Archive for the ‘IDEE, CONCETTI, PROGETTI’ Category

Progresso impersonale

martedì 23 giugno 2020

Aldo Schiavone apre il suo ultimo saggio Progresso con quella che definisce giustamente un’icona del pensiero del Novecento, ovvero il testo con cui Walter Benjamin interpreta il dipinto di Klee Angelus Novus. Direi che è il caso di riportarlo per intero:

«C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta».

Ho sempre trovato il passo di Benjamin infinitamente più bello del quadro di Klee – opera che il filosofo aveva acquistato a Monaco nel 1921, e per il quale nutriva una smisurata adorazione. Schiavone utilizza l’icona-simbolo di una filosofia antiprogressiva e pessimista della storia, per affermare non tanto l’ideologia delle magnifiche sorti e progressive irrise da Leopardi, quanto un fatto incontrovertibile: gli umani non sono mai stati così potenti, longevi, sicuri, dominanti sulla Terra come in questo momento della loro storia.
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7 parole per 7 meditazioni – 6. Spazio

lunedì 9 marzo 2020

Premessa inevitabile e contingente: stiamo sperimentando in questi giorni una forma molto particolare (e inaspettata) di spazio – quella della distanza di sicurezza, della misura che ci allontana dall’altro e ci protegge (o, viceversa, protegge l’altro) dal contagio.
Esiste dunque anche uno “spazio” e, addirittura, una “metafisica” della peste. Ne ha parlato, ad esempio, Sergio Givone in un bel saggio di qualche anno fa. Lo spazio, in questi termini, ci appare come uno “spazio vitale” (Lebensraum era parola terribile dell’ideologia nazionalsocialista) – lo spazio che ciascun vivente occupa e che non può essere condiviso con un altro vivente, il quale si deve tenere a debita distanza. Viviamo nell’epoca per antonomasia dell’immunizzazione e della biopolitica: lo stato istituisce e gestisce lo spazio vitale nel quale i corpi che lo compongono (vedi Hobbes!) devono essere sani e immuni. La cultura sembrerebbe non essersi poi così allontanata dalla natura.
D’altro canto lo strato sterile ed immunizzante che ci avvolge – l’igiene, il mondo artificiale, la tecnologia, le macchine, gli algoritmi – crea l’illusione di una separazione (e protezione) dalla natura e dai suoi pericoli. L’ecumene, lo spazio umano, sovrasta la biosfera, lo spazio naturale. Ma è sufficiente un virus – o un piccolo sommovimento della sfera terrestre – a sconvolgere le nostre certezze, e a riprecipitarci nell’angoscia originaria. Lo spazio torna a contrarsi, se non a sbriciolarsi.
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Morticina omeopatica

lunedì 9 settembre 2019

Pensavo tempo fa, in un fugace quanto illusorio interstizio di microlibertà, che l’unica vera salvezza da quella che Max Weber definiva “la gabbia d’acciaio”, la megamacchina che ci stritola (il lavoro, gli obblighi e la pressione sociale, la congiura degli oggetti e dei meccanismi nei quali ci siamo infilati e incastrati, il dover rendere conto a tutti a livello comunicativo, l’iperstimolazione sensoriale, la saturazione informativa, l’esposizione urbi et orbi, ma anche il pensiero e il pensiero di pensiero, la ragione strumentale, quella Begierde conoscitiva che ci affligge – attenzione, tutto quanto autoinflitto!) – l’unica vera salvezza da questo profluvio ipersociale sarebbe la morte, una “morte secca”, come soleva dire mio padre; ma siccome la morte è piuttosto spiacevole (ci piace vivere, contro ogni evidenza), occorrerebbe inventarsi una “morte leggera”, una morte finta e parentetica, una morticina lieve che ci protegga dalla violenza della vita – un paradosso che più paradossale non c’è; una morte sottile, un’epoché sensoriale, una sospensione selettiva del nostro rapporto con la vita, un esserci/non essersi, un esser leggeri, fatti d’aria, quasi traforati, trasparenti, un esser discreti (un po’ sì un po’ no, discontinui e mai tutti d’un pezzo, tetragoni), così da poter sparire all’occorrenza dalla scena, non esser visti né percepiti, confondersi con lo sfondo. Attenzione! non si tratta di fuga o di ignavia, si tratta semmai di protezione vitalissima dal mortifero macchinico ipertrofico sistema che abbiamo edificato: per alleggerire l’angoscia atavica della morte abbiamo appesantito la vita. E allora, per liberarci dall’eccesso vitale dobbiamo far filtrare qualche dose omeopatica di morte sottopelle (e sottomente). Non è una soluzione, lo so; (soprattutto rischia di essere un’opzione antisociale). La si prenda come una forma di protezione: ma visto che tutti vogliono proteggersi con corazze e macchine sempre più sofisticate, leggi securitarie, muri e pistole, io opterei per viaggiare leggeri e per lasciare meno tracce possibili. Muoversi di lato e in diagonale, uscire dal palcoscenico. Dire e fare meno cose possibili. Quelle essenziali, se possibile. Lasciare indietro e far morire, in sé, tutta quella inutile baldoria.

