Posts Tagged ‘agamben’

Animalità: nostalgia delle origini o concetto-progetto?

martedì 15 luglio 2014

Grazie all’amico Marco Liberatore, collaboratore dell’associazione culturale Doppiozero, per il cui sito web sta tra le altre cose curando una nuova rubrica filosofica di pensiero critico contemporaneo, è comparso nel suddetto spazio online un mio scritto sui temi dell’animalità e della natura umana – temi spesso trattati sul blog, che ho cercato di risistemare secondo una prospettiva filosofico-critica più ampia, a partire dal recente testo di Felice Cimatti Filosofia dell’animalità.

Lo si trova a questa pagina:

http://www.doppiozero.com/materiali/soglie/animalita-nostalgia-delle-origini-o-concetto-progetto

scaryart

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Profanare i dispositivi

sabato 16 luglio 2011

“… e nel farsi comandare
ha trovato la sua nuova libertà”
(G. Gaber)

“Portare alla luce quell’Ingovernabile, che è l’inizio e, insieme, il punto di fuga di ogni politica” – con tale auspicio Giorgio Agamben conclude la sua lezione-saggio intitolata Che cos’è un dispositivo? Non posso qui dilungarmi nell’analisi (di tipo genealogico) del concetto di dispositivo, utilizzato da Foucault fin dagli anni ’70, alle cui spalle c’è il concetto hegeliano di positività e, prima ancora, la latina dispositio e l’oikonomia teologica – anzi, premetto subito che questo risulterà forse un post piuttosto denso ed ellittico, ma qualche esempio addotto qua e là potrà renderlo più comprensibile (ad ogni modo, il testo di Agamben è stato pubblicato nel 2006 da Nottetempo nella collana “I sassi“, quella serie di libretti a 2-3 euro che ricorda un po’ i vecchi e geniali Millelire di Stampalternativa).
Intanto comincio con il riassumere brevemente il significato di dispositivo – prima con le parole di Agamben: “qualunque cosa abbia in qualche modo la capacità di catturare, orientare, determinare, intercettare, modellare, controllare e assicurare i gesti, le condotte, le opinioni e i discorsi degli esseri viventi”; – e poi con la mia personale sintesi: il già-dato-e-prodotto tendenzialmente automatico e meccanizzato della rete sociale (una vera e propria ontologia sociale, così come esiste un già-dato dell’elemento biologico) che non solo avviluppa gli individui, ma che soprattutto ne produce (o destruttura) le soggettività. A tal proposito Agamben ipotizza addirittura una partizione ontologica tra due vere e proprie classi: gli esseri viventi e i dispositivi. Nel mezzo i soggetti, quali prodotti del “corpo a corpo” tra le due classi.
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Bioepoca – prima parte

mercoledì 20 aprile 2011

(approfitto dell’ultimo degli incontri di “Introduzione alla filosofia”, costruito a partire dalle sollecitazioni di alcuni partecipanti, per fare il punto sul concetto di bioepoca, e sulla bruciante e connessa questione della bioetica).

Già l’uso della parola “epoca” accanto a bios (vita), ne orienta in una direzione precisa il significato: c’è un’epocalità, cioè l’apparire cruciale di un nuovo concetto di vita; ma “epoca” sta anche a dire che c’è l’emergenza di una temporalità e di una storicità: qualcosa di inaudito, che prima non era mai emerso, e che implica nel contempo qualcosa che è destinato a tramontare. Ci troviamo cioè, probabilmente, nell’epoca epochizzante per antonomasia – evo in cui si guarda alle cose nella loro determinazione storica e perenne mutabilità. Epoca transeunte del transeunte, che consuma il suo stesso consumarsi. Negazione della negazione.

