Posts Tagged ‘agamben’

Breve critica della società pandemica

lunedì 14 settembre 2020

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà;
se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno
che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando
insieme. Due modi ci sono per non soffrirne.
Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno
e diventarne parte fino al punto di non vederlo più.
Il secondo è rischioso ed esige attenzione e
apprendimento continui: cercare e saper riconoscere
chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno,
e farlo durare, e dargli spazio.
(I. Calvino, Le città invisibili)

[Potrà sembrare estremista quel che scrivo qui – e l’estremismo, a parere di Lenin, è una malattia infantile (non solo del comunismo, direi). A parte che estremista sarebbe semmai praticare le parole che scrivo (di scritture radicali e sovversive son pieni i cieli e la terra, e spesso non sappiamo che farcene) – in realtà l’estremista non sono io, ma la realtà nella quale siamo immersi – o, ad essere più precisi, dalla quale siamo sommersi: una realtà estrema e stremata dalla follia, che corre all’impazzata verso l’abisso. Un vero e proprio iperoggetto, invisibile, viscoso, inafferrabile. Un inferno invisibile].

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Il complotto della cosa

giovedì 21 maggio 2020

È innanzitutto la lingua ad essere impestata, scriveva Givone molto opportunamente alcuni anni fa.
Uno degli aspetti più controversi del dibattito sul Covid riguarda le tesi complottiste in circolazione: scienziati e tecnocrati – in combutta con oscure cosche politico-affaristiche – non ci stanno dicendo la verità, e soprattutto stanno brigando per stabilire un nuovo ordine in cui vigerà un ulteriore livello del controllo sociale (praticamente totale). In tale operazione è cruciale l’uso dei dati – numeri e statistiche generati e/o manipolati ad arte. A tal proposito si vanno creando strane alleanze e convergenze (ma anche questa non è una novità), tra complottisti di destra e di sinistra, neopopulismi strampalati con finalità diverse, ma con una visione ed un sottotesto comuni (che fa però venire dei dubbi anche sulla diversità degli scopi): del resto è proprio l’evocazione delle masse, dei popoli (e, per contro, delle élites) ad essere diventata confusa e problematica.
Ora, che in ogni vicenda umana ci siano dei materialissimi interessi in gioco mi pare una verità ovvia e incontrovertibile: ma per questo basta rileggere qualche pagina di Marx, non c’è alcun bisogno di scomodare fumose teorie complottarde. Altro discorso è porsi il problema dell’impatto di medio e lungo periodo – sul piano sociale, economico, psicologico, culturale, antropologico – di una crisi globale come quella in corso: chi ne trarrà utilità? come si trasformerà il mondo del lavoro? quali le conseguenze geopolitiche? Di sicuro la pandemia post-virale non colpirà tutti allo stesso modo: ed è qui che serviranno analisi e forza critica, nonché un uso accorto della razionalità – quanto di più lontano dal complottismo dilagante.
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Ancora su Agamben

martedì 21 aprile 2020

Ho avuto ieri una lunga chiacchierata tramite telefono con un’amica filosofa su Giorgio Agamben. Con tutto quello di cui uno potrebbe parlare, si dirà…
Son tempi strani, torti e contorti. E Agamben contribuisce a contorcere ancora di più la situazione. La mia amica, che ha letto quasi tutto di Agamben e lo conosce meglio di me, mi dice che le sue uscite sull’epidemia di queste settimane non la convincono per nulla.
Io le ho esposto qual è il mio pensiero in merito, e cioè che del suo discorso mi pare importante la denuncia della scissione tra bios e zoè, tra la vita complessa di cui ciascuno di noi è portatore e la sua mera riduzione a corpo biologico-animale, nuda vita. D’altro canto sono altrettanto convinto che lo stato biopolitico non vada per il sottile, e che in una logica immunitaria di addomesticamento (quella detestata da Nietzsche, per intendersi), quella scissione è inevitabile. Il sospetto, poi, che l’uomo totale sia solo una finzione (o una proiezione utopica, quando va bene) sta sempre sullo sfondo.
La domanda che Agamben con i suoi interventi urticanti ha posto agli uomini-massa è dunque la seguente: vi sta bene che venga sequestrata una parte rilevante, se non essenziale, della vostra individualità – libertà di movimento e di relazione – al fine di proteggere un supposto bene maggiore (il vostro mero corpo), e, ancor più, il corpo sociale?
La sua risposta – irrisa da molti, ma non da tutti – è stata no, a me non sta bene.
Ora, la mia amica ha argomentato che trova debolissime queste sue argomentazioni per varie ragioni, che cerco di ricostruire – in modo sintetico – a modo mio. Queste sono, più o meno, le conclusioni a cui siamo addivenuti:

