La soglia

(traccia dell’incontro del gruppo di discussione filosofica dell’11 aprile 2022)

Nel rapporto dialettico vita/morte, di cui a lungo abbiamo provato a parlare in questo ciclo di discussioni, un elemento caratteristico è quello della soglia. Della linea di confine tra l’una e l’altra. Una linea che non ci è dato valicare in modo cosciente – a sentire Epicuro, se la si valica non c’è più esperienza né coscienza. È vero che esistono le esperienze di coloro che si risvegliano dal coma o che si avvicinano alla soglia della morte – ma la soglia resta intatta, non valicabile. È proprio della soglia questa sua inesperibilità. Ogni volta che noi superiamo una soglia, o viene negata o si sposta più in là. La soglia è inattingibile – così come ogni limite o confine. E la soglia della morte è la soglia delle soglie.
D’altro canto anche la soglia vista dalla parte dei morti risulta inattingibile, se non inimmaginabile. Dalla morte non c’è ritorno – a meno che non si creda in una vita oltre la morte – di nuovo, al di là di una soglia. Ma è comunque un’altra vita, non la vita corrente – e in questo caso la morte risulta una sorta di cerniera tra le due forme di vita.
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Il respiro dell’altro

Strano che si rifletta così poco sull’ascolto del respiro (sia del proprio che dell’altro) in alcuni momenti della vita quotidiana. Prendiamo ad esempio il momento in cui ci si addormenta accanto ad un’altra persona, che è piuttosto comune (anche se non vale per tutti), in particolare accanto alla persona amata.
Addormentarsi nel respiro dell’altro – respirare il respiro dell’altro e sentire reciprocamente questo respiro e il suo venir meno, il suo spegnersi percettivo nel sonno – è un’esperienza di intimità tra le più profonde e intense che si possano fare.
Con però un’ombra, quasi un lato oscuro: poiché il respiro è la vita, e il sonno è un’anticipazione della morte (una piccola morte), questo cedere percettivo del respiro e sprofondare nel nulla insieme all’altro, può essere anche – a posteriori – angoscioso. Ma ritrovare il respiro – il proprio e quello dell’altro – al risveglio, ci riconcilia con quell’intimità vitale.
La respirazione è uno degli atti più comuni (nel senso della profonda comunanza e mescolanza degli esseri) che ci siano: respirare la medesima aria dell’altro, respirare il respiro dell’altro, vivere e sentir vivere e palpitare la vita dell’altro.
Tra queste esperienze credo che un vertice – da me mai provato – sia accogliere nel proprio respiro il respiro del figlio che si addormenta. Se l’ho provato da figlio – di sicuro come esperienza originaria e indelebile – non l’ho mai provata da padre, e ne ho nostalgia. Come di un filo interrotto nella catena del respiro.
Ma il respiro è grande, e noi – come ci ricorda Coccia nel suo bel saggio sulla Vita delle piante – siamo totalmente immersi nel respiro del mondo vegetale. Nello pneuma, nel soffio vitale. È in noi, così come noi siamo in lui.

Pieghe del vivente

A proposito della meditazione quotidiana, una forma da promuovere senz’altro è quella della passeggiata contemplativa. Si tratta di un buon modo per svuotare la mente gravata dai pensieri, limitandosi a consegnarle le sensazioni del momento, mantenendola così il più possibile sgombra.
Basta semplicemente fissare le cose, i dettagli, tutto quel che si presenta ai sensi in quel momento – vista, udito, odorato – e lasciarlo scivolare lievemente sui recettori sensoriali e ancor più lievemente sulla mente. Ogni cosa può essere accolta, ma ogni cosa deve lasciare il posto alla successiva, alla pari, in modo del tutto indifferente, senza fissarsi o preferire alcunché, di modo che tutto rimanga ciò che è, un fuori puramente contemplato e lasciato essere per quel che è.
Funziona preferibilmente coi dettagli: la biforcazione di un ramo, una piccola pietra, il lume di una foglia, le incrostazioni di un muro, la fessura di uno scuro socchiuso, la sbreccatura di un cornicione, una voce da un vicolo, il canto di un uccello, il movimento o lo sguardo fugace di un umano, un filo d’erba rinsecchito, la forma di una nuvola… Funziona in città come in campagna, in un bosco o in riva al mare – funziona ovunque e con qualunque condizione sensoriale.
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Contemplazione

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La contemplazione delle forme naturali, specie del loro divenire metamorfico, può essere un buon viatico alla meditazione. Il cielo, il mare, un paesaggio montano, la vegetazione durante un cammino – atti contemplativi facili, quasi spontanei, quando si è in vacanza dal mondo. Ma questa modalità è fin troppo semplice e scontata: è nel sepolcro della quotidianità che occorre ritagliarsi momenti puri e rarefatti di contemplazione.
Un cielo può essere contemplato sempre, anche dall’anfratto più angusto della vita quotidiana, dal più asfittico degli sguardi gettati da un uffici0, dal più alienante degli angoli metropolitani. Le nuvole, l’intrico dei rami, l’estendersi o l’abbarbicarsi dei vegetali su ogni superficie, la pioggia, i fenomeni atmosferici… posare lo sguardo sulle forme e sui profili, seguirli, farsene condurre, lasciarsene ipnotizzare. La luna, le sue perenni trasformazioni, gli astri, i cieli notturni – nonostante la devastazione della luce artificiale.
Non sei tu a contemplare, ma l’essere multiforme che si mostra e che ti abbraccia, la natura nel suo eterno essere periéchon – essere abbracciante che non può essere abbracciato.
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Stranizza di camminari

