Il giovane Karl Marx

mercoledì 18 aprile 2018

Ho molto apprezzato il film del regista Raoul Peck sul giovane Marx, uscito in questi giorni nelle sale cinematografiche, proprio alla vigilia del bicentenario della nascita. Certo, sarebbe stato meglio omaggiare il barbuto di Treviri con una bella rivoluzione – cosa di cui ci sarebbe un gran bisogno – ma per ora dobbiamo accontentarci delle rievocazioni. Che peraltro appaiono molto meno spettrali di qualche decennio fa, quando, dopo il crollo del mondo sovietico, i sicofanti delle magnifiche sorti e progressive del liberismo si erano affrettati a suonare la campana a morto del comunismo e del suo più importante pensatore. Dimenticandosi che si possono anche nascondere sotto il tappeto gli effetti collaterali ingiusti del loro mondo a senso unico – ma se la merda, l’alienazione e l’infelicità mortifera prodotti dal capitale continuano a crescere insieme al valore e alla ricchezza, prima o poi qualche crepa si aprirà.
Ed è esattamente questo il momento in cui si cominciano a fare i conti con trasformazioni che, come ai tempi di Marx, potrebbero essere foriere sia di immani disastri che di future rivoluzioni. Tempi quantomai ancipiti, dunque, che, al netto di una certa misantropia e di un crescente fastidio per la cancrena antropomorfica, possono persino risultare belli da vivere. Giusto per vedere cosa potrà succedere. E, tornando al film, è proprio ciò che lo rende più interessante: concentrarsi sul pensiero sorgivo di Marx, una potente anticipazione (purtroppo talvolta scambiata per fede o profezia) dei tempi a venire.
Al di là di questa atmosfera generale che vi si respira, il film ha altri meriti (anche teorici, cosa non semplice per una pellicola) che è bene porre in evidenza:
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Filosofia in 100 corti – 20

lunedì 16 aprile 2018

Estatica nazione

mercoledì 11 aprile 2018

La capitale della mente è il cuore –
ed il singolo stato della mente
insieme al cuore forma
un solo continente.

Una, d’entrambi, è la popolazione –
in sufficiente quantità ve n’è.
Tu cerca questa estatica nazione –
non è altri che te.

[Emily Dickinson]

Incubo infinito

sabato 7 aprile 2018


A ben pensarci, l’immortalità dell’anima è una delle invenzioni più terribili e crudeli (oltre che prive di senso) della storia umana.
La sola idea di dover durare coscientemente per sempre mi fa orrore. Una coscienza infinita – indefinita – è il peggiore degli inferni immaginabili. Un incubo senza fine.
La finitezza è l’unica salvezza.

Filosofia in 100 corti – 19

martedì 3 aprile 2018

Smartossici

martedì 27 marzo 2018

Sempre più lo smartphone sta diventando l’oggetto principale – il dispositivo universale – che scandisce il tempo di milioni, anzi di miliardi di umani. Si è diffusa una vera e propria smartdipendenza, che ha creato schiere di smartossici e nuove forme di alienazione metropolitana. Da tempo osservo questi processi, che paiono ineluttabili, con un misto di incredulità e di stupore. Naturalmente ci sarà qualcuno che nel frattempo starà specularmente osservando me, mentre a mia volta ne faccio uso. Nessun’altra dipendenza come quella da smartphone è mai stata così rapida, virale, invasiva e… speculare-speculativa, quasi che ci si trovi ormai in presenza di un sostituto evolutivo dei neuroni-specchio.
Il paradosso maggiore che si genera in questa grande smartbolla nella quale siamo immersi – un paradosso ormai ampiamente digerito nonostante la sua evidenza – è l’illusione di essere in contatto col vasto mondo, proprio mentre si perde il contatto col  mondo – con quel che fisicamente e socialmente era il mondo, ritenuto a torto o a ragione troppo piccolo, fino a qualche decennio fa. Si obietterà che questo accade (o accadeva) anche con la lettura dei libri, con la radio e la tv, con l’ascolto della musica in cuffia, e con la dislocazione in un altrove da essi favorita. Ma lo smartphone è infinitamente più potente di un libro o di qualsiasi altro contenitore di suoni e immagini: esso è un borgesiano libro dei libri, e molto, molto di più. È immagine, parola, suono, voce, medium, desiderio, astrazione, specchio delle mie brame – ma soprattutto rappresenta l’apertura potenziale ad ogni cosa, un vero e proprio oggetto metafisico universale, allusivo e simbolico come pochi altri oggetti. Ogni app, da questo punto di vista, è come una formula o una bacchetta magica.
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Un paese dove è bello vivere