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Carbonio

giovedì 16 aprile 2020

La domanda che Giorgio Agamben pone – anche se ad alcuni può apparire assurda o grottesca – a me pare invece chiarissima e ben fondata sul piano filosofico: è o non è accettabile ridurre la persona umana a un puro corpo biologico da difendere a tutti i costi, sospendendo gli affetti, le relazioni, la pietà per i cari estinti, la libertà ontologica che attiene a ogni forma di vita? Insomma, è o non è accettabile separare il corpo sano dal suo essere anche un soggetto spirituale?
La sua risposta è no, non lo è, mentre quella corrente, della stragrande maggioranza, è sì, è accettabile, anzi necessario.
E a chi gli obietta che tale sospensione e scissione è solo temporanea, la replica è ogni volta che no, non lo è, e che anzi lo stato di eccezione rifonderà l’umano in altro modo, senza poter tornare indietro. Un ibrido con le macchine a base di carbonio. Molto carbonio e poca anima.

Le parole del contagio

lunedì 30 marzo 2020

La morte – come da un’alta vetta –
riformula i criteri di giudizio
e ciò che non credemmo
ora scorgiamo chiaro
(Emily Dickinson)

«Non ho visto, pertanto, nient’altro da fare che provare, come chiunque altro, a sequestrarmi a casa mia e nient’altro da dire che esortare chiunque altro a fare lo stesso», così scrive Alain Badiou.
E alla domanda: “Che cosa possiamo imparare dal virus?”, Massimo Cacciari risponde seccamente: Nulla. A stare fermi un po’. Cosa volete imparare? Basta con questa retorica che dalle difficoltà si esce migliori. Il nostro cervello è lo stesso di 100.000 anni fa…

Qualcuno si sarà senz’altro chiesto che cosa può dire o fare la filosofia di fronte ad un evento come quello che stiamo vivendo, così violento e inaspettato (uno dei problemi è anche quello della sua definizione e qualificazione). Hanno ragione Badiou e Cacciari: la filosofia non può nulla. La filosofia non può modificare il corso degli eventi, la filosofia non può prevenirli, la filosofia non può nemmeno consolare gli animi. Ciò che forse può fare la riflessione filosofica è aiutare le menti ottenebrate degli umani a vedere con maggior chiarezza quel che hanno davanti (o sotto i loro piedi o alle loro spalle o dentro di loro), anche se in un senso radicalmente diverso da quello della scienza. Ecco, la scienza può provare a prevenire, modificare, curare, salvare (anche se non è detto che ci riesca), la filosofia no. La religione può provare a consolare, confortare, rasserenare, ma non la filosofia. Compito della filosofia è solo quello di dire il vero, o di provarci. La verità, una parola che può anche svelare cose che non vorremmo né vedere né sapere.
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Animalità: nostalgia delle origini o concetto-progetto?

martedì 15 luglio 2014

Grazie all’amico Marco Liberatore, collaboratore dell’associazione culturale Doppiozero, per il cui sito web sta tra le altre cose curando una nuova rubrica filosofica di pensiero critico contemporaneo, è comparso nel suddetto spazio online un mio scritto sui temi dell’animalità e della natura umana – temi spesso trattati sul blog, che ho cercato di risistemare secondo una prospettiva filosofico-critica più ampia, a partire dal recente testo di Felice Cimatti Filosofia dell’animalità.

