Archive for the ‘SUONI E VISIONI’ Category

Poesia non poesia

venerdì 14 ottobre 2016

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«I vari scrittori, italiani e non, i quali hanno strillato che Dylan non fa parte della letteratura, dovrebbero chiedersi prima di tutto se ne fanno parte loro, perché pubblicare un libro, o anche molti libri, significa essere dei lavoranti della scrittura, il che va bene, ma non significa per forza far parte di ciò che la letteratura decide di essere giorno per giorno. Vale ancora di più per la poesia. Che per ammontare a qualcosa deve uscire dalla pagina, deve acquisire una voce» (Alessandro Carrera)

«Nel mondo della merce, dello spettacolo e del pensiero unico… chi perde più tempo a leggere, e a leggere versi? … C’era proprio bisogno di correre in soccorso delle star? Sarebbe bastato aprire altre sezioni del Nobel, e  nel frattempo lasciare sopravvivere quella parola fragile, “diversamente musicale”, che vive unicamente sulla pagina» (Valerio Magrelli)

Al di là delle polemiche sterili, della faciloneria delle sparate social e di qualche mal di pancia “di categoria”, il Nobel a Bob Dylan, e la straordinaria contingenza della sua assegnazione nel medesimo giorno della morte di un altro premiato controverso quale fu a suo tempo Dario Fo – è interessantissimo proprio per quanto concerne lo statuto della poesia e della letteratura, che cosa esse siano (o siano diventate, vista la loro ovvia cangiante storicità), quale funzione sociale rivestono, quale il loro significato.
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Mahler, i fili d’erba, la cura

lunedì 19 settembre 2016

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Poiché settembre, com’è noto e come dice il cantastorie, è il mese del ripensamento, e subito dopo l’estate “porta il dono usato della perplessità”, che induce a giocare con le identità e con le possibilità – mi sono dato, proprio in questo mese, più tempo del solito per le mie passeggiate quotidiane. Non solo: ho anche approfittato della lunga coda estiva per riascoltarmi le 10 sinfonie di Mahler, en plein air. E l’ho fatto a rovescio, partendo dall’ultima e risalendo alla prima. Dieci, nove, otto, sette… una per ogni passeggiata, qualcuna di quasi due ore, come saprà chi conosce Mahler e le sue interminabili opere.
E solo poco fa, al compimento del ciclo, durante l’ultimo movimento del Titano, con la complicità dei fili d’erba mossi dal vento, mi si è rivelato un ulteriore significato di questa mia quasi trentennale frequentazione (quasi ossessione) mahleriana.
La musica di Mahler è stata la mia cura. Non solo e non tanto per l’incredibile ricchezza di significati, un vero e proprio attraversamento di tutte le fasi, i drammi, la bellezza, i chiaroscuri della vita – il titanismo, la tragicità, l’amore, la natura, lo struggimento, la morte, la caducità, una trasognata eternità, l’irraggiungibile sentimento di pienezza e di totalità… e potrei andare avanti a lungo, in un gioco (forse stucchevole) di riconoscimento e identificazione.
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Potenza della fiaba

sabato 21 maggio 2016

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Vien proprio voglia di leggerlo questo Cunto de li cunti di Basile, dopo aver visto il bel film che Matteo Garrone ha tratto da tre delle sue novelle – anzi fiabe – pur rimaneggiandole. Del resto la fiaba – proprio per il suo carattere essenzialmente orale – si presta ad essere variata, reinterpretata, reimmaginata. Ma della fiaba Garrone – che si conferma uno dei più creativi e interessanti registi italiani – ha capito l’essenziale, ovvero che è la struttura archetipica di ogni narrazione e che, in quanto tale, non deve essere snaturata.
Il racconto dei raccontiTale of tales, visto che la lingua originale è l’inglese – è così titolo perfetto, non solo per il rampollare delle storie l’una dall’altra, per il loro scorrere all’infinito, separarsi e poi ritrovarsi e chiudere il cerchio – ma perché nella fiaba c’è l’origine di tutte le narrazioni e di tutti i temi circa la natura umana e il suo destino.
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Al macero

