Deserto di luce

mercoledì 21 giugno 2017

Se non avessi visto il sole
avrei potuto accettar l’ombra.
Ma la luce rendeva più deserto
il mio deserto.

[Emily Dickinson]

Filosofia in 100 corti – 3

lunedì 19 giugno 2017

Apologia (sonora) della notte

mercoledì 14 giugno 2017

Mi ha sempre affascinato (e un po’ inquietato) la chiusura della Settima Sinfonia di Mahler: una poderosa, talvolta chiassosa e triviale ascesa verso la gioia più luminosa, che prima di assestare il colpo finale dell’orchestra evoca un’ombra sonora su tutte le cose, come a dire: non illudetevi, c’è luce e gioia, ma le tenebre e il dolore incombono, e con ogni probabilità saranno loro a dire l’ultima parola!
Del resto questa è la sinfonia mahleriana più “notturna”: sono ben tre le sezioni dedicate alla notte – le due Nachtmusiken (secondo e quarto movimento) che circondano lo Scherzo centrale, una danza macabra e grottesca, un vero e proprio sabba nel cuore della notte – che per certi aspetti è il vertice della sinfonia. Il primo movimento era stato un crescendo funesto e funebre (connesso senz’altro all’andamento emotivo della precedente sinfonia, la “Tragica”). Poi la lunga notte. Ed infine l’incedere della luce, che però richiama inevitabilmente l’ombra sul finale.
Nulla di nuovo nella concezione sinfonica mahleriana, che è essenzialmente dialettica, e che intreccia vita e morte e tutte le contrastanti e divenienti forme dell’essere: dalla Terza – sinfonia della creazione e della metamorfosi, dove la Natura sta ancora al centro della scena – fino alla Nona e a Das Lied von der Erde, i grandi canti del cigno, del congedo e della dissolvenza.
Ma torniamo alla notte: proprio mentre mi preparavo ad un nuovo ascolto della Settima sinfonia all’Auditorium di Milano, diretta dalla bravissima Zhang Xian, mi è capitato tra le mani un piccolo libro intitolato Elogio alla notte, un “inno a occhi socchiusi” di Claudio Marucchi.
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Filosofia in 100 corti – 2

lunedì 12 giugno 2017

Aforisma 105

venerdì 9 giugno 2017

Il silenzio è quello della morte. La vita è, per sua natura, verbosa.

La soglia

lunedì 5 giugno 2017

Allüberal und ewig
blauen licht die Fernen!
Ewig… ewig…

[Ho scritto buona parte di queste note – note finali su un plotiniano inconsapevole asceso alle azzurre trasparenze mahleriane – domenica 28 maggio, durante il viaggio in treno – l’ultimo viaggio – che mi portava al feretro di mio padre nella sua e nella mia terra. Ma i pensieri che in quelle dolenti ore mi sovvenivano alla mente erano più in generale il frutto di anni di rielaborazione del rapporto con lui e, soprattutto, della sua (e della mia) crescente consapevolezza del declino dell’esistenza, dell’apoptosi di ogni essere e della sua ineluttabilità]

L’ultima immagine che voglio ricordare di mio padre – che rappresenta quest’ultimo tratto del suo viaggio sulla terra e che insieme mi addolora e mi fa tenerezza fino allo struggimento – è il vederlo andare sulle sue gambe incerte verso la sala operatoria (a questo punto, e a posteriori, il suo patibolo) dove gli avrebbero asportato la laringe, insieme alla voce (e a un pezzo d’anima). Era la mattina del 6 marzo di quest’anno. Le volte successive che l’ho visto – quasi sempre allettato, sofferente e implorante a gesti la morte, fin dal suo risveglio nella sala di rianimazione del Policlinico di Messina – le vorrei rimuovere dalla mia memoria. Tutte quante. E siccome mi è stata risparmiata l’agonia degli ultimi giorni (e ringrazio gli dèi che sia stata breve) – per me lui è ancora lì, incerto e malfermo sulla soglia, che dirige smarrito lo sguardo verso di me, che accanto a mia madre cerco di rassicurarlo, e poi va dritto verso il suo destino.

