Pneuma: il respiro di tutti gli esseri viventi

(traccia dell’incontro del Gruppo di discussione filosofica del 14 febbraio 2022)

Le piante, il respiro, la natura metamorfica saranno i tre temi, tra di loro strettamente connessi, di cui parleremo stasera. Per farlo, specie per quanto concerne il primo e il terzo tema, ci serviremo di due testi: La vita delle piante di Emanuele CocciaLa metamorfosi delle piante di Goethe.

1. Piante-arché
Ed è proprio Goethe a darci il là per l’attacco di stasera: «Nello spirito umano come nell’universo non vi è nulla che stia sopra o sotto». Il primo atteggiamento da assumere di fronte al mondo vegetale è proprio quello della deposizione di ogni forma di antropocentrismo o di zoocentrismo. La metafisica della mescolanza che Coccia propone, assume il punto di vista (che è un punto di vita) delle piante come decostruzione di ogni gerarchia del vivente e critica radicale di una non più tollerabile secessione umana dalla natura. Il mondo delle piante è esemplare della interconnessione delle forme di vita, della loro complementarità, del fondamento orizzontale di tutti i punti di vista-punti di vita. E ciò è proprio delle piante in quanto fondatrici del mondo della vita di cui siamo parte.
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Schwa!

Ho letto la petizione sulla schwa del linguista Massimo Arcangeli, e l’ho trovata del tutto sbagliata. Per almeno due ragioni, a mio modo di vedere piuttosto ovvie.
La prima è che se è vero che la lingua e la prassi linguistica non si modificano a colpi di imposizioni dall’alto, anche perché è più probabile che sia la lingua a parlare in noi che non noi la lingua – la facoltà di linguaggio è comunque un organismo vivente, in perenne mutamento, e non può essere chiuso in una gabbia. In bilico perenne, sì, tra biologia e cultura, ma nulla nell’uno e nell’altro campo è immobile e perenne: il linguaggio è l’invariante biologico che apre alla possibilità infinita della variazione. E dunque – marxianamente – storicamente determinato, come ogni cosa che ci riguarda. E, dunque, determinabile e modificabile.
La seconda – forse più importante e sottile della prima – riguarda invece la questione dell’impensato: ogni volta che emerge criticamente un elemento della nostra vita (sociale, culturale, biologica) di cui non si aveva (sufficiente) coscienza, si apre una fase di allargamento dell’autodeterminazione e della coscienza collettiva. In quell’impensato ci sono inevitabilmente i soggetti esclusi dalla marcia trionfale verso l’ortopedia e il conformismo sociali – le soggettività nominate e costituite da altri. Il pensiero deve sempre essere grato a queste nuove posture laterali, dei veri e propri scarti in diagonale, che svelano la (uni)normatività del potere (e dell’abitudine massiva che vi aderisce), mettendone in discussione la falsa universalità.
Infastidisce, tutto ciò, le abitudini e le consuetudini (e magari anche i privilegi)? Ben venga questo fastidio, ogni qual volta segnala l’emersione dal buio di nuove forme di vita. Senza dialettica si ha la morte dello spirito.

Crescere in leggerezza

Il ciclo di incontri che – covid permettendo – darà vita quest’anno al Gruppo di discussione filosofica, giocherà sull’opposizione gravità/leggerezza. Lo spunto viene dalla prima delle Lezioni americane di Italo Calvino (l’espressione “crescere in leggerezza” che dà il titolo al ciclo, si trova nelle Città invisibili). Ma non sono in grado di anticipare molto, prima di tutto perché non c’è alcuna tesi precostituita, bensì solo un insieme di spunti da cui partire, una direzione possibile da prendere, e alcuni testi che ci potranno aiutare; in secondo luogo perché di leggerezza parlerò più specificamente nel secondo incontro, quello dedicato al testo di Calvino e alle suggestioni (letterarie, ma non solo) intorno ai concetti di leggerezza e di invisibilità.
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Progresso impersonale

Aldo Schiavone apre il suo ultimo saggio Progresso con quella che definisce giustamente un’icona del pensiero del Novecento, ovvero il testo con cui Walter Benjamin interpreta il dipinto di Klee Angelus Novus. Direi che è il caso di riportarlo per intero:

«C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta».

Ho sempre trovato il passo di Benjamin infinitamente più bello del quadro di Klee – opera che il filosofo aveva acquistato a Monaco nel 1921, e per il quale nutriva una smisurata adorazione. Schiavone utilizza l’icona-simbolo di una filosofia antiprogressiva e pessimista della storia, per affermare non tanto l’ideologia delle magnifiche sorti e progressive irrise da Leopardi, quanto un fatto incontrovertibile: gli umani non sono mai stati così potenti, longevi, sicuri, dominanti sulla Terra come in questo momento della loro storia.
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7 parole per 7 meditazioni – 6. Spazio

Premessa inevitabile e contingente: stiamo sperimentando in questi giorni una forma molto particolare (e inaspettata) di spazio – quella della distanza di sicurezza, della misura che ci allontana dall’altro e ci protegge (o, viceversa, protegge l’altro) dal contagio.
Esiste dunque anche uno “spazio” e, addirittura, una “metafisica” della peste. Ne ha parlato, ad esempio, Sergio Givone in un bel saggio di qualche anno fa. Lo spazio, in questi termini, ci appare come uno “spazio vitale” (Lebensraum era parola terribile dell’ideologia nazionalsocialista) – lo spazio che ciascun vivente occupa e che non può essere condiviso con un altro vivente, il quale si deve tenere a debita distanza. Viviamo nell’epoca per antonomasia dell’immunizzazione e della biopolitica: lo stato istituisce e gestisce lo spazio vitale nel quale i corpi che lo compongono (vedi Hobbes!) devono essere sani e immuni. La cultura sembrerebbe non essersi poi così allontanata dalla natura.
D’altro canto lo strato sterile ed immunizzante che ci avvolge – l’igiene, il mondo artificiale, la tecnologia, le macchine, gli algoritmi – crea l’illusione di una separazione (e protezione) dalla natura e dai suoi pericoli. L’ecumene, lo spazio umano, sovrasta la biosfera, lo spazio naturale. Ma è sufficiente un virus – o un piccolo sommovimento della sfera terrestre – a sconvolgere le nostre certezze, e a riprecipitarci nell’angoscia originaria. Lo spazio torna a contrarsi, se non a sbriciolarsi.
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Morticina omeopatica