Ricominciano i lunedì filosofici

martedì 18 settembre 2018

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Volantino gruppo discussione filosofia 2018-19

La misericordia passione triste?

sabato 28 maggio 2016

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Secondo fuoco: piccola apologia (gender) del corpo

venerdì 20 novembre 2015
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Opera di Salvatore Carbone

Tema quantomai scottante – direi infuocato come le discussioni che ne potrebbero scaturire – quello di stasera. Scottante perché attiene al sé di ciascuno e ciascuna, al modo di essere, alla propria identità più profonda – alle modalità attraverso cui l’essere umano si viene costituendo.
Ecco perché, tra l’altro, scatena battaglie ideologiche, guerre, fobie, campagne mediatiche…
Mi riferirò, di tanto in tanto, non ad uno – come preannunciato – ma a ben tre testi che ci aiuteranno nell’impostazione della riflessione e del dibattito – senza per questo doverli seguire passo passo.

1. Delegherò la funzione di “battaglia di retroguardia” alla filosofa morale Michela Marzano, che, pur da un punto di vista cattolico, dedica gran parte del pamphlet appena pubblicato dal titolo provocatorio Papà, mamma e gender a smontare, criticare, decostruire i luoghi comuni cattolici – e più in generale oscurantisti – su questo tema.
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Sesta parola: reale

lunedì 16 marzo 2015

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1. Realitas è termine coniato nel Medioevo e costruito sul latino res, cosa. Lo si rinviene per la prima volta nel filosofo Duns Scoto che lo utilizza all’interno di una discussione molto tecnica a proposito del problema degli universali: l’idea astratta è reale (esiste da qualche parte) o è soltanto il nome (che dunque sta solo nella nostra testa) volto ad indicare una cosa concreta?
La domanda – che cosa è reale? – potrebbe sembrare oziosa, ma vedremo che non lo è affatto.
Siamo portati a pensare che tutti sappiano bene che cosa sia reale e che cosa no: le cose che vedo e che tocco, il cibo che ingurgito, le persone e gli animali domestici con cui vivo, il lavoro che faccio – tutto questo è senz’altro reale. Ma un nome, un’idea, un sogno, un software, un simbolo, un’immagine, un ippogrifo o un drago – sono reali o no?

2. Siamo soliti contrapporre ciò che è reale ad entità inesistenti, fittizie od immaginarie, ai sogni, a ciò che è soltanto prodotto dalla nostra mente – ovvero al lato soggettivo della conoscenza (anche se tutti questi termini richiamano, per opposizione, la propria esterna ed oggettiva alterità).
C’è un oggetto proprio perché c’è un soggetto: un lato viene dato insieme all’altro, io (soggetto) conosco o percepisco qualcosa (oggetto), e questo oggetto è sempre correlato con il mio modo di intenderlo.

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Settimo lunedì: speranza vs responsabilità

martedì 22 aprile 2014

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Il principio responsabilità è il titolo di un libro pubblicato nel 1979 dal filosofo tedesco Hans Jonas, che richiama espressamente un’opera della metà del secolo scorso – Il principio speranza – del filosofo marxista Ernst Bloch. Da questo incrocio nasce il titolo dell’incontro di questa sera.
Prima di occuparci di questi due filosofi e delle opere citate, vorrei però richiamare l’attenzione sui motivi – essenzialmente affettivi ed emotivi – delle categorie evocate:

speranza / paura

(è Jonas stesso, come vedremo, a parlare di “euristica della paura” quale elemento essenziale dell’etica della responsabilità).

