Archive for the ‘LIBRI E LETTURE’ Category

#100Dante 31-40

sabato 10 novembre 2018

31.
“S’esser puote, io vorrei
che dello smisurato Briareo
esperienza avesser li occhi miei”.
(Inf. XXXI, 97-9)
Il gusto per il meraviglioso (e l’orrido) attraversa tutta la Commedia: “Sappi che non son torri, ma giganti”, avverte Virgilio: e sarà uno di questi a calare i due poeti sul fondo dell’Inferno – lo tristo buco.

32.
Li occhi lor, ch’eran pria pur dentro molli,
gocciar su per le labbra, e ‘l gelo strinse
le lacrime tra essi e riserrolli.
(Inf. XXXII, 46-8)
Il nono cerchio – Cocito – è destinato ai traditori di coloro che si fidano, la peggior colpa punita con l’eternità del ghiaccio, contrappasso della maggior durezza del cuore.

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#100Dante 21-30

sabato 27 ottobre 2018

#100Dante 21.
Ed elli avea del cul fatto trombetta.
(Inf. XXI, 139)
È la chiassosa e celebre chiusa del canto XXI che, col successivo, costituisce una coppia di canti quantomai grotteschi. I diavoli Malebranche, beffardi e rissosi, si prendono la scena, ben più dei dannati: Alichino e Calcabrina, Cagnazzo e Barbariccia, Libicocco e Draghignazzo, Ciriatto e Graffiacane, Farfarello e Rubicante pazzo – onomastica assai gustosa.

#100Dante 22.
“O Rubicante, fa che tu li metti
li unghioni a dosso, sì che tu lo scuoi!”
gridavan tutti insieme i maladetti.
(Inf. XXII, 40-2)
Lo sciagurato è il barattiere (ovvero, il corrotto) Ciampolo di Navarra: mentre i due poeti lo interrogano, i diavolazzi lo artigliano, lo azzannano, lo inforcano, lo fanno a pezzi – cosicché la scena si colora di comicità; senonché il dannato alla fine li coglionerà, tornando a tuffarsi nella sua pece bollente.

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#100Dante 11-20

sabato 6 ottobre 2018

Gustave_Doré_-_The_Inferno,_Canto_13.jpg

#100Dante 11.
“O sol che sani ogni vista turbata,
tu mi contenti sì quando tu solvi,
che, non men che saver, dubbiar m’aggrata”.
(Inf. XI, 91-3)
Dante a Virgilio, che lo sta istruendo sull’ordinamento dell’Inferno e su alcune questioni filosofiche, in un canto piano e di passaggio, senza picchi. Ma quel “dubbiar m’aggrata” è notevole: non c’è piacere di conoscere senza dubitare.

#100Dante 12.
Ed in etterno munge
le lagrime, che col bollor diserra.
(Inf. XII, 135-6)
Versi terribili. Siamo nel Flegetonte, il fiume dove i tiranni pagano la loro violenza sanguinaria con l’essere a loro volta bolliti nel sangue, che spreme eterne lacrime.

#100Dante 13.
Come d’un stizzo verde ch’arso sia
dall’un de’ capi, che dall’altro geme
e cigola per vento che va via,
sì della scheggia rotta usciva inseme
parole e sangue.
(Inf. XIII, 40-4)
È il canto dei suicidi, uno dei più oscuri e orrorifici. I dannati son fatti piante, sterpi, tronchi – congelati per sempre nel gesto violento contro se stessi. Ma Pier della Vigna urla la sua verità.

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#100Dante 1-10

lunedì 24 settembre 2018

(un divertissment che traslo da facebook, dove sto pubblicando quotidianamente un passo della Commedia, seguito da un breve commento, e che qui renderò un po’ più comodamente in 10 puntate)

#100Dante 1.
Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
ché la diritta via era smarrita.
(Inferno I, 1-3)
Inevitabile cominciare con l’incipit degli incipit: Dante Alighieri (l’esule, il profugo, il nomade, cacciato dalla propria città) ci conduce nel mezzo dell’oscurità della sua crisi esistenziale – che è crisi di ogni vita cosciente, coscienza infelice.

#100Dante 2.
“I’ son Beatrice che ti faccio andare;
vegno del loco ove tornar disio:
amor mi mosse, che mi fa parlare.”
(Inf. II, 70-72)
In questo retroscena e viavai tra l’alto e il basso, tre parole-chiave del cosmo dantesco: disio, amor, parlare.

