Gratitudine

Anche questo 25 aprile volge al termine. Stamane era cominciato con un cruccio. Correvo nei boschi e pensavo che ero un ingrato, che in questi giorni non ho avuto un solo pensiero sincero per quei giovani italiani che hanno combattuto anche per me, sprofondato com’ero nei miei di pensieri.
Qualche giorno fa cantavo “Cerco un centro di gravità permanente”, e allora correndo mi sono chiesto quale fosse – oggi – il mio centro di gravità, le mie idee guida, e se ancora avevo un centro di gravità, e se fosse lo stesso di un tempo, o fosse cambiato o, peggio, dissolto. E se aveva senso averlo ancora, un centro di gravità.
Ho passato in rassegna gli ideali, i miei centri di gravità, ché uno non basta, o forse è uno che si trasforma di continuo, che muta e permane, identico a sé e sempre diverso.
La liberazione, certo. L’antifascismo. La lotta contro tutte le forme di oppressione di ingiustizia di sfruttamento di discriminazione di umiliazione. La parte giusta della linea gotica.
Il pensiero filosofico, il materialismo storico, la dialettica hegeliana, Marx, Spinoza. I miei centri filosofici di gravità. Ma lo sono ancora davvero o solo nominalmente? Sono pelle o sangue e carne? Che ne è di tutto quello studio, militanza, passione?
Le mie radici. L’isola dove sono nato, il nòstos e il mito del ritorno, il profondo rispetto che nutro per i miei genitori, per la loro storia, faticosissima e dignitosissima. Loro, amatissimi.
Le mie amiche, i miei amici, i miei affetti – quelli di una vita o anche solo di una stagione. L’amore, dunque? È quello il centro dei centri?
Liberté! egalité! fraternité! – ma troppo sono state stropicciate stiracchiate annacquate deluse tradite, specie le prime due, e allora eleggo a centro di gravità la fraternità, quella evocata da Leopardi nella Ginestra.
Il mio Mahler, la sua musica straziante, un centro permanente che risuona in me senza tregua da ormai trent’anni.
Ho pensato a tutto questo, e ad altro ancora, come in transe, e poi ho calzato i miei sandali del 25 aprile, il mio annuale rito di passaggio, ho guardato i miei piedi, e tutte quelle idee, quei centri di gravità, traballanti o meno, sopra le mie gambe che ancora mi reggono, e che fanno di me quello che sono. Le radici, la terra, le tracce, i piedi, l’andare – l’ignoto. Un altro centro di gravità.
E finalmente ho provato gratitudine per tutta questa bellezza e fortuna e abbondanza, nonostante tutto.

Contemporanea

Che cos’è, oggi, la filosofia? Quali sono le caratteristiche della filosofia contemporanea? Ma ancora più radicalmente: può esistere una filosofia contemporanea? Non è forse la filosofia una materia che trascende il tempo e che sfugge alla categoria della contemporaneità?
Hegel negherebbe con decisione: per lui la filosofia è la forma, lo “spirito dell’età in quanto esso pensa se stesso” e, così come ciascun individuo è figlio del suo tempo, “così anche la filosofia è il tempo di esso appreso in pensieri” – e come un individuo non può uscire dal suo tempo più di quanto possa uscire dalla propria pelle, così la filosofia è avvolta dalle spire del tempo, ciò che ne fa insieme un deposito delle memorie e un perenne movimento del pensiero – un divenire di se stessa.
Questa manfrina introduttiva mi serviva per dar conto del problema che mi si è posto quando ho immaginato come dovrà essere il 100° corto filosofico a chiusura del progetto social #lafilosofiain100corti che sto perseguendo ormai da 3 anni e mezzo (qui sulla Botte è in differita di un anno e mezzo circa) e che è finalmente giunto a conclusione.
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7 parole per 7 meditazioni – 6. Spazio

