Archive for the ‘MATERIALI’ Category

Salvare gli studi di genere

martedì 23 aprile 2013

LAURA CORRADI-POLITICA FEMMINILE

(volentieri pubblico questo appello che mi giunge dall’amica filosofa Nicoletta Poidimani)

Dal margine degli studi di genere: una proposta politica

Le voci di protesta che si sono levate in seguito alla chiusura del corso di “Studi di genere” tenuto da Laura Corradi all’Università della Calabria, stanno facendo finalmente emergere sotto gli occhi di tutte e di tutti un quadro grave e inquietante, che conferma come gli studi di genere siano una questione politica. Tale quadro va letto, a nostro parere, su diversi piani.
Innanzitutto è necessario collocare questa vicenda in un orizzonte più generale che riguarda lo stato delle università italiane, dove i criteri del finanziamento pubblico e l’ingresso di forme di finanziamento privato privilegiano alcuni ambiti e oggetti di ricerca e ne marginalizzano, o escludono, altri. È noto come gli unici settori di ricerca che non soffrono dei tagli agli investimenti siano quelli relativi alla produzione bellica, alle nanotecnologie, agli strumenti tecnologici di controllo sociale.
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Individuo e totalità

mercoledì 5 dicembre 2012

pellegrino_tragico_cop_ycp

Il giovane amico e filosofo Marco Pellegrino, di cui qualcuno forse ricorderà una lunga serie di interventi e di commenti su questo blog intorno al pensiero di Emanuele Severino con l’impegnativo nick di “Profeta”, ha pubblicato qualche giorno fa sul suo blog un breve testo su individuo e totalità, bene e male. Poiché in questi giorni si è molto discusso sulla Botte di individuo e società (a partire dalla questione dei desideri e dei consumi), riporto qui di seguito il post.
Ricordo che Marco è autore di due saggi – La struttura concreta dell’infinito e Del tragico amore – nei quali si impegna coraggiosamente a ripensare e addirittura oltrepassare lo stesso pensiero di Severino. Naturalmente il suo è un punto di vista altro sulla questione – né antropologico né psicologico né sociopolitico e forse nemmeno filosofico in senso tradizionale. Una visione radicale e spiazzante (non saprei dire se dotata di originalità), ma che trovo di grande interesse. Naturalmente si tratta di una scheggia: immagino che chi voglia approfondire tale approccio ontologico, dovrà rivolgersi ai suoi (peraltro densi e voluminosi) tomi.
[So bene che alcuni termini – su tutti Totalità ed Eterno, per di più con la maiuscola – faranno storcere il naso a qualcuno (mentre galvanizzeranno qualcun altro), ma qui si fa filosofia, e quelli sono concetti che hanno piena cittadinanza filosofica. Liberissimo ciascuno di criticarli, ma anche di utilizzarli]

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Appunti per l’antimilitarismo

domenica 11 settembre 2011

(stavo cercando un modo per parlare, senza retorica, del decennale dell’11 settembre; credo di averlo trovato nelle carte di questa “fenomenologia” – pur sommaria – del militarismo e della sua possibile antitesi, dalla quale appare chiaro come solo un’analisi globale ed un sistema di pensiero organico siano in grado di affrontare la critica teorica della guerra globale, prospettandone insieme il superamento pratico)

Nello scorso mese di luglio è morto Franco Crespi, il mio primo (e credo più importante) maestro di filosofia, nonché amico e compagno di esperienze politiche e culturali per molti anni. Da un decennio – proprio da quel fatidico 2001 – ci eravamo persi di vista, per motivi legati alla complessità dell’esistenza e delle biografie individuali che non è qui il caso di evocare. Intendo oggi ricordarne la figura (di educatore, insegnante, rivoluzionario, comunista e appassionato filosofo) pubblicando un suo scritto del 1985 intitolato Appunti per l’antimilitarismo, steso in occasione di un seminario del Comitato antimilitarista milanese, nel quale all’epoca militavo. Si tratta di una decina di pagine fitte, redatte a mano in quella sua caratteristica grafia a stampatello, chiara e ordinata, e soprattutto – come si evince dal sommario – con quell’inconfondibile stile sistematico, di programmatica grandeur del pensiero, mai disgiunta però dalla prassi e dalla passione politica, tratti ereditati dai suoi principali maestri filosofici, Hegel e Marx.
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Il partito delle fobie

