Archive for the ‘REVERIES’ Category

Terza passeggiata filosofica

lunedì 13 novembre 2017

Dopo lo straniamento e il silenzio, facciamo un passo più in là.
Proviamo a far fare al nostro pensiero un passo filosofico più deciso.
Abbiamo sgombrato la mente. Abbiamo provato a fare silenzio, vuoto, a rallentare, a liberarci dalla saturazione, a svuotare e a sgravare i pensieri. A non avere assilli dovuti ai bisogni o all’utilità. Ci troviamo in una disposizione decisamente favorevole alla filosofia. Possiamo così avventurarci, con passi felpati, in un sentiero impervio, che non sappiamo dove porterà.
Proviamo ora a fare un esperimento più propriamente filosofico.

Siamo in una situazione di sospensione – i greci la chiamavano epoché, sospensione del giudizio. Un filosofo del ‘900, Edmund Husserl, ha provato a farne una condizione preliminare del proprio pensiero filosofico, definendo questa tecnica epoché fenomenologica – sospensione e messa tra parentesi del mondo dato, “naturale”, se si vuole delle abitudini, delle percezioni, delle conoscenze, delle tradizioni, delle forme tramite cui il mondo ci si presenta. Tutto ciò che definiamo “realtà”.
Questa camminata filosofica sospesa ci consentirà di affacciarci ad un mondo senza forme, o meglio, ad un mondo in cui ciò che conta sono le forme in quanto tali.
Per forme intendiamo le cose nella loro originarietà ed immediatezza, per come esse si presentano immediatamente alla coscienza (anche se è difficile concepirle scrostandole da tutte le precedenti percezioni, significati, ecc.).
Proviamoci.
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Seconda passeggiata filosofica

giovedì 26 ottobre 2017

Parliamo oggi di silenzio – e, per brevi accenni, di lentezza e di buio.
Le nostre società sono sature, ingombre, rumorose. Lo stile di vita moderno non può fare a meno del rumore: le macchine, i luoghi del lavoro e del consumo, il modo di muoversi – tutto prevede l’emissione di rumori, sottofondi musicali, tappeti sonori, chiacchiericcio continuo. Ma il rumore non è solo questo. Il rumore è anche l’iperstimolazione sensoriale cui siamo sottoposti.
Non c’è un solo attimo della giornata nel quale non veniamo sollecitati da qualcosa. Immagini, informazioni, opinioni, video, chat, mail, squilli, chiamate… ogni cosa richiede la nostra attenzione, il nostro consenso o (più raramente) dissenso. Viviamo perennemente immersi in quella che Platone chiamava pheme, il rumore del mito. La rete è il nuovo mito.
Siamo sempre connessi. All’affanno di un tempo – il logorìo della vita moderna – si è ora aggiunto quello dei social network, creando tra l’altro l’illusione di una grande libertà e di un illimitato movimento.
Le giornate devono essere sempre occupate, piene, dense di cose da fare. E in questa pienezza non c’è spazio per il silenzio. È diventato una merce rara. Praticamente un lusso.
Era stato Hans Magnus Enzensberger già vent’anni fa, nel saggio intitolato Zig Zag: saggi sul tempo, il potere, lo stile, a rilevare un paradosso riguardante il lusso. Quasi un rovesciamento.
Oggi il lusso non risiede più nel possedere oggetti costosi, nel consumo, nel riempimento del vuoto esistenziale, sta semmai nel poter allontanarsi dalla saturazione, dal rumore: il tempo, lo spazio, la tranquillità, l’ambiente pulito, questi sono oggi i veri articoli del lusso. Solo chi ha accesso a questi nuovi beni è davvero ricco.

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Prima passeggiata filosofica

giovedì 5 ottobre 2017

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Ogni giorno è raccomandabile iniettarsi in vena o inalare o masticare una dose modica di bellezza – unica sostanza stupefacente e psicotropa che non abbia danni collaterali.
Camminare è una di queste sostanze, e non deve mancare mai. Ma il passeggiare di cui facciamo esperienza oggi è piuttosto diverso dal camminare, dal marciare, dal correre, dal ritmico procedere della quotidianità. È più svagato, e, soprattutto, privo di scopo.
È inutile.
Ogni movimento della nostra giornata corrisponde ad una funzione, ha uno scopo predeterminato, pre-scritto (quasi sempre da altri). Sarebbe interessante mappare questi movimenti – da quelli automatici che facciamo al mattino appena svegli, a quelli della routine, lavoro-ufficio-scuola-università-spesa-incombenze varie, a quelli del tempo libero. Per quanto crediamo di essere liberi, la mappa corrisponde in massima parte (se non totalmente) a binari e fini precostituiti. Ogni movimento è utile, serve a qualcosa, risponde ad un bisogno o necessità o desiderio per lo più indotti.
Questo passeggiare, per contro, deve fuoriuscire dagli schemi, deve essere senza meta, privo di un fine. Non deve servire a nulla – non deve essere servo di nessuno.
Nella mappa della nostra giornata deve corrispondere allo scarabocchio insensato.

