Lo straniero e le nuvole

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«Chi ami, sopra ogni cosa? Parla, uomo enigmatico! Tuo padre? tua madre? un fratello? una sorella?»
«Non ho né padre né madre, né fratello né sorella.»
«Gli amici?»
«Usate una parola il cui senso, fino ad oggi, mi è rimasto ignoto.»
«La patria?»
«Ignoro sotto quale latitudine si trovi.»
«La bellezza?»
«L’amerei volentieri, dea e immortale.»
«L’oro?»
«Lo odio come voi odiate Dio.»
«Eh! Ma allora che cosa ami, straordinario straniero?»
«Amo le nuvole… le nuvole che passano… laggiù!… laggiù!… le nuvole meravigliose!»

[C. Baudelaire, Lo Spleen di Parigi]

L’oro di Silesius

Oro cerca, chi è ricco; dio, chi è povero:
e merda trova il ricco ed oro il povero.

Angelus Silesius sintetizza perfettamente – dopo 350 anni – la divaricazione dei “valori” della nostra epoca: quando Draghi, e tutti gli altri servi del G7 o del Patto Atlantico, parlano di “valori” occidentali che si contrappongono a quelli di altri sistemi o culture, parlano solo dell’unico valore, del denaro. Non di altro.
Sarà invece il caso di andare a vedere che cosa ancora si nasconde dietro il “dio” di Silesius.

La mano di Chandra

Fin troppo citata la testimonianza in cui Anassagora dice che l’uomo è il più sapiente dei viventi perché dotato di mani: «Le mani, in effetti, sono uno strumento e la natura, come un uomo sapiente, dà ogni cosa a chi può usarla». Soprassediamo qui sulla questione se l’uomo sia più sapiente perché dotato di mani o, viceversa come sostiene Aristotele, venga dotato di mani proprio in virtù della sua sapienza.
Non so quanto poi il tema sia stato trattato in modo sistematico, di certo esisteranno scritti antropologici o biologici, ma non mi risulta una “storia della mano” di intento universalistico (ho trovato solo una storia della stretta di mano). Strano, vista la moda recente di scrivere la storia di qualunque cosa (dal vento alla sabbia, dal sangue allo zucchero). Seguiamo però la lezione aristotelica circa l’universalità della poesia (a differenza della storia): questa poesia di Chandra Livia Candiani sulle mani ne è un raro esempio. Dove non possono le scienze – umane o naturali – è l’espressione poetica a dire l’essenziale.

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Sempre nuovo splendore

Il De rerum natura di Lucrezio, com’è noto, non è solo un’opera di filosofia, cosmologia, scienze naturali ed etica, ma ancor prima un canto della natura, un’opera di alta poesia, ciò che non ne sminuisce affatto il rigore filosofico, ma anzi ne accresce la potenza.
Si prendano, ad esempio, le pagine del Libro quinto in cui si mostra come la natura fluisca perennemente, e come sia anch’essa sottoposta al vincolo universale del ciclo delle nascite e delle morti, secondo la dialettica della pesantezza/leggerezza che si dispiega grazie alla disposizione delle particelle elementari: scrive Lucrezio che

…l’universo fluisce in eterno.
Così la fonte copiosa di limpida luce, l’etereo sole
inonda continuamente il cielo di sempre nuovo splendore,
e rifornisce senza interruzione la luce con nuova luce. [281-84]

Poco dopo vengono evocate immagini di torri che crollano, rocce che si sgretolano, templi e statue di dèi che vanno in rovina – a ribadire che la natura è la «madre di tutto e comune sepolcro delle cose».
Ecco, trovo questo alternarsi di toni radiosi e cupi, di gravità e levità, uno stratagemma straordinario, non solo retorico, affinché la mente – in corrispondenza con le cose – possa accettare serenamente i sacri limiti imposti dal fato e dalle leggi della natura, e ne canti però la struggente bellezza proprio nel suo perenne consumarsi, perché «le cose hanno bisogno di sempre nuovo splendore» e quel che da loro fluisce «si riversa tutto nel grande mare dell’aria».

Dio-candela

«Sappi che se cerchi in qualche modo il tuo utile, non troverai mai Dio, perché non cerchi soltanto lui. Tu cerchi qualcosa insieme a Dio, proprio come se facessi di Dio una candela con cui cercare qualcosa – quando si è trovata la cosa, si getta via la candela. Quel che cerchi insieme a Dio è il nulla, qualsia cosa sia – utile, ricompensa, interiorità, o che altro: tu cerchi il nulla, e perciò trovi il nulla. Che tu trovi il nulla, dipende solo da questo: che tu cerchi il nulla».

[Meister Eckhart]

Su tutto trasvola

«Qui è discesa qualche potenza divina. Un animo così elevato e sereno, che su tutto trasvola, come su cose a lui inferiori, che si ride di tutto ciò che a noi infonde paura o concupiscenza, dev’essere necessariamente ispirato da una potenza divina […] Come i raggi del sole toccano, sì, la terra, ma stanno là donde provengono, così quell’anima grande e santa, che è stata inviata quaggiù per farci conoscere più da vicino l’essenza divina, si aggira, sì, tra noi, ma resta legata alla sua propria origine: lì è sospesa, verso lì mira e tende, vive tra noi, ma è qualcosa meglio di noi».

[Seneca, Lettere a Lucilio, XXIII, 3]

 

Utile comune

«L’uomo guidato dalla ragione è più libero nello Stato [in civitate], dove vive secondo il decreto comune, che nella solitudine dove obbedisce soltanto a sé stesso».
Nel passaggio dal corpo individuale (mosso dai propri desideri) al corpo sociale, Spinoza si chiede come rendere la schiavitù degli affetti una forza comune.
Come cioè smentire l’assunto di Hobbes (homo homini lupus) e rovesciarlo nella massima “l’uomo è un Dio per l’uomo” [hominem homini Deum esse].
Ciò può essere fatto solo con la guida della ragione e della conoscenza, in grado di trasformare l’utile individuale in utilità comune:
«Gli uomini cioè non possono desiderare per la conservazione del proprio essere niente di più eccellente se non che tutti concordino in tutto, in modo che le Menti e i Corpi formino una sola Mente e un solo Corpo, e tutti si sforzino insieme, per quanto possono di conservare il proprio essere, e tutti insieme cerchino per sé l’utile comune».
Spinoza immagina che si possa, anzi si debba, desiderare per l’altro il bene che si appetisce per sé.
Direi che dopo 350 anni non ci siamo mossi da lì. Anzi, quei dilemmi si sono fatti ancora più urgenti.