Fenomenologia delle serie tv

venerdì 1 settembre 2017

Già in qualche occasione avevo segnalato l’alto tasso filosofico di alcune serie televisive (basti pensare a Six feet under oppure a Lost o anche a Breaking Bad, The walking dead, House of cards, e l’elenco potrebbe continuare): un po’ perché il loro livello qualitativo è enormemente cresciuto da qualche decennio a questa parte, un po’ perché l’esplorazione del mondo – ma anche dei mondi possibili – da parte degli autori si è fatta sempre più sofisticata e sorprendente. Del resto la meraviglia di fronte al mondo (o agli infiniti mondi) non è una delle qualità essenziali del filosofare? Ricordo ad esempio che rimasi per anni fulminato da X-Files, forse per quel voler vedere quel che gli altri non vedevano – o non volevano vedere – e per gli effetti stranianti e per la messa in discussione della verità ufficiale, con quel paranoico I want to believe di Mulder, e poi lo scientismo e lo scetticismo dell’agente Scully – insomma, i fondamentali della gnoseologia e della ricerca filosofica.
In verità su questo blog si è insistito di più sul cinema, forse perché più semplice da recensire, o più immediatamente identificabile con alcune tematiche filosofiche forti. D’altro canto, parallelamente al diffondersi della mania seriale televisiva, abbiamo assistito all’uscita di saggi che analizzano il fenomeno, dai Simpson a Lost, dal Dottor House fino addirittura all’orripilante Peppa Pig – anche se forse la bibliografia più ampia la detiene ancora Matrix, per quanto non si tratti di serie televisiva, ma cinematografica.
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La razza dei poveri

venerdì 25 agosto 2017

“Un tempo spezzavamo loro le reni, oggi le braccia”, così Radio Popolare di Milano stamattina, a ricordarci che c’è un passato coloniale rimosso in tutto quello che sta succedendo: gli sgomberati del palazzo di via Curtatone di Roma sono infatti etiopi ed eritrei, discendenti di quelli che un tempo gasavamo e schiavizzavamo. E non è certo bastata la carezza da “italiani brava gente” a edulcorare la nuda e cruda realtà: la testa calva di Minniti ricorda troppo quella del mascellone che sognava l’impero africano. E gli ordini che la polizia riceve sembrano ormai i tweet di Salvini – “Forza ragazzi: sgomberi, ordine, pulizia ed espulsioni, gli italiani sono con voi”. Io no, non sono con voi. Mi dissocio da questa volgare rievocazione degli anni ’30, dal clima da Manifesto della razza e da caccia ai poveri.
E se gli altri poveri e fragili, quelli con in testa lo slogan “prima gli italiani” (coniato dai privilegiati e da quelli che hanno il culo ben attaccato alla poltrona) avessero un briciolo di ragione, non ci cascherebbero e saprebbero da che parte stare e proverebbero a ripartire da quell’antica cosa chiamata solidarietà.

Benedetto Haruf

martedì 22 agosto 2017

(questa è l’ultima foto che ho fatto con mio padre, lo scorso febbraio, tre mesi prima che ci lasciasse; è stata una benedizione vederlo sorridere ancora, anche se sarebbe stata una delle ultime volte; leggendo questo romanzo di Kent Haruf, inevitabilmente fin dalle prime righe ho pensato a lui; l’autore, qui, parla anche di lui, di me, di noi, e di mia madre e dei quasi sessant’anni accanto all’uomo della sua vita; parla a me, alla mia anima affranta e a tutte le anime: anche per questo, siano benedette per sempre le sue parole)

Una benedizione è questa Trilogia della pianura che ci è stata donata in sorte – con quest’ultimo romanzo in particolare, che tratta fondamentalmente del tema della morte, e che è stato pubblicato da Kent Haruf poco prima della sua, di morte.
Per chi non lo avesse mai letto, c’è solo da premettere che nelle sue storie non succede nulla di eclatante, tutto si svolge in maniera piana, semplice, quasi sussurrata, intima, con l’asciuttezza tipica di un McCarthy, in quella scena-mondo che è Holt, il paese immaginario (ma specchio di luoghi in cui l’autore ha vissuto) che sta dalle parti di Denver, in Colorado. Dicevo: non succede nulla, per dire che invece succede tutto.
Lo schema narrativo si ripete identico in tutti i romanzi di Haruf: due, tre storie che si intrecciano o alternano, e che ci narrano vite semplici – o meglio, apparentemente semplici – in un contesto sociale e antropologico che è l’eterna provincia americana, l’America profonda e rurale, e in un contesto naturale che ci dovrebbe ricordare quanto può essere dura la terra, e quanto ostili gli elementi.
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La vita (dis)continua