lunedì 11 luglio 2011

La mia amica filosofa Nicoletta Podimani, impegnata da anni sul fronte delle battaglie sociali, antimilitariste, antirazziste, libertarie, femministe, per i diritti LGBT – insomma, per tutto ciò che potrebbe rendere migliore e più vivibile questo derelitto paese – ha scritto di recente un contributo per un opuscolo distribuito durante la festa antileghista che si è tenuta a Brenta lo scorso 3 luglio. Ho pensato di pubblicarlo sul blog per almeno due motivi:  il primo è che rispecchia esattamente quel che penso sul tema del leghismo, delle ossessioni identitarie, delle fobie, del razzismo (del tutto in linea con quanto espresso da anni su questo blog); ma soprattutto perché mi è piaciuto il taglio con cui Nicoletta lo ha scritto, insieme biografico (che attinge al vissuto e all’esperienza diretta) ed antropologico, oltre che teorico-politico. Cito solo due aspetti dello scritto che trovo molto interessanti: la “scalata nella gerarchia etnico-sociale” e il presunto “riscatto” da parte dei “terroni”; la contiguità ideologico-culturale del leghismo con il nazifascismo e l’integralismo cattolico. Sono certo che potrà interessare anche i lettori della Botte…

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Ho trascorso l’infanzia e l’adolescenza in un paesello della Brianza. Erano gli anni Sessanta-Settanta, caratterizzati dall’immigrazione dal Sud. Mio padre, in realtà, era arrivato a Milano anni prima, durante la guerra, spedito dalla Sicilia a fare il servizio militare al Nord. Lì ha conosciuto mia madre.
Il mio cognome diceva chiaramente le origini paterne e per i parenti da parte materna nonché per coloro che, come unica lingua, conoscevano e parlavano il dialetto brianzolo, io ero “la figlia di un terrone” o, addirittura, “la mezzo sangue terrona”. La prova “scientifica” del mio “mezzo sangue” era, per tutti costoro, la mia profonda e viscerale ribellione contro ogni forma di disciplina. Perfino mia madre ne era convinta.
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Amletismi – 8

lunedì 11 aprile 2011

(pubblico quanto scritto dall’amico virtuale nonché compaesano Tindaro Starvaggi, a commento del mio post “Da Hegel a Nietzsche”)

«Una domanda sulla “pericolosità” del prospettivismo di Nietzsche. Fin dove ci si può spingere? Nietzsche si fa interprete di un processo di secolarizzazione già in atto (peraltro ben descritto da Max Weber negli stessi anni), evidenziando la fine degli assoluti, la morte di Dio come l’Assoluto per eccellenza. Ma dove si può arrivare? Da laico mi sono sempre posto questo problema. Relativizzare la dimensione gnoseologica ha aiutato lo sviluppo della civiltà umana. Ma è possibile mantenere la dimensione spirituale-fideistica (e il suo indubbio contributo culturale e sociale) senza doverla sottoporre al Tribunale del prospettivismo cognitivo? Insomma, posso credere in Dio e (senza ma) ricercare soluzioni non creazioniste sulla sussistenza delle res cogitans e res extensa? Tomismo e relativismo: una dicotomia insaldabile?»