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Una quasi misantropia

martedì 1 agosto 2017

Non è propriamente odio per il genere umano e nemmeno il nichilistico cupio dissolvi lingottiano del cos’aspettate ad estinguervi tutti quanti? No, non si tratta di questo, anche se non posso nemmeno dire di amare incondizionatamente il genere umano come lo amavo un tempo (potrei dire, dunque, che si tratta sempre più di un amore condizionato). È solo che dopo mezzo secolo abbondante (55 anni meno 48 giorni, per la precisione) di frequentazione assidua – e di attività e lavori che mi hanno costantemente esposto ad avere platee pubbliche – sono diventato intollerante nei confronti di folle, masse, fiumi di gente, popoli e moltitudini. Pure di slogan e cortei (dopo averne frequentati parecchi).
Diciamo che più che misantropia registro una vera e propria dissociazione dal genere umano nella sua attuale versione antropologica, forma che un tempo pensavo potesse essere facilmente trasformabile e riplasmata, del che sono ormai costretto in gran parte a ricredermi.
Ovviamente so di correre il rischio di commettere una sorta di sineddoche (o sarà una metonimia?), ovvero una generalizzazione dei vizi contemporanei e in ispecie di quelli occidentali e in ispecie ulteriore di quelli italici. Ma la grande omologazione che da alcuni decenni plasma le coscienze e i desideri umani è già andata oltre ogni più nefasta previsione.
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Sboccio, apoptosi

venerdì 4 novembre 2016

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Lo sboccio, l’apoptosi.
Che dal nulla sporga qualcosa, che qualcosa ritorni nel nulla – fatta salva la severissima legge eleatica.
Sono i momenti più suggestivi dell’anno – il risorgimento, la decadenza che si succedono in natura. L’incedere e il retrocedere delle forme – con tutta la loro apparente incertezza.
Trovo che ciò sia esteticamente, eticamente ed anche ontologicamente più suggestivo di tutta la manfrina sulla stabilità delle cose, che pure piace tanto al pensiero (ma direi soprattutto all’istinto di sopravvivenza).
Motivo per cui spalanco la bocca di fronte alle foglie avvizzite, che esplodono di colore in un ultimo tentativo di resistenza, comunque destinate a cadere e a disfarsi – così come farò con occhi rinati alla luce e allo spuntare dei primi sbocci primaverili.
La morte, e la vita. Il mistero della rotazione.
Semplicemente.

Mahler, i fili d’erba, la cura

lunedì 19 settembre 2016

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Poiché settembre, com’è noto e come dice il cantastorie, è il mese del ripensamento, e subito dopo l’estate “porta il dono usato della perplessità”, che induce a giocare con le identità e con le possibilità – mi sono dato, proprio in questo mese, più tempo del solito per le mie passeggiate quotidiane. Non solo: ho anche approfittato della lunga coda estiva per riascoltarmi le 10 sinfonie di Mahler, en plein air. E l’ho fatto a rovescio, partendo dall’ultima e risalendo alla prima. Dieci, nove, otto, sette… una per ogni passeggiata, qualcuna di quasi due ore, come saprà chi conosce Mahler e le sue interminabili opere.
E solo poco fa, al compimento del ciclo, durante l’ultimo movimento del Titano, con la complicità dei fili d’erba mossi dal vento, mi si è rivelato un ulteriore significato di questa mia quasi trentennale frequentazione (quasi ossessione) mahleriana.
La musica di Mahler è stata la mia cura. Non solo e non tanto per l’incredibile ricchezza di significati, un vero e proprio attraversamento di tutte le fasi, i drammi, la bellezza, i chiaroscuri della vita – il titanismo, la tragicità, l’amore, la natura, lo struggimento, la morte, la caducità, una trasognata eternità, l’irraggiungibile sentimento di pienezza e di totalità… e potrei andare avanti a lungo, in un gioco (forse stucchevole) di riconoscimento e identificazione.
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Laniakea

sabato 3 settembre 2016

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Do quasi sempre uno sguardo alla rivista “Le scienze” (edizione italiana di Scientific American). Il numero di settembre reca in copertina un titolo che non poteva non intrigarmi, ovvero “Il nostro posto nel cosmo”. A voler ben guardare, se qualche forma di vita ultra-aliena arrivasse da un altro cosmo (cosa impossibile oltre che inimmaginabile) farebbe una gran fatica a trovarci. Già non sarebbe semplice trovare la strada per la via Lattea, figuriamoci poi le indicazioni per raggiungere il nostro sistema solare: pur comodamente adagiato nella sua navicella dotata di sopraffini e a noi sconosciute dotazioni tecnologiche, il povero alieno finirebbe di certo per smarrirsi in quell’immenso labirinto stellare denominato Laniakea, correndo il rischio di non poter più tornare a casa, attirato magari in una qualche letale “pozza” di energia oscura.
In hawaiano Laniakea significa “paradiso incommensurabile”, nome con cui si è voluto rendere omaggio ai marinai polinesiani che per primi attraversarono l’immensa distesa dell’oceano Pacifico, orientandosi (come tutti gli antichi navigatori) tramite le stelle. (more…)