giovedì 17 agosto 2017

Se c’è un’espressione che detesto è la vita continua.
Ti è successo questo, ti è successo quest’altro – ma la vita continua.
Ti è morto un genitore, un figlio/a, un amico/a, un compagno/a (valgono anche gli animali) – eppure la vita continua. Ci sarà sempre qualcuno che userà questa espressione trita, banale e stupidamente tautologica – volta forse a nascondere da una parte l’imbarazzo e l’incapacità di dire cose sensate di fronte ai lutti o alle tragedie, e dall’altra il sospetto che sempre alligna nella mente di chi la dice che quella vita che si vuole così continua e lineare sia in realtà un abisso di orrori.
Una vita come tanteA Little Life nell’edizione americana originale – romanzo della scrittrice di origini hawaiane Hanya Yanagihara, sembra quasi voler rispondere, e ci mette oltre mille pagine per farlo, alla banalità di quell’espressione – perché la vita non continua.
A dispetto della sua mole fluviale, potremmo ridurre l’intreccio narrativo a due semplici e però essenziali domande: la prima – che cos’è il male? – è inscritta nel destino toccato in sorte a Jude, l’infelice protagonista (ma chi è felice?), ovvero il male come indebolimento dell’altro, diminuzione sistematica della sua potenza vitale – quasi a dimostrare che nella vita di ogni umano c’è sempre un genio maligno che ha la funzione di inoculargli sottopelle un siero, con la precisa funzione anti-spinoziana di indurgli passioni tristi e inibirgli passioni liete. Progettare l’infelicità dell’altro – come ebbe a suggerire il filosofo amico dei lupi Mark Rowlands.
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In this short Life

venerdì 11 agosto 2017

In questa breve vita
che dura solo un’ora
oh quanto – e quanto poco
giace in nostro potere

(una fulminante Emily Dickinson, in soli quattro versi, compendio di voluminosi tomi di filosofia)

sabato 5 agosto 2017

«La proprietà privata ci ha resi così ottusi e unilaterali…
Al posto di tutti i sensi fisici e spirituali è quindi subentrata la semplice alienazione di tutti questi sensi… il senso dell’avere.
Ogni uomo s’ingegna di procurare all’altro uomo un nuovo bisogno, per costringerlo a un nuovo sacrificio…
Il denaro trasforma le forze essenziali reali, sia umane che naturali, in penose fantasie.
Il denaro è il potere alienato dell’umanità».

L’editore Gallucci ha osato far uscire questo magnifico albo, illustrato dall’artista spagnolo Maguma, con le parole scritte da Marx nei Manoscritti economico-filosofici ormai quasi due secoli fa. Parole che rimbalzano sul presente, più vere oggi di ieri.

Una quasi misantropia

martedì 1 agosto 2017

Non è propriamente odio per il genere umano e nemmeno il nichilistico cupio dissolvi lingottiano del cos’aspettate ad estinguervi tutti quanti? No, non si tratta di questo, anche se non posso nemmeno dire di amare incondizionatamente il genere umano come lo amavo un tempo (potrei dire, dunque, che si tratta sempre più di un amore condizionato). È solo che dopo mezzo secolo abbondante (55 anni meno 48 giorni, per la precisione) di frequentazione assidua – e di attività e lavori che mi hanno costantemente esposto ad avere platee pubbliche – sono diventato intollerante nei confronti di folle, masse, fiumi di gente, popoli e moltitudini. Pure di slogan e cortei (dopo averne frequentati parecchi).
Diciamo che più che misantropia registro una vera e propria dissociazione dal genere umano nella sua attuale versione antropologica, forma che un tempo pensavo potesse essere facilmente trasformabile e riplasmata, del che sono ormai costretto in gran parte a ricredermi.
Ovviamente so di correre il rischio di commettere una sorta di sineddoche (o sarà una metonimia?), ovvero una generalizzazione dei vizi contemporanei e in ispecie di quelli occidentali e in ispecie ulteriore di quelli italici. Ma la grande omologazione che da alcuni decenni plasma le coscienze e i desideri umani è già andata oltre ogni più nefasta previsione.
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No vax? No doxa!

sabato 29 luglio 2017

cesarea-asclepio

A proposito di vaccini, vaccinisti e antivaccinisti, no-vax, vax critici e dintorni, stavo per scrivere un post ragionato e articolato, che avrei voluto intitolare “La piccola guerra civile”, nel quale avrei parlato di ragion di stato, diritto alla salute, conflitto tra bene comune e bene individuale, biopolitica, stato immunitario, scientismo e antiscientismo, concetto di decisione, autodeterminazione e simili (argomenti non certo sviscerabili nelle poche righe di un post).
Mi è poi venuta in mente la Repubblica di Platone, in particolare quel punto del libro IX dove l’esimio filosofo vorrebbe istituire i nidi di stato, strappando così i figli alle madri (ma anche ai padri), e rendendoli fin da subito beni comuni indisponibili alla famiglia (Platone utilizza l’espressione “partorire per lo stato” e “generare per lo stato”) – e allora ho lasciato perdere.
O meglio: ho pensato che l’idea di Platone, al netto dell’eugenetica protonazista ivi contenuta, non sarebbe poi così male, dato che i figli non son certo proprietà dei genitori.

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Filosofia in 100 corti – 6

giovedì 20 luglio 2017

Filosofia in 100 corti – 5

mercoledì 12 luglio 2017