Lo scorso fine settimana, durante le mie passeggiate nel bosco, ho fatto degli esperimenti di camminata all’indietro. A lungo, cosa che normalmente – in società – non si può fare. Tutto è partito dalla sensazione di non sapere chi c’è dietro di noi. Peccato che il rovesciamento di direzione non lo risolve affatto, perché anche così non sai chi c’è davanti (o in un nuovo dietro di te).

Il problema sta nel nostro piano corporeo, che è fatto così. Unidirezionale e parecchio limitato – anche se esiste una sensorialità sottile che ci fa percepire presenze estranee. [Del resto pare che le linee evolutive si siano sbizzarrite un po’ meno dopo Burgess  Shale, a sentire il nostro amato Stephen Jay Gould].

Da questa banale esperienza percettiva ho derivato altre considerazioni e posture possibili. Se il problema era una (impossibile) percezione a 360 gradi, si potrebbe provare a camminare girando su se stessi come una trottola. Un minuto così, e comincia a girarti la testa e finisci per cadere a terra. Pessima idea. Ho provato allora ad incrociare i piedi e le direzioni laterali più lentamente, e un po’ funzionava: ma lo sforzo percettivo di orientarsi in più direzioni era comunque eccessivo rispetto all’obiettivo. Insomma, inutile.

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La bocca

(è questa la traccia dell’ottava passeggiata filosofica, svoltasi in ottobre)

La bocca è un tema di grande interesse per la riflessione antropologico-filosofica, un po’ come lo è stato per Lévinas quello del volto. In verità non mi pare siano state prodotte riflessioni di rilievo su questo tema, né mi risulta che qualche filosofo vi abbia dedicato un testo di peso.
Eppure la bocca, nella sua dimensione sia fisica che simbolica, nel suo essere punto d’entrata ed uscita (basti pensare alle espressioni bibliche in proposito), nella sua molteplice funzionalità, ma soprattutto nel suo essere profondamente ambivalente, non può non interessare la riflessione filosofica: un’ambivalenza che già era stata rilevata da Canetti, in alcune pagine notevoli di Massa e potere, in particolare nel capitolo intitolato “Afferrare e incorporare”: la bocca è lo strumento biologico atto ad ingoiare ciò che la mano le porge per la sua sopravvivenza. La bocca è innanzitutto strumento di morte per affermare la propria vita: i denti stritolano la preda che attraversa quella cavità-prigione che sta subito dietro, per precipitare nella gola e nell’abisso più interno al corpo. Quel che accade attraverso la bocca è che un corpo ne incorpora/assimila un altro: la bocca è lo strumento fondamentale del meccanismo dell’eterotrofia.
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Morticina omeopatica

Pensavo tempo fa, in un fugace quanto illusorio interstizio di microlibertà, che l’unica vera salvezza da quella che Max Weber definiva “la gabbia d’acciaio”, la megamacchina che ci stritola (il lavoro, gli obblighi e la pressione sociale, la congiura degli oggetti e dei meccanismi nei quali ci siamo infilati e incastrati, il dover rendere conto a tutti a livello comunicativo, l’iperstimolazione sensoriale, la saturazione informativa, l’esposizione urbi et orbi, ma anche il pensiero e il pensiero di pensiero, la ragione strumentale, quella Begierde conoscitiva che ci affligge – attenzione, tutto quanto autoinflitto!) – l’unica vera salvezza da questo profluvio ipersociale sarebbe la morte, una “morte secca”, come soleva dire mio padre; ma siccome la morte è piuttosto spiacevole (ci piace vivere, contro ogni evidenza), occorrerebbe inventarsi una “morte leggera”, una morte finta e parentetica, una morticina lieve che ci protegga dalla violenza della vita – un paradosso che più paradossale non c’è; una morte sottile, un’epoché sensoriale, una sospensione selettiva del nostro rapporto con la vita, un esserci/non essersi, un esser leggeri, fatti d’aria, quasi traforati, trasparenti, un esser discreti (un po’ sì un po’ no, discontinui e mai tutti d’un pezzo, tetragoni), così da poter sparire all’occorrenza dalla scena, non esser visti né percepiti, confondersi con lo sfondo. Attenzione! non si tratta di fuga o di ignavia, si tratta semmai di protezione vitalissima dal mortifero macchinico ipertrofico sistema che abbiamo edificato: per alleggerire l’angoscia atavica della morte abbiamo appesantito la vita. E allora, per liberarci dall’eccesso vitale dobbiamo far filtrare qualche dose omeopatica di morte sottopelle (e sottomente). Non è una soluzione, lo so; (soprattutto rischia di essere un’opzione antisociale). La si prenda come una forma di protezione: ma visto che tutti vogliono proteggersi con corazze e macchine sempre più sofisticate, leggi securitarie, muri e pistole, io opterei per viaggiare leggeri e per lasciare meno tracce possibili. Muoversi di lato e in diagonale, uscire dal palcoscenico. Dire e fare meno cose possibili. Quelle essenziali, se possibile. Lasciare indietro e far morire, in sé, tutta quella inutile baldoria.

