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Catalogo delle passioni: i talenti dei generosi e dei depressi

venerdì 8 gennaio 2010

Mi ritrovo sempre più spesso a raccomandare ai ragazzi che frequentano la biblioteca dove lavoro, di cercare di essere più generosi. Lo trovo più importante di qualsiasi altra predica, anche perché può essere facilmente comunicato attraverso la prassi e l’esempio (con il che, però, ci si espone ad una precisa responsabilità e ad una facile verifica sul campo). Intendo quel termine – generosità – in maniera un po’ generica: una disposizione di apertura al mondo in senso lato, intesa a volersi mettere in gioco, a dare senza necessariamente ricevere nulla in cambio. Un flusso che va dall’interno all’esterno e che richiede di essere pronti ad impiegare se non addirittura a “sprecare” i propri talenti. Forse il termine che più si avvicina a quel che intendo è il francese dépense, concetto utilizzato ampiamente da Bataille (e traducibile all’ingrosso con un bruttissimo “dispendio”, oppure, con un giro di parole, “non badare a spese”), volto ad indicare quella sfera pulsionale contraria alla dinamica dell’utile e dell’accumulazione (non solo capitalistica).
Nel caso però dei giovani cui mi rivolgo (che sono determinati e in carne ed ossa, e non i rappresentanti generici dell’intera quanto fumosa generazione dei 12-20enni), si tratta ancor più di invitarli a vincere l’inerzia e la pigrizia da cui sono costantemente attanagliati, dovute più che al possesso delle cose accumulate, al loro uso/abuso, e forse anche alla mancanza di esempi convincenti. Prede anche loro, come tanti adulti, di una sorta di diffusa e sistematica accidia – uno dei sette vizi capitali, se non erro!
Sì, perché chi dovrebbe insegnar loro la “generosità” – la disposizione positiva nei confronti del mondo, lo spendersi, l’uscire da sé, l’ampliarsi, l’entrare in relazione, ancor prima del “donare” – è sempre più spesso a sua volta attanagliato da una sorta di sentimento contrario, anche se non simmetrico, che Spinoza identifica in maniera molto precisa nella sua Etica e che definisce abjectio.
La difficoltà sta da una parte nel tradurlo in qualcosa di concettualmente comprensibile per noi adulti (molto meno per loro che ancora non lo sono, né vorrebbero esserlo mai), e dall’altra nel metterlo socialmente ed eticamente alla prova all’interno del discorso che sto qui imbastendo. Ma partiamo dal testo, come sempre, e ricominciamo dall’inizio.

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