Ho trovato una eccellente definizione di questi due “affetti” in un filosofo che di passioni e di sentimenti umani si intende parecchio, e di cui già abbiamo parlato, Baruch Spinoza:

“La speranza (il timore) è una letizia (tristezza) incostante, nata dall’idea di una cosa, futura o passata, del cui evento in qualche modo dubitiamo” (Etica, parte III, Definizioni degli affetti, prop. XII-XIII)

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Quinto lunedì: la fiducia, cura delle passioni tristi

martedì 25 febbraio 2014

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[Utilizzerò come traccia il saggio di Michela Marzano Avere fiducia, che ha un taglio divulgativo, anche se talvolta disomogeneo e dispersivo – un testo che comunque offre molti spunti di riflessione interessanti, che credo saranno utili alla nostra discussione].

Farò due esempi per cominciare, uno personale l’altro tratto dalla Marzano:
-l’esercizio della caduta
-il dilemma del prigioniero
Il primo esempio ci offre un taglio emotivo ed istintivo della fiducia, mentre il secondo ce ne offre un profilo squisitamente razionale.
Anni fa, ad un laboratorio teatrale cui partecipavo, i conduttori ci fecero fare un esercizio in cui ciascuno avrebbe dovuto lasciarsi cadere all’indietro, di schiena, confidando nel fatto che qualcun altro del gruppo lo avrebbe preso. Non tutti riuscirono ad eseguire l’esercizio: tanto il gettarsi, quanto il bloccarsi avevano probabilmente a che fare con dei gesti istintivi, di cieca fiducia (per quanto simulata) nel primo caso, di paura nell’altro.
Michela Marzano ci parla ad un certo punto del “dilemma del prigioniero”, un celebre problema matematico-probabilistico della teoria dei giochi: due criminali vengono arrestati, separati e fatta loro una proposta di confessione così concepita: se uno confessa e l’altro no, il primo viene liberato e l’altro condannato a dieci anni; se entrambi confessano verranno condannati tutti e due a 5 anni; se nessuno dei due confessa, dovranno scontare 1 anno di prigione. In questo caso (tralasciando la casistica e la discussione sulla probabilità delle scelte, che oscilla dall’egoismo della prima opzione al solidarismo della terza), ciò che emerge è piuttosto l’aspetto razionale e di calcolo della fiducia (per chi volesse approfondire il dilemma, è consultabile la voce su wikipedia, anche se con una formulazione diversa, mentre la Marzano ne parla alle pagine 39-40).
Entrambi gli esempi si reggono sulla fiducia, che pare però oscillare tra l’istinto e la decisione razionale, non essendo riducibile a nessuna delle due dimensioni.

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Torsione gnoseologica

sabato 25 gennaio 2014

Il problema delle definizioni di “uomo”, “essere umano”, “natura umana” e simili, è che si tratta comunque di autodefinizioni, che dunque valgono quello che valgono. (Del resto anche le definizioni di “animale”, “zecca”, “tamburo”, “gelosia”, “linguaggio”, “essere”, “bottiglia”, “Saturno” sono nostre e non loro. Però, quando siamo noi a parlare di noi – ci parliamo addosso – la faccenda si fa più delicata). Nonostante tutte le nostre pretese filosofiche ed universali, per fare un passo avanti significativo in quanto ad oggettività, ci vorrebbe, forse, il giudizio di un alieno (solo Dio sarebbe oggettivo in massimo grado).
Anche le definizioni più interessanti che ho collezionato negli ultimi tempi – ad esempio quella di Rowlands: «Se volessi definire gli esseri umani con una frase, direi: gli uomini sono quegli animali che credono alle storie che raccontano su se stessi. In altri termini, gli esseri umani sono animali creduloni»; oppure quella di Cimatti: Homo sapiens, quell’unico animale «che ha come principale preoccupazione quella di dirsi che è diverso dagli altri viventi» – ebbene anch’esse, che pure si collocano al confine estremo della torsione straniante, scontano comunque questa insufficienza (al limite della dannazione) gnoseologica.