti in Europa, ovvero sul pianeta Terra

sabato 5 settembre 2015

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Qui sotto non posterò nessuna fotografia scioccante, ma solo qualche ragionamento

venerdì 4 settembre 2015

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Ascoltavo stamane su una radio molto attenta all’informazione, il dibattito (direi globale) seguito alla pubblicazione e circolazione virale della fotografia di Aylan, il bambino siriano proveniente da Kobane e annegato su una spiaggia turca. Io non so dire in maniera netta se sia stato giusto o sbagliato pubblicarla, o eticamente lecito cavalcarla per un supposto scopo umanitario (non voglio pensare che la gran parte di chi lo ha fatto abbia messo in conto maggiori copie vendute, maggiore visibilità, o un numero più alto di “mi piace” sulla propria bacheca, anche se qua e là, magari solo sotterraneamente ed in maniera inconscia, questi elementi avranno influito).
Quel che però oggi mi chiedo è la medesima domanda che mi ponevo ormai 6 anni fa, quando cominciava ad essere chiara la potenza invasiva dei social e la diffusione virale delle immagini (che peraltro aveva raggiunto un vertice ancora tutto televisivo con l’11 settembre) – a proposito della dittatura delle immagini:

«Perché c’è proprio bisogno di patire visivamente l’orrore per indignarsi? Non è che in questo modo, con un passaggio quasi solo emozionale dei messaggi prodotti dalle immagini, si tende a far fuori proprio il livello razionale (e dunque eventualmente risolutivo)?».

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Sterminatori culturali

lunedì 2 febbraio 2015

«Se questa condotta fosse conforme al diritto umano, bisognerebbe dunque che il giapponese esecrasse il cinese, che a sua volta esecrerebbe il siamese; questi perseguiterebbe i gangaridi, che si getterebbero sugli abitanti dell’Indo: un mongolo strapperebbe il cuore al primo malabaro che incontrasse; il malabaro potrebbe strozzare il persiano, il quale potrebbe massacrare il turco; e tutti insieme si precipiterebbero sui cristiani, che così a lungo si sono divorati tra di loro.
Il diritto dell’intolleranza è dunque assurdo e barbaro; è il diritto delle tigri; è anzi ben più orribile, perché le tigri non si fanno a pezzi che per mangiare, e noi ci siamo sterminati per dei paragrafi».

(Voltaire, Trattato sulla tolleranza)

Potenze

venerdì 9 gennaio 2015

Tali e tante le questioni in campo da non sapere come stiano (o come metterle) insieme. Ne elenco, a titolo di esempio, alcune che mi sono venute in mente (e che certo non sono né nuove né esaustive):
-fascino nichilista (spesso giovanile) per i fascismi, siano essi jihadismo, suprematismo, razzismo – matrice diversa, ma esito simile
-groviglio geopolitico: ovvero, delle disastrose guerre e dissennate politiche occidentali dalle colonne d’Ercole all’Indo, passando per l’Algeria, la Libia, la Siria, l’Iraq, l’Afghanistan, stati-nazione posticci e in disfacimento, sulle cui macerie nascono i cosiddetti califfati (dilemma: meglio il vuoto, il caos, uno straccio di stato o la “somalizzazione”?)
-naturalmente, l’eterna questione israelo-palestinese
-vero nodo centrale è però quello del ruolo di Arabia Saudita e Iran (sunniti/sciiti specchietto per le allodole della concorrenza in termini di potenze regionali)
-questione economica “locale” (43% del gas e 48% del petrolio mondiale e, pare, 35% dei fondi finanziari stanno nei paesi del Golfo) che quindi diventa immediatamente
-questione economica “globale”: la crisi, le migrazioni, la divisione internazionale del lavoro, le crescenti ingiustizie sociali
-superpotenze: disimpegno statunitense, lontananza cinese, interessi russi, ondeggiamenti europei
-e poi, a casaccio: scontro di civiltà, religione, monoteismo, laicità, cittadinanza, convivenza, alterità, etica minima ed estraneità etica, libertà di espressione, “valori”…

Il rischio, come sempre sull’onda delle notizie e dell’emotività, è quello di sparare a casaccio, semplificare, e prepararsi alla guerra (ideologica, materiale, culturale), anche perché tra i fenomeni sopra evocati si stabiliscono relazioni spesso distorte, derivazioni causali rovesciate, gerarchie fattuali improprie, accostamenti assurdi o iperbolici, ecc.ecc.
Occorrerebbe invece saper mettere “ordine” attraverso un’opera razionale immane ed una potenza concettuale che sia insieme analitica e sintetica – roba da far tremare i polsi.
Gli è che nel mentre si immagina o ci si predispone ed attrezza a tale opera (che non può che essere di intelligenza critica e collettiva) i “fatti” avanzano e ci sovrastano e scompaginano tutti gli assetti, mentali e materiali, come sempre del resto – anche se i “fatti” possono limitarsi a 2 o 3 combattenti postcoloniali di seconda generazione (e facilmente ricolonizzati e fanatizzati da barbuti profeti di sventura) che con un paio di kalashnikov tengono in scacco per giorni una ex-potenza mondiale, nonché patria dell’illuminismo.

