Mieiku: un lampone a strisce in cielo

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(si compie l’anno, si compie anche questa raccolta stagionale di mieiku: mancava l’estate, la stagione che più di ogni altra pare avere in sé i semi della morte, dell’estenuazione – il suo zenith, nel giorno del solstizio, è già subito un vertice di pienezza che declina; eppure nell’estate ci si rotola al sole e all’aria, ci si immerge in tutte le acque dove è possibile farlo e il corpo partecipa di una festa perenne dei sensi)

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ciliegie e gelsi a macerare
lamponi e more a maturare
fiori e farfalle a danzare
un avvinazzato a cantare
spighe d’orzo a dorare
il viandante a

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Mieiku: un marrone pieno di possibilità

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“Un marrone pieno di possibilità”, “Per favore non calpestare: ci sono dei semi che ce la stanno mettendo tutta” – sono due efficacissime espressioni presenti nell’incantevole albo illustrato E poi… è primavera, da cui è tratta l’immagine di sinistra. E a proposito di bambini, che inevitabilmente richiamano la stagione primaverile, l’immagine di destra ritrae il mio ciliegio filosofico in fiore – l’albero che mi è stato donato qualche anno fa dalle classi con cui all’epoca avevo filosofato, e che sta fiorendo per la seconda volta sul mio balcone. Le giuste effigi per questa piccola silloge di mieiku – schizzi poeticoviandanti sull’attesa, la pazienza, la rinascita, la possibilità, il cambiamento, il succedersi delle stagioni. Ovvero, sulla verditudine in agguato.

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ancora troppo bruno
per la mia impazienza
di verdi rinascite

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Mieiku: la mente all’addiaccio

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Forse perché danno l’illusione di una mobile eternità (un’eternità percepita, non concettuale), ho sempre amato ed ho sempre prestato grande attenzione al succedersi delle stagioni. Ciclo, appunto, non linea indeterminata, non fuga verso l’ignoto, e dunque ritorno di un identico (quasi) certo, che dà sicurezza. Così, ho notato che allineare ciclicamente questi mieiku – il minimo di parole per rendere il massimo (secondo le mie capacità) di emotività nell’impatto e nell’incontro con la natura – è un po’ come ribadire quella sensazione di eternità. Quasi un’inserzione di stabilità (per quanto caratterizzata dal movimento circolare) nella perenne transitorietà.
Kigo stagionali e climatici cui aggrapparsi data la grande incertezza delle cose storiche, politiche e sociali (anche se si parla sempre più spesso di impazzimento del clima). Una natura che perdura, contro l’evanescenza del nostro affannarci per piegarla. Una natura che non è né benigna né matrigna (gli elementi e le meteore climatiche ci cadono sulla testa in modo del tutto indifferente), ma che pure è tutto quello che abbiamo e che, in fondo, siamo.
Questa sensazione, poi, viene acuita dall’inverno, dal rigore del gelo, dalla sospensione delle cose, dal riposo e dalla pace che talvolta tutto ciò evoca. Portar fuori la mente all’addiaccio è farla partecipare di questa condizione congelata dell’essere, affinché il suo fuoco, qualche volta, si plachi, e diventi un piccolo lume contemplativo – una lucina nella notte gelida ed oscura.

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Mieiku: dopo la verditudine

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Da alcuni anni vado annotando con la mente, specie mentre passeggio o corro o m’inerpico o incedo, piccoli frammenti della visione moltitudinaria che la natura, infinitamente generosa, offre ai nostri sensi.
Più d’una volta in questo blog ho sollevato dubbi sul concetto di natura, non essendo spesso chiaro che cosa il senso comune (ma non solo) intenda con quel termine. Ciò non toglie che, qualsiasi cosa astratta o astrusa vi stia dietro, l’esperienza dell’aisthesis che aderisce pienamente alla physis è pressoché quotidiana. Vi è un continuo interscambio sensibile (estetico e di relazione vitale) tra “io” e “non io”, tra mente e corpo (e corpi) che fa sospettare che al di sopra e al di là di quell’immediatezza (per quanto confusa) si ergano sovrapposizioni e costruzioni (e finzioni e, soprattutto, scissioni) circa il nostro essere tutt’uno – con-essere –  con ciò che da sempre è e ci ricomprende: lo si chiami poi come si vuole, physis, natura, essere, tutto, sostanza – la “sostanza”, appunto, non cambia.
Ovviamente tra tali alti discorsi e gli schizzi che sono andato via via scrivendo c’è dismisura e incomparabilità (disagguaglianza, direbbe Dante); ma è proprio entro questo iato (questa ferita) che le parole provano a ricucire ciò che forse non può essere più ricucito, ma che testimonia l’arché e l’origine di ogni possibile discorso: io sono non-io, io sono natura, la natura è in me, la natura è me. Ed ogni irrelatezza è (o vorrebbe essere) così bandita per sempre dall’orizzonte di senso che la filosofia faticosamente persegue ed edifica.
In questa prima raccolta ho messo insieme, data la stagione incombente, tutto quel che ho scritto nella forma deviata dei “mieiku”, a proposito della vivace e dorata mestizia che l’autunno (anch’esso una costruzione, se si vuole) reca con sé. Magari farò altrettanto quando l’inverno busserà alle porte…

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