Pensavo tempo fa, in un fugace quanto illusorio interstizio di microlibertà, che l’unica vera salvezza da quella che Max Weber definiva “la gabbia d’acciaio”, la megamacchina che ci stritola (il lavoro, gli obblighi e la pressione sociale, la congiura degli oggetti e dei meccanismi nei quali ci siamo infilati e incastrati, il dover rendere conto a tutti a livello comunicativo, l’iperstimolazione sensoriale, la saturazione informativa, l’esposizione urbi et orbi, ma anche il pensiero e il pensiero di pensiero, la ragione strumentale, quella Begierde conoscitiva che ci affligge – attenzione, tutto quanto autoinflitto!) – l’unica vera salvezza da questo profluvio ipersociale sarebbe la morte, una “morte secca”, come soleva dire mio padre; ma siccome la morte è piuttosto spiacevole (ci piace vivere, contro ogni evidenza), occorrerebbe inventarsi una “morte leggera”, una morte finta e parentetica, una morticina lieve che ci protegga dalla violenza della vita – un paradosso che più paradossale non c’è; una morte sottile, un’epoché sensoriale, una sospensione selettiva del nostro rapporto con la vita, un esserci/non essersi, un esser leggeri, fatti d’aria, quasi traforati, trasparenti, un esser discreti (un po’ sì un po’ no, discontinui e mai tutti d’un pezzo, tetragoni), così da poter sparire all’occorrenza dalla scena, non esser visti né percepiti, confondersi con lo sfondo. Attenzione! non si tratta di fuga o di ignavia, si tratta semmai di protezione vitalissima dal mortifero macchinico ipertrofico sistema che abbiamo edificato: per alleggerire l’angoscia atavica della morte abbiamo appesantito la vita. E allora, per liberarci dall’eccesso vitale dobbiamo far filtrare qualche dose omeopatica di morte sottopelle (e sottomente). Non è una soluzione, lo so; (soprattutto rischia di essere un’opzione antisociale). La si prenda come una forma di protezione: ma visto che tutti vogliono proteggersi con corazze e macchine sempre più sofisticate, leggi securitarie, muri e pistole, io opterei per viaggiare leggeri e per lasciare meno tracce possibili. Muoversi di lato e in diagonale, uscire dal palcoscenico. Dire e fare meno cose possibili. Quelle essenziali, se possibile. Lasciare indietro e far morire, in sé, tutta quella inutile baldoria.

Secondo fuoco: piccola apologia (gender) del corpo

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Opera di Salvatore Carbone

Tema quantomai scottante – direi infuocato come le discussioni che ne potrebbero scaturire – quello di stasera. Scottante perché attiene al sé di ciascuno e ciascuna, al modo di essere, alla propria identità più profonda – alle modalità attraverso cui l’essere umano si viene costituendo.
Ecco perché, tra l’altro, scatena battaglie ideologiche, guerre, fobie, campagne mediatiche…
Mi riferirò, di tanto in tanto, non ad uno – come preannunciato – ma a ben tre testi che ci aiuteranno nell’impostazione della riflessione e del dibattito – senza per questo doverli seguire passo passo.

1. Delegherò la funzione di “battaglia di retroguardia” alla filosofa morale Michela Marzano, che, pur da un punto di vista cattolico, dedica gran parte del pamphlet appena pubblicato dal titolo provocatorio Papà, mamma e gender a smontare, criticare, decostruire i luoghi comuni cattolici – e più in generale oscurantisti – su questo tema.
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Sesta parola: reale

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1. Realitas è termine coniato nel Medioevo e costruito sul latino res, cosa. Lo si rinviene per la prima volta nel filosofo Duns Scoto che lo utilizza all’interno di una discussione molto tecnica a proposito del problema degli universali: l’idea astratta è reale (esiste da qualche parte) o è soltanto il nome (che dunque sta solo nella nostra testa) volto ad indicare una cosa concreta?
La domanda – che cosa è reale? – potrebbe sembrare oziosa, ma vedremo che non lo è affatto.
Siamo portati a pensare che tutti sappiano bene che cosa sia reale e che cosa no: le cose che vedo e che tocco, il cibo che ingurgito, le persone e gli animali domestici con cui vivo, il lavoro che faccio – tutto questo è senz’altro reale. Ma un nome, un’idea, un sogno, un software, un simbolo, un’immagine, un ippogrifo o un drago – sono reali o no?

2. Siamo soliti contrapporre ciò che è reale ad entità inesistenti, fittizie od immaginarie, ai sogni, a ciò che è soltanto prodotto dalla nostra mente – ovvero al lato soggettivo della conoscenza (anche se tutti questi termini richiamano, per opposizione, la propria esterna ed oggettiva alterità).
C’è un oggetto proprio perché c’è un soggetto: un lato viene dato insieme all’altro, io (soggetto) conosco o percepisco qualcosa (oggetto), e questo oggetto è sempre correlato con il mio modo di intenderlo.

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