sabato 24 marzo 2018

Non so se sia frutto dell’educazione popolana impartitami dai miei genitori, o dalla frequentazione assidua di amici anticonformisti e sessantottardi, o da quella ancora più assidua con i filosofi – ma annuso l’ipocrisia a un miglio di distanza. Mi sbaglierò, ma la social-indignazione che da qualche tempo imperversa nel paese dove vivo e lavoro (similmente ad altri), a causa della piaga dello spaccio di droga, puzza di ipocrisia.
Sgombro subito il campo chiarendo che: non mi piacciono le sostanze, specie se se ne diventa dipendenti (l’unica Sostanza con la maiuscola che amo è quella di Spinoza), anche se so bene che ciascun umano, nessuno escluso, fa uso di una qualche sostanza (con la minuscola) per lenire il dolore di vivere – e vale tutto, dalle droghe psichedeliche pesanti agli psicofarmaci alla ludopatia alla dipendenza dai videogiochi al cioccolato alla cannetta della buonanotte alle sigarette ai socialnetwork all’infinita varietà di alcolici e misture derivate (che, fino a prova contraria, fanno ancora il maggior numero di morti).
Né tantomeno mi sfugge il problema che questa pletora di sostanze implica, quando impatta sulle menti fragili degli adolescenti – che, però, devono gestirsi la droga più pesante di tutte, ovvero quella di essere al mondo (daccapo: la sostanza di Spinoza).
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Zoon politikon 6 – Popolo, moltitudine, populismi 2.0

giovedì 22 marzo 2018

«I più, ciascuno dei quali non è un uomo di valore, possono tuttavia, riunendosi, essere migliori dei pochi. […] Infatti, essendo molti, ognuno ha la sua parte di virtù e di saggezza, sicché con la loro unione dalla moltitudine (plethos) si ottiene una sorta di uomo unico con molti piedi, molte mani e capace di percepire molte cose, e lo stesso accade anche per i costumi e l’intelligenza (dianoia)» [Aristotele, Politica]

[plethos: moltitudine, folla, masse, la maggior parte; in assonanza con populus, plus, polis – tutte parole derivanti dalla radice indoeuropea par- o pal- che esprime il concetto di riunire, mettere insieme]

Questa tesi aristotelica sull’unità dei molti – che potrebbe essere avvicinata alla interpretazione moltitudinaria del suo intelletto attivo, così come verrà riletta da Averroè come potenza collettiva dell’intelligenza umana, una sorta di mente sovraindividuale che può anche essere avvicinata al concetto marxiano di general intellect – ci riporta ai fondamenti della concezione politica, sia greca sia ripresa poi dalla modernità: l’unificazione dei molti risolverebbe il problema del conflitto naturale (la guerra di tutti contro tutti), soprattutto se è in grado di istituire uno stato coeso sorretto da un popolo-corpo unico, secondo la visione di Hobbes, che consolida ed anzi moltiplica la propria potenza di sviluppo, quasi si trattasse di un organismo biologico dotato di molte mani, braccia, gambe e di molte menti.
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Ur-Fascismo

lunedì 19 marzo 2018

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Non so quanti dei 14 archetipi individuati da Umberto Eco occorrano per dar luogo a una nuova forma storica di fascismo, ma la difficoltà sta proprio nella loro subdola capacità di camuffarsi: se qualche pazzoide dicesse di voler riaprire Auschwitz o dichiarasse di voler marciare di nuovo in camicia nera su Roma, tutto sarebbe più semplice. È vero che questi pazzoidi esistono, anche se alle elezioni prendono lo zero virgola, ma, diceva Eco nel 1995, “l’Ur-Fascismo è ancora intorno a noi, talvolta in abiti civili”. A noi (noi chi?), oggi, il compito di smascherarlo, smontarlo, delegittimarlo, ridicolizzarlo. Intanto giova ricordare, con qualche chiosa, l’elenco dei suoi sintomi, così da metterci in allarme non appena se ne avverte l’odore:

  1. Culto della tradizione, sincretismo (chi mette insieme Evola, Gramsci e la Peppa Pig è quantomai sospetto – così come chi dice che non è di destra né di sinistra o è un po’ tutte e due le cose)
  2. Rifiuto del modernismo, dell’illuminismo, del razionalismo: l’irrazionalità e l’emotività vanno bene a letto o a tavola, non nella vita politica
  3. Azione per l’azione, fastidio per il pensiero e la cultura: questo mi pare oggi un leitmotiv diffuso, dal presidente-operaio giù giù fino alle ruspe
  4. Ho ragione solo io, e chi mi critica è un traditore. Ne vedo una variante pericolosa nel “siamo onesti solo noi, tutti gli altri son corrotti”.
  5. Paura della differenza – via gli intrusi (al momento è l’ur-argomento più diffuso)
  6. Appello alla frustrazione delle classi medie (ieri, popolari oggi): si vedano Brexit, Trump, elezioni italiane del 4 marzo
  7. Complottismo e xenofobia: dai protocolli di Sion a Soros, funziona sempre
  8. Retorica del nemico: trovare dove si nasconde, oggi, l’argomento delle plutocrazie giudaico-massoniche
  9. Militarismo perenne, la vita come guerra: questo funziona meno, poiché richiederebbe giovane carne da cannone, al momento indisponibile (ma c’è qualcuno che sta chiedendo il ripristino della leva militare)
  10. Elitismo gerarchico. Un’idea sempreverde: debole con i forti, forte con i deboli
  11. Eroismo, culto della morte (specie degli altri) – si veda il punto 9
  12. Machismo e fallocrazia: il femminicidio e il risorgente culto delle armi e della difesa armata ne sono tristi testimoni
  13. Populismo qualitativo e anti-parlamentarismo: l’evocazione diretta del popolo e della volontà generale torna di moda, invocando pure, a casaccio, il nome di Rousseau
  14. Neolingua: lessico povero, sintassi minima – ovvero, dell’avvento del popolo della rete!

Filosofia in 100 corti – 18

sabato 17 marzo 2018