Lo si trova a questa pagina:

http://www.doppiozero.com/materiali/soglie/animalita-nostalgia-delle-origini-o-concetto-progetto

scaryart

Profanare i dispositivi

sabato 16 luglio 2011

“… e nel farsi comandare
ha trovato la sua nuova libertà”
(G. Gaber)

“Portare alla luce quell’Ingovernabile, che è l’inizio e, insieme, il punto di fuga di ogni politica” – con tale auspicio Giorgio Agamben conclude la sua lezione-saggio intitolata Che cos’è un dispositivo? Non posso qui dilungarmi nell’analisi (di tipo genealogico) del concetto di dispositivo, utilizzato da Foucault fin dagli anni ’70, alle cui spalle c’è il concetto hegeliano di positività e, prima ancora, la latina dispositio e l’oikonomia teologica – anzi, premetto subito che questo risulterà forse un post piuttosto denso ed ellittico, ma qualche esempio addotto qua e là potrà renderlo più comprensibile (ad ogni modo, il testo di Agamben è stato pubblicato nel 2006 da Nottetempo nella collana “I sassi“, quella serie di libretti a 2-3 euro che ricorda un po’ i vecchi e geniali Millelire di Stampalternativa).
Intanto comincio con il riassumere brevemente il significato di dispositivo – prima con le parole di Agamben: “qualunque cosa abbia in qualche modo la capacità di catturare, orientare, determinare, intercettare, modellare, controllare e assicurare i gesti, le condotte, le opinioni e i discorsi degli esseri viventi”; – e poi con la mia personale sintesi: il già-dato-e-prodotto tendenzialmente automatico e meccanizzato della rete sociale (una vera e propria ontologia sociale, così come esiste un già-dato dell’elemento biologico) che non solo avviluppa gli individui, ma che soprattutto ne produce (o destruttura) le soggettività. A tal proposito Agamben ipotizza addirittura una partizione ontologica tra due vere e proprie classi: gli esseri viventi e i dispositivi. Nel mezzo i soggetti, quali prodotti del “corpo a corpo” tra le due classi.
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Bioepoca – prima parte

mercoledì 20 aprile 2011

(approfitto dell’ultimo degli incontri di “Introduzione alla filosofia”, costruito a partire dalle sollecitazioni di alcuni partecipanti, per fare il punto sul concetto di bioepoca, e sulla bruciante e connessa questione della bioetica).

Già l’uso della parola “epoca” accanto a bios (vita), ne orienta in una direzione precisa il significato: c’è un’epocalità, cioè l’apparire cruciale di un nuovo concetto di vita; ma “epoca” sta anche a dire che c’è l’emergenza di una temporalità e di una storicità: qualcosa di inaudito, che prima non era mai emerso, e che implica nel contempo qualcosa che è destinato a tramontare. Ci troviamo cioè, probabilmente, nell’epoca epochizzante per antonomasia – evo in cui si guarda alle cose nella loro determinazione storica e perenne mutabilità. Epoca transeunte del transeunte, che consuma il suo stesso consumarsi. Negazione della negazione.