Languore ontologico

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Prima di sintetizzare il mondo in un sistema metafisico, occorre guardarci dentro. Anzi, rotolarcisi dentro. Sporcarsi le mani. Intrallazzarcisi. Esserne invischiati. Entrarci e guardarlo dall’interno. Poi uscirne ed edificarne un senso possibile. (Giammai “il” senso, questo sarebbe semmai compito di un eventuale dio).
Dentro. Fuori. Dentro. Fuori.
Ogni volta che si entra si scopre qualcosa di nuovo. Poi se ne esce e si vengono a modificare i profili delle forme generali.
E così via, fino al termine della propria vita, della storia della filosofia, della storia della specie, della storia della coscienza…
L’estraneità al mondo ci consente di guardarlo meglio.
E l’antica ed ancestrale familiarità con esso – il tutt’uno naturalistico e biologico cui da sempre apparteniamo – non ci impedisce di desiderare d’uscirne per contemplarne l’interezza.
Ma senza parti nessun intero. Senza dettagli nessuna totalità.
Sarebbero altrimenti gusci vuoti.
Tuttavia non siamo fatti per impigliarci nella parte o nel dettaglio. Ci sentiremmo perennemente incompleti.
Siamo instancabili ed infelici animali dialettici e metafisici. Bisognosi non solo di scienza ma anche di filosofia.
Siamo una specie strana, estranea, straniata, straniante.
Un puntino nell’universo (o nel multiverso) che vorrebbe ingoiarlo per comprenderlo.
È questa stranezza che chiamiamo coscienza.
E che crediamo specialissima, nell’economia dell’essere.
Ma nessuno, mai, ci saprà dire se lo è davvero.
Ci estingueremo con questo languore ontologico.

Onanontologia

«La fatuità e la noia che invadono ciò che ancor sussiste,
l’indeterminato presentimento di un ignoto, sono segni forieri
di un qualche cosa di diverso che è in marcia» (G.W.F. Hegel)

La filosofia mi è venuta a noia.
L’ontologia, la metafisica mi son venute a noia.
Tutte quelle eiaculazioni mentali prive di orgasmo.
Le domande mi son venute a noia.
Le risposte pure. Ma ce n’è poche serie. Per fortuna.
La scienza e lo scientismo mi son venuti a noia.
Ma l’antiscientismo tronfio di più.
Il relativismo mi è venuto a noia.
L’assolutismo mi era già venuto a noia nell’adolescenza.
Il teismo e l’ateismo.
Le ideologie.
Ma soprattutto la loro morte o assenza.
Per non parlare di chi ne prende le distanze.
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Quinta passeggiata filosofica

Elogio della verditudine
[La passeggiata si è tenuta domenica 27 maggio 2018, presso il parco Castello di Legnano, in collaborazione con la compagnia teatrale Radicetimbrica Teatro]

Consideriamo oggi una parte della natura che costituisce elemento essenziale del camminare, ovvero la vegetazione. Credo sia incalcolabile l’influsso che i colori, le forme, i profumi del mondo vegetale hanno sulla nostra vita (che ovviamente non sarebbe possibile senza le piante) – non solo in termini materiali, ma anche in termini emotivi ed estetici.
Ci occuperemo oggi di quel modo di manifestarsi del mondo vegetale che definisco “verditudine” – la moltitudine di forme che il viandante sperimenta nel suo rapporto col paesaggio.
Lo faremo in 3 brevi mosse, servendoci di Hegel, di Goethe e dell’invenzione contingente (e forse casuale) delle angiosperme.

Partiamo proprio da quest’ultima. È molto probabile che 130-150 milioni di anni fa il mondo fosse grigio e monotono, prima dell’avvento di quella forma vegetale più evoluta (nel senso di complessa, non di superiore) che è rappresentata dalla forma oggi più diffusa, ovvero le Angiosperme: semi vestiti e protetti da un frutto (a differenza, ad esempio, delle Gimnosperme, a seme nudo, o delle piante che si diffondono tramite spore), sistema raffinatissimo dell’impollinazione zoofila – con fiori sempre più grandi, profumati, colorati e attraenti.
Si sarebbe cioè insinuato nel grigiore e nella monotonia precedenti un paesaggio sempre più multicromatico, profumato e ricolmo di frutti e godimento: un vero e proprio giardino (il giardino dell’Eden?).
Tutto grazie al caso e alla contingenza – a voler prendere sul serio le tesi evoluzionistiche.

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