venerdì 13 maggio 2016

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Gran bella serata quella di ieri al Cineforum Pensotti Bruni di Legnano (che sta celebrando il suo 60° anno di attività). Proiettavano Mia madre di Nanni Moretti, e al termine, a sorpresa, si è presentata, sovrapponendosi allo schermo, Giulia Lazzarini (l’attrice interprete della madre morente, ispirata a quella reale della vita del regista), una splendida e lucida ottantenne che ha chiacchierato amabilmente col pubblico.
Ho rivisto quel film per la seconda volta, e credo si confermi uno dei più belli e intensi degli ultimi anni. Ma anche dei più angosciosi. La scena delle librerie vuote e delle scatole di libri pronti per essere mandati chissà dove (forse al macero?) è devastante.
Guardo le mie librerie, il mio scrittoio, la mia vita – e mi faccio molte domande.
Non passa giorno che non mi prefiguri la morte dei miei genitori (è nell’ordine e nella natura delle cose), e che non mi dica che non sono pronto ad affrontarla.
“Domani” è l’ultima parola che pronuncia la madre – quasi a voler aprire al futuro, nonostante la morte incombente.
Ma a chiudere ci sono gli occhi agghiacciati della figlia.

La mesta Leningrado palestinese

lunedì 19 ottobre 2015

(pensato poco prima, scritto poco dopo, l’ascolto dal vivo della Settima Sinfonia – la Leningrado – di Šostakovič)

Ressov-Lev-Alexandrovich-Leningrad-Symphony-Conductor-Yevgeny-Mravinsky-7port42bwGli accoltellatori palestinesi – figli della pace abortita di Oslo – sono l’ultima disperata espressione della sacrosanta lotta palestinese per l’emancipazione. Accoltellare – recidere con un taglio netto un legame imposto – il colono – occupante di terre non sue, fin nel nome – è assimilabile all’antico diritto di tirannicidio. La violenza non è quella dell’insorgente palestinese, che lotta per la vita con le armi di cui dispone (le pietre, i coltelli, le mani nude, il proprio corpo) – ma dell’occupante israeliano, che nei decenni si è divorato la terra brano a brano, bevuto le sorgenti e le fonti d’acqua, ha imposto le colonie e sminuzzato lo spazio vitale palestinese.
[Non a caso uso il termine terribile – e nazista – Lebensraum: gli ebrei-israeliani – cittadini di serie A – dovrebbero aborrire quella logica che a suo tempo aveva annichilito i propri correligionari tra gli anni ’30 e ’40. Mentre invece il loro stato, di fatto etnico-suprematista, l’ha interamente adottata e abbracciata].
Oltretutto gli accoltellatori di questi giorni – “terroristi” secondo l’occhio dell’occupante israeliano – vengono giustiziati e finiti in strada, con le stesse modalità con cui spesso i nazisti finivano – con un colpo alla nuca – gli internati nei campi. Ma – si dirà – quelli erano inermi, questi sono violenti assassini!
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Altrove

venerdì 15 maggio 2015

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È stato un azzardo, lo so.
Far vedere un film come The Giver (dunque senza la mediazione consentita dalla lenta penetrazione della parola scritta).
A dei bambini di 10-11 anni.
Un film che tratta temi come: eugenetica, eutanasia, deprivazione emotiva, distopia, controllo ed ingegneria sociale, memoria ed oblio, tecnocrazia, apatia ed empatia, omologazione, dissimulazione, potenza del linguaggio…
È stato un azzardo, ma i bambini hanno accettato la sfida.
E l’hanno vinta, almeno credo. Discutendone apertamente, senza paura. Comprendendone l’essenziale. Mente ed emozioni acuminate.
Un po’, però, mi sento in colpa. E assalito da malinconia.
Perché la loro infanzia è davvero finita. Ragazzi, non più bambini. “Grazie per la vostra infanzia” – parafrasando il film.
Temo e spero per loro. Fortemente, nello stesso tempo.
Ed è – come nella bellissima storia e visione di Jonas – una estrema, disperante ma necessaria apologia dell’amore.
Dov’è l’altrove? – è stata la domanda, rimasta aperta, con cui ci siamo lasciati. Già, dov’è?