Utilizzerò alcune parole-chiave per definire la costellazione concettuale da cui partire per una discussione etica del bios – una bioetica, come si suole ormai chiamare il nuovo orizzonte decisionale riguardante gli antichi estremi della condizione esistenziale: la vita, la morte, la nascita, la natura, la finitezza e l’immortalità. Alcuni concetti che è bene chiarire preliminarmente:

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Il conflitto e la nuda vita

venerdì 20 febbraio 2009

schiele

Inauguro con questo post una nuova sezione del blog, che verrà classificata sotto la categoria di MATERIALI, e che vorrebbe raccogliere scritti, articoli, riflessioni di altri, con l’intento di allargare e arricchire il circolo della discussione. Per “altri” si intende chiunque abbia cose interessanti da dire, prescindendo da titoli e gerarchie. Non sarà però una scelta “democratica”, visto che sarà il sottoscritto, in ultima analisi, a decidere se e che cosa pubblicare. Questo, per lo meno, fino a che il blog non muterà forma, diventando uno strumento collettivo e plurale anche nell’impostazione redazionale.

Comincio con un articolo di Roberto Esposito, filosofo della politica, autore di testi fondamentali sulle categorie della biopolitica; tra i titoli più recenti: Immunitas, Bios, Terza persona (ne avevamo parlato qui).

Proprio nell’ultimo post ho parlato di “forma di vita”, concetto per il quale mi rifaccio alla scuola di pensiero di Agamben e, appunto, di Esposito, nonché alla distinzione greca tra bios e zoe (rilevata dal fisiologo francese Bichat), oltre che al concetto di nuda vita enunciato da Walter Benjamin. Il problema in campo, tanto più nella nostra epoca, è proprio quello della definizione del “proprietario” della nuda vita di un corpo (zoe) che non ha più forma (bios): chi legittimamente può reclamarne il possesso? Dio, la chiesa, lo stato, i progenitori, la collettività…? A quale titolo? Ciò naturalmente riguarda anche quella strana torsione, quella sfera di ambiguità (che è anche linguistica) che riguarda il rapporto tra corpo e persona: non è un caso, ci fa notare Esposito, che si dica di “avere” un corpo, non di “esserlo”.

L’articolo, intitolato Il conflitto e la nuda vita, si trova alla pagina 2 del supplemento “Diario” del quotidiano La Repubblica del 17/2/2009 (Corpo: L’oggetto del desiderio del potere politico), insieme ad altri testi altrettanto interessanti. Sono tutti scaricabili qui:

il-conflitto-e-la-nuda-vita (pdf)

UMANI, ANIMALI E DINTORNI

giovedì 15 gennaio 2009

diogeneSi può maltrattare un cane
senza curarsi dei suoi guaiti,
semplici stridori
di una macchina mal lubrificata.

(Malebranche)

Nell’Appendice alla parte prima dell’Etica, Spinoza muove una critica serrata al “pregiudizio finalistico”, quella tesi, o meglio “finzione”, secondo cui “gli uomini comunemente ritengono che tutte le cose naturali, e loro stessi, agiscano in vista di un fine”. Nello stesso tempo viene spazzato via anche il pregiudizio antropocentrico, quella costruzione tutta ideologica (Spinoza la ritiene una superstizione profondamente radicata negli animi) che considera la natura apparecchiata per il bene, l’utilità e il diletto degli umani. Alla base di tutto ciò sta quell’attività fervida e potente che denominiamo immaginazione – e che fa sì che sia l’ignoranza a prevalere anziché la reale comprensione delle cose. Spinoza conclude il suo ineccepibile ragionamento con una frase piuttosto sibillina: “Questi sono i pregiudizi che mi sono proposto di segnalare qui. Se ne restano altri della stessa stoffa, ognuno potrà emendarsene con un po’ di meditazione”. Sibillina ma quantomai filosofica: emendare – cioè correggere, rivedere, rettificare, migliorare – i nostri giudizi immaginari (campati per aria, rovesciati) col lavorìo attento, continuo e onnicomprensivo della riflessione filosofica.
Questa premessa mi serve per introdurre quello che possiamo ritenere uno dei “pregiudizi” e delle produzioni immaginarie più maestose della storia della specie, il nodo forse essenziale della visuale distorta – anzi del vero e proprio rovesciamento – denunciati da Spinoza: la “questione animale“.

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