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Uniformi invisibili

giovedì 25 maggio 2017

Jihad

La teologia politica dell’Isis discute la questione delle vittime halal (lecite), ovvero quelle che nel linguaggio occidentale vengono definite vittime collaterali, in sostanza i non-combattenti (donne, bambini, adolescenti, vecchi). L’Occidente ne sa qualcosa, visto che la categoria di mobilitazione totale e l’indistinzione tra vittime militari e civili nelle guerre è tipica della sua storia novecentesca (con la coda lunga del macello jugoslavo).
Ma le tesi jihadiste aggiungono qualcosa, poiché parlano di “uniformi invisibili” legate allo stile di vita dei “crociati”, che li fa essere indistintamente “membri di un esercito di valori empi”, partecipi del kufr, della condizione di infedeli, e che quindi non distingue tra deboli e abili, inermi o combattenti. (La fonte è Renzo Guolo, che commenta la rivista Rumyah del Califfato).
Ora, il problema è capire come mai queste tesi si infilano nelle teste dei radicalizzati europei (che non sono né profughi, né immigrati recenti, ma a tutti gli effetti cittadini inseriti nel tessuto sociale e multietnico d’Occidente). Cioè, qual è il meccanismo che permette a un ventenne di vedere dei suoi coetanei come rivestiti di quella uniforme invisibile (spesso la stessa che portava lui fino a poco tempo prima).
I meccanismi di disumanizzazione/animalizzazione sono tipici di ogni guerra di sterminio (da Auschwitz al Rwanda, dove i nemici erano scarafaggi), soprattutto perché consentono al non-combattente, alla persona comune, di nascondere ai suoi occhi il corpo della vittima (innocente) e di rinchiuderla in una categoria.
Se non si disinnesca questo meccanismo, la guerra (e la sua variante terroristica) non finiranno, e ci saranno sempre dei “perdenti radicali” pronti ad arruolarsi nei suoi eserciti. E a credere che c’è sempre un fine che giustifica qualunque mezzo, un’astrazione che fagocita i corpi, un universale sanguinoso cui sacrificare ogni diversità.

Filosofia in 100 corti – 1

mercoledì 24 maggio 2017

Filosofia in 100 corti – nr. 0

lunedì 22 maggio 2017

Questo progetto segue le orme della filosofia in 100 tweet di qualche anno fa. Ovviamente è molto più impegnativo, poiché si tratta di condensare in un video di non più di 3-4 minuti il pensiero di un filosofo o di una corrente filosofica, cercando di cogliere l’essenziale senza banalizzarlo e, nello stesso tempo, di renderlo comprensibile (e compatibile col mezzo). Al momento ne ho girati 27 (che sono comparsi sulla mia pagina facebook), rigorosamente amatoriali, dunque di dubbia qualità tecnica ma, spero, di buona qualità divulgativa. Non so se arriverò al numero 100 come promesso (di sicuro non entro il 2017, come preventivato in un primo tempo, con scarsa cognizione del tempo e della fatica occorrenti) – comunque al momento mi sto divertendo, e finché dura durerà il progetto. Buona filo-visione!

Il volto e il corpo dell’altro – 8. Freaks!

sabato 13 maggio 2017

Il tema di stasera rappresenta una vera e propria summa delle tematiche sull’alterità/diversità, quasi una sintesi ideale del percorso fatto quest’anno: il freak – lo “scherzo di natura”, il mostro – rappresenta per antonomasia il più altro tra gli altri, l’alieno che raccoglie in sé le paure più ancestrali. Come vedremo, il vero freak abita nelle zone dell’interiorità, prima che nell’esteriorità del corpo mostruoso (e mostrato/esibito/rappresentato).

Partiamo da tre termini e dalla loro definizione:
Monstrum (dal latino moneo, monere – avvertimento, segno divino)
portento, prodigio, miracolo, cosa incredibile, meravigliosa
ma anche atto mostruoso (nefandezza), essere mostruoso
– ambivalenza del significato, con una successiva caratterizzazione di tipo morale che tende a sovrapporre se non a identificare la stranezza/mostruosità/deformità al male: dal kalòs kagathòs greco (ciò che è bello è anche buono) al rovesciamento cristiano: il brutto e il deforme che puzzano di zolfo, di diabolico, di maligno.

Freak – termine inglese traducibile con capriccio, bizzarria, anomalia, scherzo (di natura), mostruosità, fenomeno,  associato prima ai freak show (gli spettacoli in voga nell’800-900 nei quali venivano esibite creature straordinarie, deformi, bizzarre, mostruose – non solo umane: i cosiddetti “fenomeni da baraccone”), e a partire dagli anni ’60 al movimento contestatario e anticonformista americano (da cui “frichettone”).

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