Bewilderment

 

Capire che cosa vuol dire non essere noi – potremmo sintetizzare in questa espressione il senso profondo di questo romanzo di Richard Powers, pubblicato di recente in Italia da La nave di Teseo. Quando ho cominciato a leggerlo possedeva tutti gli ingredienti che di base, da sempre, mi affascinano: natura selvaggia, disegni di animali e di viventi, astrobiologia ed esopianeti, neuroscienze… e le premesse hanno mantenuto le loro promesse. Dopo La strada di McCarthy – anche qui i protagonisti sono un padre e un bambino, con il fantasma di una madre che prende molto sul serio lo slogan iniziale e tutta l’urgenza di tradurlo in un cogente principio-responsabilità – Smarrimento si candida ad essere il romanzo metafisico e cosmologico di questi anni. «La vita è questa, disse. Se potessi custodirla per sempre…»

Disperazione o venerazione

Il fisico e matematico Brian Greene compie in questo bel libro il tentativo di abbracciare in un unico sguardo la storia dell’universo, le sue origini misteriose, il suo esito pressoché sicuro – ovvero “una nebbia di particelle alla deriva in un cosmo freddo e inerte”. Un cosmo simile a quello “gelido” dei presocratici, così come lo aveva letto Nietzsche.
Nel mezzo quel “fuggevole spiraglio di luce tra due eternità di tenebre” che sarebbe la vita, in particolare la vita cosciente. La cui unica ragione di esistenza è riducibile all’eco della sua domanda.
Ma proprio la coscienza di questa transitorietà ci può indurre due atteggiamenti opposti: la depressione e il cupo terrore per l’insignificanza oppure quel che Greene definisce una sensazione di gratitudine che “può aumentare fino a sfiorare la venerazione”.
Disperarsi per esser nati o adorare la vita: la coscienza – ai vertici del suo essere coscienza – si strugge in questo dilemma. Certo, può anche dimenticarsene e limitarsi a vivere giorno dopo giorno. O stordirsi con uno dei tanti oppii a sua disposizione (dal dio della religione a quello del denaro, ce n’è per tutti i gusti, l’immaginazione non ha limiti).
Ma la coscienza, ogni tanto, si risveglia, e punge. Qualche volta ci dà una stilettata.
Guarda: tu, il cosmo immenso e indifferente.

Bartleby l’antivaccinista

Tolti i guerrafondai, i crociati e i fanatici vaccinisti, quelli che augurano ai non vaccinati di ammalarsi e di morire (sperabilmente una piccola minoranza irrazionale, che si rispecchia nella fazione avversa più fanatica) – direi che ci sono grosso modo due linee di argomentazione che vengono rivolte agli indecisi, scettici o riluttanti boh-vax:
a) la linea moralistica: devi vaccinarti per ragioni di responsabilità nei confronti della società, dei nonni, dei fragili, del futuro, degli studenti, ecc. ecc.
b) la linea scientifico-razionale: devi vaccinarti perché lo dice la scienza, è sicuro, i dati ci dicono questo, è l’unica strada percorribile. ecc.ecc.

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Il dono oscuro

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Nel corso di alcune settimane, con molta calma e cadenza quasi quotidiana, ho letto questo testo di John Martin Hull, teologo inglese di origini australiane, che ci racconta in forma di diario la lucida cronaca del suo passaggio definitivo alla cecità, intorno ai quarant’anni: si tratta dell’arco temporale che va dall’estate del 1983 alla primavera del 1986, il periodo di attraversamento di un tunnel senza via di uscita, senza alcuna luce in fondo.
E parto proprio da qui, da questa immagine molto precisa, non a caso utilizzata in questo tempo pandemico (non solo medico-sanitario, anche cognitivo e psicosociale): l’attraversamento dell’ignoto che ci dovrebbe condurre verso un’uscita luminosa, un altro stato, un altro mondo. Così non accadrà, e anche se la vaccinazione di massa è la luce salvifica che ci condurrà fuori dal tunnel, il mondo che ci attende rimane più oscuro, ignoto e asfittico del precedente – perché appare, almeno per ora, come la riproposizione incattivita del precedente, con un ulteriore passo in avanti nel processo globale di addomesticamento. Nulla che assomigli a un dono.
Non che per Hull questo “dono” sia stato meno che velenoso e per nulla invocato – ma ci torneremo, perché è nelle ultime pagine, a neocoscienza acquisita, che il concetto di dono compare.
(Il titolo Il dono oscuro è, in verità, la scelta dell’editore italiano, mentre la prima edizione inglese è Touching the rock, titolo dell’ultimo capitolo – e, significativamente, dell’ultima tappa del viaggio verso la cecità profonda – mentre la seconda edizione s’intitola più semplicemente Notes on Blindness).