Spinoza impazzisce di gioia

giovedì 30 aprile 2015

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Addì 29 aprile 2015, tra le 9.30 e le 11, presso le due classi quinte – per l’occasione riunite – della scuola primaria Alessandro Manzoni di Rescalda, frazione del comune di Rescaldina, all’estremità nord-ovest della provincia di Milano…
…ho avuto l’onore e la fortuna di partecipare ad uno dei dibattiti più belli, ricchi ed intensi della mia esperienza filosofica con i bambini. Complice il film-capolavoro Nel paese delle creature selvagge di Spike Jonze (un’odissea caleidoscopica sul mondo emotivo, un “catalogo delle passioni” visivo da far invidia all’Etica di Spinoza), i bambini sono stati in grado di affrontare ed approfondire temi quali

la paura, la rabbia, l’aggressività
la solitudine
il nòstos e il viaggio

le migrazioni, la fuga, l’ospitalità (dovuta)
l’alterità, il rispecchiamento e l’identificazione all’altro

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Stupefazione

sabato 18 aprile 2015

To-The-Wonder-Screenshot-3

Qualche sera fa ho partecipato volentieri alla visione e poi alla discussione di To the wonder, film di Terrence Malick del 2012, giustamente inserito nel programma del cineforum a cui da anni sono iscritto. Un film piuttosto tipico dello stile di questo regista atipico, e contiguo alla forma e alle tematiche di The tree of life, cui inevitabilmente va accostato.
Una buona metà delle persone presenti in sala, nell’alzarsi al termine hanno espresso insieme sollievo e disagio: che Malick fosse un regista difficile dovevano pur saperlo, gli spettatori presenti, tra i quali ho sentito più d’uno parlare esplicitamente di “noia”. Il conduttore del dibattito – un decano del cineforum – ha lanciato, come sempre, le sue provocazioni, sia a chi stava uscendo (vorrei sapere cosa ne pensate, soprattutto voi che state uscendo), sia poi ai pochi rimasti in sala. Il buon Celeste si è prodigato nel difendere l’estetica e le legittime intenzioni del regista, che ha scelto uno stile cinematografico spigoloso e ben poco amabile o ammiccante: del resto siamo al cineforum, e non ad uno dei tanti multisale e parchi-divertimento.
Ciò non toglie che, al di là del giudizio sulla riuscita o meno (certo meno di altri) del film in discussione, occorra nel caso di Malick farsi preliminarmente una domanda secca (che è poi quella che ho posto nel corso del dibattito): è possibile trasporre in forma cinematografica dei concetti filosofici?

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L’egual gioia del verme e del cherubino

mercoledì 31 dicembre 2014

Seid umschlungen, Millionen!
Diesen Kuß der ganzen Welt!

Abbracciatevi, moltitudini!
Questo bacio vada al mondo intero!

[quei due spinozisti-goethiani di Schiller e Beethoven]

Leopardi progressivo

venerdì 24 ottobre 2014

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Era il titolo di un saggio del filosofo e militante del Pci Cesare Luporini, scritto nell’immediato secondo dopoguerra e che ebbi la fortuna di leggere una trentina di anni fa, nel contesto di un esame universitario – contesto obbligato che non mi impedì di apprezzarlo, anzi di trovarla una delle letture più esaltanti dei miei vent’anni. Ovviamente, insieme alla lettura degli idilli, dei canti, delle operette morali e di qualche passo sparso dello Zibaldone. Oggi ripartirei da quest’ultimo e me lo leggerei integralmente – se solo potessi, qualche pagina ogni giorno.
Il saggio di Luporini mi è tornato alla mente qualche sera fa, nel corso della visione del film di Martone Il giovane favoloso. Non sto a dare giudizi articolati su di esso: indiscutibilmente bravo l’interprete, con qualche sbavatura ed eccesso la sceneggiatura – rimane il fatto che occorre avere parecchio fegato per cimentarsi in un film su Leopardi. Quel che però è assolutamente apprezzabile del lavoro di Martone è da una parte l’immagine vitale e proiettata nel futuro del poeta di Recanati che ne vien fuori, e dall’altra l’essere riuscito ad articolare in poco più di due ore la summa, gli snodi essenziali, il filo del progresso mentale, psicologico ed intellettuale di Leopardi – che non è certo cosa facile. Ed è forse questo il motivo per cui mi è tornato in mente quello scritto.
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