Sinistro immaterialismo

lunedì 1 novembre 2010

Per quanto il simbolico vada sempre ricondotto al materiale, fatico non poco a ragionare in termini politici “classici”, in un’epoca in cui la sostanza delle cose è ridotta ad apparenza, a fatue e cangianti superfici, mentre regna sovrano il marasma del tanto peggio tanto meglio. Con oltretutto il desolante ed incontenibile spettacolo di una deriva cialtronesca e parolaia (quando non spudoratamente criminale) della classe dominante, mai stata dirigente quanto piuttosto digerente (e defecante) in questo povero paese. Anzi, pare proprio che al peggio non ci sia limite.
L’indecoroso spettacolo attraversa tutti gli schieramenti e (quasi) tutte le (de)formazioni politiche: naturalmente lo stile fascistoide, machista e volgare della destra italiana è diventato egemone e detta l’agenda politica, mentre la “sinistra” (o quel che ne rimane) balbetta ed esprime, al più, la questione della leadership per le prossime elezioni, ponendosi di nuovo (ed anzi, definitivamente) sul medesimo terreno dell’avversario.
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Extravagante sorella morte

lunedì 4 ottobre 2010

Ho ripreso in mano in questi giorni alcune opere di Luciano Parinetto, in vista della stesura di un contributo per una raccolta collettiva che dovrebbe essere pubblicata nel 2011 (decennale della morte). Tra le pagine di uno dei libri c’era un foglio (extra) vagante del testo di una poesia dedicata alla “Sorella morte”, che Luciano scrisse nel luglio del 2001, pochi mesi prima della fine. Si tratta di un testo molto denso, che in realtà richiama parecchi dei temi di cui il filosofo bresciano si era occupato, e che si potrebbe quasi considerare una “summa” del suo pensiero sulla natura umana e sul suo rapporto con il cosmo e la materia.
Ora non so dire che cosa Parinetto pensasse di San Francesco, anche se l’allusione alla sua laude è piuttosto esplicita. Da materialista e ateo (o, per meglio dire, in posizione che intenda prescindere da ogni teismo o trascendenza e dalle sue conseguenti negazioni), avrebbe forse laudato la sua scelta pauperistica ed anticipatamente anticapitalistica, il conflitto con il potere costituito, la sua vicinanza alla natura e la pietas che lo legava al cosmo. E ne avrebbe poi indicato limiti e contraddizioni, com’era nel suo stile eminentemente dialettico.
Ma qui conta di più una concezione epicurea della morte, che è interruzione di quel progetto infinito e diveniente che è il farsi dell’umano, inscritto in un farsi terrestre che lo ingloba, ma che resterebbe muto ed insensato (ad occhi umani), senza l’incessante tessitura di sé. E senza il desiderio di mutare ciò che è indegno.

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Skàndalon!

sabato 13 marzo 2010

Non mi sono mai piaciute le prediche, mentre ho sempre prediletto la critica. Al punto che qualcuno, ogni tanto, mi accusa di essere  fin troppo critico, di voler vedere sempre e ad ogni costo il lato negativo delle cose, quel che non va – dimenticando, però, che mentre mi muove questa accusa egli stesso utilizza l’arma della critica. Magari, chissà, oltre ad essere una questione di carattere dipenderà dalla mia formazione marxiana. Marx era un ipercritico. Molti suoi scritti contengono il termine Kritik nel titolo e nei vari capitoli – ce n’è uno, addirittura, che reca come sottotitolo Critica della critica critica!
Però avevo aperto con le prediche, e con la mia avversione (critica) ad esse… Eppure la predica, ad esempio quella cristiana, proprio nella sua derivazione dalla parresìa dei cinici greci, contiene in sé un forte elemento critico: fustigazione dei costumi, riconduzione a moralità e sobrietà, distinzione tra vero e falso, giusto e sbagliato, ecc.
Proprio qualche giorno fa, casualmente, ho trovato nel bel libro su Marx di Diego Fusaro che sto leggendo, un  riferimento alla figura del “parresiasta”. Scartabellando poi tra i miei appunti, scritti a mano su foglietti colorati e disseminati qua e là (resisto orgogliosamente all’integrale digitalizzazione), ho trovato un riferimento proprio al concetto di parresìa con un rinvio ad uno scritto di Foucault – di cui avevo letto tempo fa un estratto su Diogene (la rivista filosofica), e che mi aveva incuriosito, tanto più che aveva a che fare con Diogene (il filosofo di Sinope).
Poi è arrivata, con il suo picco europeo, la spinosissima faccenda degli scandali della chiesa cattolica a proposito della pedofilia che (peraltro da sempre) essa coltiva in seno, insieme a tante altre nefandezze morali (di uomini trattasi, per lo più maschi casti per voto, cioè solo in teoria – non di angeli, che notoriamente non hanno propensioni sessuali, poiché privi di sesso). A questo punto ho allineato le cose e le parole, e ho riflettuto sulle loro strane relazioni. Ma vediamo di fare ordine…