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Homo melancholicus

Robert Burton (1577-1640) fu bibliotecario, insegnante, prete, e passò gran parte della sua vita nelle biblioteche di Oxford, dove compilò questa immensa e barocca enciclopedia volta a catalogare e dissezionare l’animo umano, specie per quanto concerne la sua tonalità emotiva prevalente – dalle cui pagine fitte ho scelto di leggere e commentare alcune parti dedicate alla generazione della malinconia in ambito intellettuale: perché lo studio, l’accrescimento del sapere, il troppo pensare generano passioni tristi?
Burton, confortato da un caleidoscopio di citazioni, aneddoti, riferimenti alla tradizione classica (ma anche dalla propria diretta esperienza), fornisce alcune possibili spiegazioni. Innanzitutto la vita sedentaria e solitaria: corpi troppo seduti e rattrappiti, che generano effetti negativi sull’animo.
Ma anche lo studio eccessivo genera follia: e qui mi sarei aspettato una maggiore penetrazione ed esplorazione nelle parti più recondite della mente a proposito del desiderio di troppo sapere – la brama, la Begierde hegeliana – e dei limiti che sarebbe meglio darsi in fatto di curiosità e di accesso a verità scomode (magari in rapporto alla sfera divina) – ma in un testo e in un autore ci può stare solo quello che quel testo e quell’autore hanno dentro, non quello che ha dentro il lettore, e che a tutti i costi ci vorrebbe trovare.
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Il rarefatto e lieve mondo dei quanti

1-3

Non mi pare che Carlo Rovelli citi mai Calvino in questo suo ultimo saggio, Helgoland, sulla fisica quantistica (un piccolo capolavoro di divulgazione scientifica), ma credo che all’autore delle Lezioni americane sarebbe piaciuto non poco.
Se nella prima parte del libro viene ricostruita la genesi della teoria, a partire dall’assurda idea che venne in mente a un giovanissimo Heisenberg abbarbicato alle rocce di una ventosa isola del mare del Nord, con i successivi contributi del gruppo di fisici geniali raccoltisi attorno a Bohr negli anni ‘20 del ‘900 (Pauli, Jordan, Dirac), e poi Born, Schrödinger e altri, per giungere alla straordinaria conclusione della “granularità” del mondo, della sua indeterminatezza ed infine al concetto-chiave di relazione – mi pare che l’avvio della seconda parte (quella più filosofica) ha proprio a che fare con la levità e leggerezza della materia, con l’invisibilità spesso evocata dalla scienza, che tanto avevano colpito Calvino sul finire del secolo. “Il rarefatto e lieve mondo dei quanti”, intitola Rovelli uno dei paragrafi, dove spiega: «il mondo dei quanti è quindi più tenue di quello immaginato dalla vecchia fisica, è fatto solo di interazioni, accadimenti, eventi discontinui, senza permanenza. È un mondo con una trama rada, come un merletto di Burano» (92).
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7 parole per 7 meditazioni – 3. Morte

Per gli uomini che son morti sono pronte cose che essi non sperano né immaginano.

Il frammento di Eraclito, da alcuni interpreti ritenuto oscuro, a me pare invece sia leggibile come una critica radicale al modo tradizionale di intendere la morte – soprattutto alla modalità mitico-religiosa, e non illuminata dal logos, l’unico piano che ci rende comprensibile (se non accettabile) la morte: gli uomini, allora, non potranno aspettarsi premi, castighi o vite immaginarie oltre la morte. Non c’è niente oltre la morte – c’è solo qualcosa oltre la vita, questa vita, non un’altra.
L’unica prospettiva possibile (prefigurabile ma non descrivibile con chiarezza) è quella della metamorfosi e della ricongiunzione con la physis, la natura. La soglia della morte porta dunque a una dissoluzione che, forse, allude ad una ricomposizione – ad un un vero e proprio mutare dialettico di forme: questo sembra il punto di vista di Eraclito, al di là dell’oscurità del suo dire.

Fatta questa premessa, il problema della morte – dell’angoscia che genera e della sua accettazione – è senz’altro uno dei temi-cardine della filosofia, fin dalle origini, in continuità, ma anche in difformità, con il discorso religioso: ovvero, se la religione (ma più in generale tutto l’apparato spirituale, mitico, culturale, rituale) appare come un grande dispositivo per gestire il fenomeno della morte, la filosofia lo fa attraverso l’unico strumento di cui dispone, ovvero il logos, la ragione.
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