La mia casa che non è mia

venerdì 24 giugno 2016

La mia casa ha nome Europa.
Ma anche Sicilia e Monti Nebrodi.
La mia casa è Mediterraneo – e Grecia.
Un po’ Italia – e persino paesi nordici.
La mia casa sono tutte le isole – un po’ più Irlanda che Inghilterra.
La mia casa però è anche il brit-pop.
La mia casa è quella di Goethe, di Spinoza e di Marx.
La mia casa è l’Africa – da dove tutti veniamo.
La mia casa è l’America – dove tutti sognavamo di andare.
La mia casa è l’Oriente – e il sole che vi sorge.
La mia casa è pure questo minuscolo paese a cavallo di tre province, dove il caso mi ha balestrato, e dove vorrei fosse più bello vivere.
La mia casa è il pianeta. E il cosmo gelido, seppur luminoso.
La mia casa sono quelli che amo.
E pure gli altri 7 miliardi.
Ma la mia casa non è mia. È fragile, ed è in affitto. Qualcun altro, prima o poi, l’abiterà dopo di me.

Brezza di primavera

sabato 19 marzo 2016

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Siamo essenzialmente animali simbolici, si sa.
Ci siamo così tanto trasferiti in quella dimensione, che nel momento in cui proviamo a metterla tra parentesi o la disconnettiamo dalla nostra base biologica, siamo colti da vertigine. Proprio perché guardiamo a quel che siamo cercandovi un significato. Che talvolta – a pensarci troppo – finisce per eclissarsi.
Proprio ieri scrivevo questo appunto su un foglietto di carta, poi abbandonato tra le pagine di un libro: “Ci ostiniamo a conferire significato a cose che non ne hanno. Perché ci fa orrore ammettere che nulla ha significato. Soprattutto ammettere che ciascuno di noi – ed anzi l’intera specie umana – nell’economia del cosmo conta meno di zero”.
Era ieri. Ed ero cosciente che si trattava pur sempre di una tonalità emotiva transitoria.
Oggi la biblioteca presso cui lavoro è stata dedicata a Lea Garofalo, eroica vittima innocente di mafia.
Una stratificazione straordinaria di significati, in una sola targa ed intitolazione: una donna che si ribella alla mafia, al codice patriarcale e maschile, al potere, al familismo, e che desidera altro per sé e per la propria figlia, e il cui destino assurge a simbolo che si innesta in un luogo altamente simbolico, com’è quello di una biblioteca – una summa di memorie e di radici, un’intricata foresta di significati perennemente ricercati. Ovvero: desideriamo ardentemente significare qualcosa; risplendere per un attimo nel cosmo gelido e indifferente.
È ormai sera, e dopo una giornata così intensa e vorticosa, dopo aver ripensato all’abisso di ieri, dopo aver spento ogni cosa – tra poco spegnerò anche questo schermo – rimango pensoso e pur sempre colto da vertigine. E però nel contempo attraversato da passioni con striature liete. Non gioia o felicità piena. Quello no. Non posso. Solo una tonalità serena. Una lieve brezza di primavera.

Le foglie di Hume

mercoledì 4 novembre 2015

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Foglie di aceri, betulle, carpini, sambuchi, roveri… di tali e tanti colori cangianti e sottili sfumature, da non essere nemmeno nominabili – a maggior ragione in questo passaggio di stagione. Un’accelerazione sfuggente del divenire delle cose. Ed insieme, un tentativo vano di afferrarne – e di fissarne in parola – senso e sembianza. Nominare qualcosa che è già altro da quella nominazione. Dire qualcosa che è già oltre quel dire. Vedere qualcosa che è già diventato invisibile.
Un millennio fa, durante il mio primo esame di filosofia, il professor Giovanni Piana mi fece una domanda a tal proposito. Credo fosse in relazione ad un testo di Hume sulla percezione, e sulla nostra capacità di graduarne le infinite possibilità. O qualcosa del genere, dato che – all’epoca digiuno di filosofia – non ci capii un accidente.
Ora forse ne afferro un po’ di più il senso. Ma è il senso della domanda ad essermi chiaro – mentre la variopinta moltitudine dell’essere continua a sfuggirmi, come è bene che sia. Eppure è in questo gioco di fuga e definizione – in questa dialettica eterna – che solo si può cogliere quella moltitudinaria espressione dell’essere. Altro non ci è dato.