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Ricomporre l’infranto

lunedì 21 maggio 2018

Non lo avevo mai letto finora, e un po’ me ne vergogno.
Ma è bene che resti sempre qualcosa di importante da leggere, altrimenti a che scopo vivere?
In questi vent’anni devo averlo prestato migliaia di volte, ma io non lo avevo ancora letto.
A 14-15-16 anni ho letto tutto Dostoevskij. Ma non quel libro.
E allora lo scorso 27 gennaio, non potendone più, ho cominciato a leggerlo.
Due tre pagine al giorno. Una due lettere al giorno.
E stamattina è arrivata l’ultima pagina, l’ultima lettera, datata 1° agosto 1944.
Anna – perché è di lei che sto parlando – esordisce scrivendo di un “fastello di contraddizioni”. E prosegue, per l’ultima volta nella sua vita, con una capacità di analisi interiore davvero invidiabile.
Per quasi 4 mesi Anna Frank è stata qui, nel mio soggiorno, allegra e vitale come solo i fantasmi sanno esserlo. Preoccupata, ma mai disperata.
Un’adolescente che girava per casa, canzonandomi, che mi dava da pensare, che mi faceva ridere e commuovere, e stupire per quella precoce capacità di scrivere, di analizzare sé e gli altri, di prospettarsi, nonostante tutto, il mondo a venire. Un’adolescente con l’ansia di crescere e di trovare un posto nel mondo. E che un po’ ho sentito come una figlia. Talvolta la lettura m’imbarazzava, come se stessi violando uno spazio intimo, che doveva essere protetto.
E così, giorno dopo giorno, confessione dopo confessione, giravo le pagine, che via via si assottigliavano, col terrore di giungere alla fine. Perché a quel punto le mie stanze sarebbero rimaste vuote e Anna se ne sarebbe andata via per sempre.
Ora quel momento è arrivato. Il momento del congedo. Con le sue definitive pagine bianche. E sono più che mai sgomento. E svuotato.
Perché nell’aria rimane la sensazione che quella vita spezzata – insieme a milioni di altre – sia rimasta irredenta. Peggio ancora: che sia irredimibile. Poiché l’angelo della storia evocato da Benjamin non è in grado di “destare i morti e ricomporre l’infranto”.

Cartoline di dissenso

mercoledì 6 dicembre 2017

 

La prima sensazione, dopo aver letto questo opuscolo-intervista, è stata che la diagnosi riguardi molto più il medico del paziente. Si parla di “altri” (e di altri ferocemente avversi e distruttivi, oltre che autodistruttivi), ma è di noi che occorre ricominciare a parlare – di un noi profondo, di una psiche-iceberg, per lo più sommersa; e lo psicoanalista junghiano intervistato confida proprio nella capacità di sondare quell’abisso, fermo restando che occorre arrendersi all’evidenza che “nell’essere umano la parte emersa è minoritaria”.
Questo è il primo merito del libro, che cerca di calarsi, per quanto possibile, Nella mente di un terrorista.
Ve n’è poi un secondo (altrettanto abissale) che cerca di porre gli “impazzimenti individuali” sotto un’altra luce (terroristici o meno, credo che poco importi, a meno che non vogliamo raccontarci la balla che le società occidentali ricche godono di buona salute proprio perché sono ricche, anche se le stragi americane, per lo più autoctone, e la morìa per droghe chimiche e di psicofarmaci ci dicono tutt’altro): all’origine di molti dei nostri mali vi è una discrasia tra corpi evolutivi fermi a 20mila anni fa e processi di urbanizzazione e di virtualizzazione che trasformano a velocità folli gli ambienti sociali nei quali quei corpi sono inseriti, in modo tale da non potervisi più riconoscere/identificare – corpi e menti che, a giudizio di Zoja, sono ancora abituati ai piccoli gruppi e non agli scenari di massa e alle società complesse.
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Monadi digitali

venerdì 29 settembre 2017

[note a margine della lettura di questo recente testo del sociofilosofo Byung-Chul Han sul neoliberalismo e le nuove tecniche del potere]

1. La libertà come autoproduzione e autosfruttamento illimitati: la dialettica servo/padrone di hegeliana memoria è ora interna, del tutto interiorizzata: ciascuno è insieme servo e padrone di se stesso [ma cos’è “se stesso”?].
Dall’assenza conseguente di un noi politico Han ricava l’impossibilità di una rivoluzione sociale secondo lo schema marxiano.

2. Il capitale è il nuovo dio e orizzonte trascendente [questo era chiaro da tempo)]. La società digitale e i suoi dispositivi sono i luoghi di una neoreligiosità: facebook è la chiesa, il like l’amen, lo smartphone il nuovo rosario.