Premessa inevitabile e contingente: stiamo sperimentando in questi giorni una forma molto particolare (e inaspettata) di spazio – quella della distanza di sicurezza, della misura che ci allontana dall’altro e ci protegge (o, viceversa, protegge l’altro) dal contagio.
Esiste dunque anche uno “spazio” e, addirittura, una “metafisica” della peste. Ne ha parlato, ad esempio, Sergio Givone in un bel saggio di qualche anno fa. Lo spazio, in questi termini, ci appare come uno “spazio vitale” (Lebensraum era parola terribile dell’ideologia nazionalsocialista) – lo spazio che ciascun vivente occupa e che non può essere condiviso con un altro vivente, il quale si deve tenere a debita distanza. Viviamo nell’epoca per antonomasia dell’immunizzazione e della biopolitica: lo stato istituisce e gestisce lo spazio vitale nel quale i corpi che lo compongono (vedi Hobbes!) devono essere sani e immuni. La cultura sembrerebbe non essersi poi così allontanata dalla natura.
D’altro canto lo strato sterile ed immunizzante che ci avvolge – l’igiene, il mondo artificiale, la tecnologia, le macchine, gli algoritmi – crea l’illusione di una separazione (e protezione) dalla natura e dai suoi pericoli. L’ecumene, lo spazio umano, sovrasta la biosfera, lo spazio naturale. Ma è sufficiente un virus – o un piccolo sommovimento della sfera terrestre – a sconvolgere le nostre certezze, e a riprecipitarci nell’angoscia originaria. Lo spazio torna a contrarsi, se non a sbriciolarsi.
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Routinari

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Era stato David Hume a focalizzare l’attenzione sul concetto di abitudine – custom in lingua inglese – ritenendola una delle spiegazioni fondamentali del comportamento umano, e riducendo addirittura ad essa gran parte delle categorie scientifiche e metafisiche (con la mediazione della constant conjunction, anch’essa piuttosto abituale). Siamo, appunto, abituati a veder sorgere e tramontare il sole, e dunque siamo certi – certezza che facilmente diventa legge causale, verità, necessità assoluta – che questo continuerà ad accadere. Si tratta, secondo Hume, di abituali e costanti associazioni.
In questi giorni ho sentito parlare di abitudine in due contesti molti diversi – uno strettamente letterario, nel corso della lettura piacevolissima ed intelligentissima del celebre Discorso sulla servitù volontaria di Étienne de la Boétie: “ma senza dubbio l’abitudine, che in ogni campo esercita un enorme potere su di noi, non ha in nessun altro campo una forza così grande come nell’insegnarci la servitù”.
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Quinta parola: libertà

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[Sommario: Libertà e filosofia – L’uomo-misura di Protagora – Socrate eroe classico della libertà – Diogene hippy e cosmopolita – Il giardino di Epicuro – La catena degli stoici – Il libero arbitrio di Agostino – L’uomo proteiforme di Pico della Mirandola – Necessità e libertà in Spinoza – Stato e individuo: il liberalismo – Libertà, natura e spirito – L’oltreuomo nietzscheano – Sartre e l’esistenzialismo: libertà come possibilità – Libertà moltitudinaria – Responsabilità, alterità e libertà]

Il concetto di libertà è piuttosto sfuggente e, soprattutto, cangiante: epoche e culture diverse intendono questo termine in maniere inevitabilmente diverse. Ma senza voler entrare nella molteplicità dei significati e delle sfumature, evocare la libertà nel campo filosofico significa evocare nello stesso tempo una delle condizioni essenziali del pensiero: di libertà i filosofi hanno bisogno come l’aria, senza libertà di pensiero non ci può essere filosofia.
Ma di che cosa realmente parliamo quando parliamo di libertà? Da che cosa (o di che cosa) siamo (o dobbiamo) essere liberi? E poi: possiamo davvero esserlo, o si tratta di una pura illusione?
Ci faremo queste domande scorrendo velocemente il pensiero di alcuni filosofi o correnti filosofiche, dalla grecità all’epoca contemporanea.

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