Prima parola: guerra

lunedì 20 ottobre 2014

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Ci sono almeno 3 ragioni che mi hanno indotto ad inaugurare il nostro Gruppo di discussione 2014/15 con il tema della guerra (l’unico che non era stato suggerito dal gruppo precedente). La prima è di tipo locale e contingente: qui a Rescaldina, per volontà di alcune associazioni e della nuova amministrazione comunale, si sta riflettendo sul tema della pace, attraverso un itinerario di incontri e di iniziative che proseguirà anche nelle prossime settimane. Solo che la parola-chiave di questa sera non è “pace”, ma “guerra”. La scelta non è casuale. Veniamo quindi alla seconda ragione, di tipo globale: è evidente come la guerra sia ancora l’orizzonte generale delle relazioni internazionali, la modalità attraverso cui, in ultima analisi, la politica gestisce i conflitti (dal Mediterraneo al Medio Oriente, dall’Ucraina ad altri scenari più periferici e, spesso, oscurati dai media). Infine, questo incontro è per me l’occasione di fare il punto sul rapporto tra filosofia e guerra, dato che proprio 30 anni fa, nell’incontrare la filosofia, cominciavo a riflettere sulle dinamiche militariste e sull’antimilitarismo come teoria e prassi di ampio respiro.

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Aforisma 87

mercoledì 10 settembre 2014

Ogni guerra contiene in sé le ragioni della successiva.

Si fotta la guerra (con tutti gli imperatori) – proprio oggi, a cent’anni esatti dalla prima fottuta guerra mondiale

lunedì 28 luglio 2014

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A me Hamas non piace. È una specie di Comunione e Liberazione islamica con un braccio armato. Ma:
1. Non sono terroristi (non più di quanto lo siano i soldati israeliani).
2. Non hanno rapito i 3 ragazzi israeliani, usati strumentalmente dal governo israeliano – che lo sapeva benissimo – per condurre l’ennesima guerra contro i palestinesi (e non solo contro Hamas)
3. Hamas è il governo di Gaza. Hamas è l’esercito di Gaza. Hamas, ci piaccia o no, difende il suo popolo come può – con razzi, tunnel e quant’altro. Quegli altri hanno la bomba atomica e uno degli eserciti più potenti del mondo.
4. Hamas viveva una forte crisi di consenso sociale, fino a qualche settimana fa. Corruzione, incompetenza, nessuna prospettiva. Ora invece la popolazione di Gaza sta con Hamas. Un gran bel risultato per Israele, non c’è che dire!
5. In questo momento, se Israele vuole punire Hamas non può non punire la popolazione civile (e temo che la cosa non gli dispiaccia affatto).
6. Esistono due alternative: o Israele rinuncia alle sue politiche espansionistiche ed annessionistiche (con crescente frantumazione del popolo palestinese) oppure continuerà a disseminare uova di drago che prima o poi gli si ritorceranno contro.
7. È però ragionevole pensare che la gran parte delle forze politiche israeliane (così come Hamas) non vuole la fine della guerra. È la guerra a tenerli in piedi, a dar loro un’identità.
8. Ci vorrebbe un bambino che indicasse la nudità degli imperatori in campo. Ma quel bambino viene quotidianamente ucciso, ferito, traumatizzato. Così che non ci sia nemmeno l’idea di un futuro.

Cascàmi

venerdì 25 luglio 2014

Scrap_metalDella storia non si butta via niente (qualcuno dice che da essa non si impara niente). D’altro canto il verbo “buttare” è ambiguo, dato che – non esistendo il nulla – ciò che viene gettato via non sparisce, semplicemente si sposta, si disfa, si trasforma – residua da qualche parte. Il dimenticato Giambattista Vico aveva opportunamente coniato l’espressione di corsi e ricorsi per significare non solo che i residui non spariscono, ma che talvolta possono essere riesumati e riutilizzati. Tornare in vita – ricorrere, appunto. È probabile che la storia – ammesso che una cosa come “la” storia esista davvero – funzioni proprio così. Come succede col povero maiale, del quale non si getta via niente. E tutti i suoi cascami – talvolta mefitici – si trovano depositati da qualche parte (nello spirito? nella memoria? nel linguaggio? nella prassi quotidiana?), pronti ad essere riattivati come degli zombi al momento opportuno.
Si è pensato già altre volte che il nazionalismo, le ossessioni identitarie (etniche o altro), il bellicismo, il razzismo e varie altre fobie potessero essere collocati una volta per tutte in questi scantinati o soffitte della storia, e lì, depositati come cimeli, osservati da lontano, con la sufficienza e la superiorità intellettuale di chi, venuto dopo, abbia appreso la lezione e li consideri alla stregua di reperti museali.
Niente da fare. Crisi economiche o di valori, crisi sociali e quant’altro inducono sempre schiere più o meno ampie di apprendisti stregoni a riesumare quegli oggetti “spirituali” e a farli rivivere in tutta la loro spettralità.
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Il seme d’Europa

venerdì 25 aprile 2014

(così celebro il mio 25 aprile quest’anno, con questi atroci e bellissimi versi di Wilfred Owen, uno dei figli e semi d’Europa mandati al macello, un secolo fa, a milioni)

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La Gazzetta di Diogene – nr. 24

giovedì 6 marzo 2014

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[numero monografico su Ucraina e dintorni]

♦ Repetita iuvant: quando tace la ragione e prevalgono le ragioni, facile che una guerra prima o poi scoppierà.

♦ La Crimea sta in Ucraina che sta in Europa che però comprende anche la Russia (che non sta mica su Marte). Ergo: se, almeno per un pezzetto, sono europeo, allora sono anche, per un sottopezzetto, ucraino, russo, crimeano, tataro…

♦ Gassssss… sssssibila il vero nome – al di là delle ciance – della posta in gioco.

♦ Ucraini chiamati a scegliere (o a subire?) tra oligarchi filo-di-qua e oligarchi filo-di-là.

♦ Le cronache ci narrano di bambine in pianto o di donne che separano i mariti etno-ossessionati. Poca cosa, ma è sapienza millenaria che non arretra di fronte alla follia.

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