3. Il capitalismo emotivo: oggi non consumiamo cose, oggetti, merci, ma emozioni, illimitate emozioni. La psicopolitica neoliberale [nuova tecnica di governo globale, successiva alla società disciplinare, perché si fonda essenzialmente sulla positività dell’autosfruttamento] s’impossessa dell’emozione, penetra a livello limbico, istintuale, così da condizionare le azioni (motiv-azioni) sul piano pre-riflessivo.

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Benedetto Haruf

martedì 22 agosto 2017

(questa è l’ultima foto che ho fatto con mio padre, lo scorso febbraio, tre mesi prima che ci lasciasse; è stata una benedizione vederlo sorridere ancora, anche se sarebbe stata una delle ultime volte; leggendo questo romanzo di Kent Haruf, inevitabilmente fin dalle prime righe ho pensato a lui; l’autore, qui, parla anche di lui, di me, di noi, e di mia madre e dei quasi sessant’anni accanto all’uomo della sua vita; parla a me, alla mia anima affranta e a tutte le anime: anche per questo, siano benedette per sempre le sue parole)

Una benedizione è questa Trilogia della pianura che ci è stata donata in sorte – con quest’ultimo romanzo in particolare, che tratta fondamentalmente del tema della morte, e che è stato pubblicato da Kent Haruf poco prima della sua, di morte.
Per chi non lo avesse mai letto, c’è solo da premettere che nelle sue storie non succede nulla di eclatante, tutto si svolge in maniera piana, semplice, quasi sussurrata, intima, con l’asciuttezza tipica di un McCarthy, in quella scena-mondo che è Holt, il paese immaginario (ma specchio di luoghi in cui l’autore ha vissuto) che sta dalle parti di Denver, in Colorado. Dicevo: non succede nulla, per dire che invece succede tutto.
Lo schema narrativo si ripete identico in tutti i romanzi di Haruf: due, tre storie che si intrecciano o alternano, e che ci narrano vite semplici – o meglio, apparentemente semplici – in un contesto sociale e antropologico che è l’eterna provincia americana, l’America profonda e rurale, e in un contesto naturale che ci dovrebbe ricordare quanto può essere dura la terra, e quanto ostili gli elementi.
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La vita (dis)continua

giovedì 17 agosto 2017

Se c’è un’espressione che detesto è la vita continua.
Ti è successo questo, ti è successo quest’altro – ma la vita continua.
Ti è morto un genitore, un figlio/a, un amico/a, un compagno/a (valgono anche gli animali) – eppure la vita continua. Ci sarà sempre qualcuno che userà questa espressione trita, banale e stupidamente tautologica – volta forse a nascondere da una parte l’imbarazzo e l’incapacità di dire cose sensate di fronte ai lutti o alle tragedie, e dall’altra il sospetto che sempre alligna nella mente di chi la dice che quella vita che si vuole così continua e lineare sia in realtà un abisso di orrori.
Una vita come tanteA Little Life nell’edizione americana originale – romanzo della scrittrice di origini hawaiane Hanya Yanagihara, sembra quasi voler rispondere, e ci mette oltre mille pagine per farlo, alla banalità di quell’espressione – perché la vita non continua.
A dispetto della sua mole fluviale, potremmo ridurre l’intreccio narrativo a due semplici e però essenziali domande: la prima – che cos’è il male? – è inscritta nel destino toccato in sorte a Jude, l’infelice protagonista (ma chi è felice?), ovvero il male come indebolimento dell’altro, diminuzione sistematica della sua potenza vitale – quasi a dimostrare che nella vita di ogni umano c’è sempre un genio maligno che ha la funzione di inoculargli sottopelle un siero, con la precisa funzione anti-spinoziana di indurgli passioni tristi e inibirgli passioni liete. Progettare l’infelicità dell’altro – come ebbe a suggerire il filosofo amico dei lupi Mark Rowlands.
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sabato 5 agosto 2017

«La proprietà privata ci ha resi così ottusi e unilaterali…
Al posto di tutti i sensi fisici e spirituali è quindi subentrata la semplice alienazione di tutti questi sensi… il senso dell’avere.
Ogni uomo s’ingegna di procurare all’altro uomo un nuovo bisogno, per costringerlo a un nuovo sacrificio…
Il denaro trasforma le forze essenziali reali, sia umane che naturali, in penose fantasie.
Il denaro è il potere alienato dell’umanità».

L’editore Gallucci ha osato far uscire questo magnifico albo, illustrato dall’artista spagnolo Maguma, con le parole scritte da Marx nei Manoscritti economico-filosofici ormai quasi due secoli fa. Parole che rimbalzano sul presente, più vere oggi di ieri.