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Bentornato Marx!

venerdì 15 gennaio 2010

Un mio caro e (per me) determinante professore universitario – Emilio Agazzi, docente all’epoca di Filosofia della storia alla Statale di Milano – soleva dire, presentando le sue lezioni su Marx, che ciclicamente c’è qualcuno che suona la campana a morto per il pensiero marxista (o, più precisamente, marxiano). Da un paio di decenni quel qualcuno è diventato schiera. E, si sa, nella maggior parte dei casi si è trattato di cicisbei e sicofanti del neoliberismo (che pure ha fatto un bel crack di recente), che non hanno mai letto nemmeno una riga del Capitale o dei Manoscritti economico-filosofici. E che rimasticano ideologemi triti e ritriti, confezionati quando va bene dalle “filosofie da cucina” di hegeliana memoria.

Ecco perché accolgo con grande piacere la recente uscita di un libro del giovane filosofo Diego Fusaro (ne ho parlato qui qualche anno fa, a proposito di un suo interessante saggio su Epicuro), significativamente intitolato Bentornato Marx! L’autore ha fatto circolare in questi giorni in rete, una sorta di antipasto del libro in 11 tesi (giocando con il numero di quelle celeberrime di Marx su Feuerbach), che riporto qui sotto con la sua gentile autorizzazione, e che mi trovano pressoché concorde su tutta la linea.
Il mio assenso va in particolare alla rievocata (e anch’essa bentornata) teoria marxiana dell’individualità, nient’affatto riducibile (come vorrebbero i detrattori in malafede) al collettivismo livellatore: anzi, è semmai la concezione “onnilaterale” dell’individuo a fare di Marx il principale e davvero libertario antagonista  alternativo all’omologazione capitalistica e alla riduzione lateralissima di ogni cosa, persona e relazione a merce.
Naturalmente la mia adesione non è incondizionata, poiché non ho ancora letto il testo. Ma se il buon giorno si vede dal mattino…

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Ponti ermeneutici

martedì 7 luglio 2009

ponteNella pagina culturale de La Repubblica di oggi, viene pubblicato un ampio stralcio di un testo inedito di Franco Volpi, pronunciato pochi giorni prima della tragica morte, nel corso di un seminario organizzato da Laterza – testo che può essere letto integralmente sul sito della casa editrice, e che inserisco volentieri tra i Materiali del blog.

Può essere ritenuto un testo un po’ specialistico, dato che si occupa di traduzione, in particolare della traduzione di opere filosofiche. In realtà non lo è, poiché molto sottilmente Volpi fa della “traduzione” la cifra stessa dell’esistenza: “tradurre è qualcosa che pervade tutto il nostro stare nel mondo, nella storia, in un linguaggio“; così come d’altro canto l’intraducibilità è propriamente la “finitezza” del nostro stare nel mondo.

Il linguaggio, i linguaggi e le loro intermediazioni sono ponti verso l’altro – sembra suggerirci Volpi – ma possono anche essere barriere erette contro l’altro. E persino barriere erette dentro di noi. La fatica dell’esistere – e del tradurre – sta tutta nel tendere verso l’origine (l’originale) delle cose: un testo, una voce, un suono, un affetto, e nel non riuscire mai a catturarlo integralmente.

Il valore della traduzione.pdf