Utilizzerò alcune parole-chiave per definire la costellazione concettuale da cui partire per una discussione etica del bios – una bioetica, come si suole ormai chiamare il nuovo orizzonte decisionale riguardante gli antichi estremi della condizione esistenziale: la vita, la morte, la nascita, la natura, la finitezza e l’immortalità. Alcuni concetti che è bene chiarire preliminarmente:

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Il conflitto e la nuda vita

venerdì 20 febbraio 2009

schiele

Inauguro con questo post una nuova sezione del blog, che verrà classificata sotto la categoria di MATERIALI, e che vorrebbe raccogliere scritti, articoli, riflessioni di altri, con l’intento di allargare e arricchire il circolo della discussione. Per “altri” si intende chiunque abbia cose interessanti da dire, prescindendo da titoli e gerarchie. Non sarà però una scelta “democratica”, visto che sarà il sottoscritto, in ultima analisi, a decidere se e che cosa pubblicare. Questo, per lo meno, fino a che il blog non muterà forma, diventando uno strumento collettivo e plurale anche nell’impostazione redazionale.

Comincio con un articolo di Roberto Esposito, filosofo della politica, autore di testi fondamentali sulle categorie della biopolitica; tra i titoli più recenti: Immunitas, Bios, Terza persona (ne avevamo parlato qui).

Proprio nell’ultimo post ho parlato di “forma di vita”, concetto per il quale mi rifaccio alla scuola di pensiero di Agamben e, appunto, di Esposito, nonché alla distinzione greca tra bios e zoe (rilevata dal fisiologo francese Bichat), oltre che al concetto di nuda vita enunciato da Walter Benjamin. Il problema in campo, tanto più nella nostra epoca, è proprio quello della definizione del “proprietario” della nuda vita di un corpo (zoe) che non ha più forma (bios): chi legittimamente può reclamarne il possesso? Dio, la chiesa, lo stato, i progenitori, la collettività…? A quale titolo? Ciò naturalmente riguarda anche quella strana torsione, quella sfera di ambiguità (che è anche linguistica) che riguarda il rapporto tra corpo e persona: non è un caso, ci fa notare Esposito, che si dica di “avere” un corpo, non di “esserlo”.

L’articolo, intitolato Il conflitto e la nuda vita, si trova alla pagina 2 del supplemento “Diario” del quotidiano La Repubblica del 17/2/2009 (Corpo: L’oggetto del desiderio del potere politico), insieme ad altri testi altrettanto interessanti. Sono tutti scaricabili qui:

il-conflitto-e-la-nuda-vita (pdf)

UMANI, ANIMALI E DINTORNI

giovedì 15 gennaio 2009

diogeneSi può maltrattare un cane
senza curarsi dei suoi guaiti,
semplici stridori
di una macchina mal lubrificata.

(Malebranche)

Nell’Appendice alla parte prima dell’Etica, Spinoza muove una critica serrata al “pregiudizio finalistico”, quella tesi, o meglio “finzione”, secondo cui “gli uomini comunemente ritengono che tutte le cose naturali, e loro stessi, agiscano in vista di un fine”. Nello stesso tempo viene spazzato via anche il pregiudizio antropocentrico, quella costruzione tutta ideologica (Spinoza la ritiene una superstizione profondamente radicata negli animi) che considera la natura apparecchiata per il bene, l’utilità e il diletto degli umani. Alla base di tutto ciò sta quell’attività fervida e potente che denominiamo immaginazione – e che fa sì che sia l’ignoranza a prevalere anziché la reale comprensione delle cose. Spinoza conclude il suo ineccepibile ragionamento con una frase piuttosto sibillina: “Questi sono i pregiudizi che mi sono proposto di segnalare qui. Se ne restano altri della stessa stoffa, ognuno potrà emendarsene con un po’ di meditazione”. Sibillina ma quantomai filosofica: emendare – cioè correggere, rivedere, rettificare, migliorare – i nostri giudizi immaginari (campati per aria, rovesciati) col lavorìo attento, continuo e onnicomprensivo della riflessione filosofica.
Questa premessa mi serve per introdurre quello che possiamo ritenere uno dei “pregiudizi” e delle produzioni immaginarie più maestose della storia della specie, il nodo forse essenziale della visuale distorta – anzi del vero e proprio rovesciamento – denunciati da Spinoza: la “questione animale“.

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INUTILE

venerdì 17 ottobre 2008

Qualche giorno fa ho sentito un ragazzo pronunciare questa frase: “Non perder tempo con quella persona inutile“. Al di là della “gravità” e del contesto specifico dell’espressione – ma anche dell’ironia che se ne potrebbe ricavare, dato che è tutto sommato un bene che una persona sia “inutile”, visto che non è un utensile – non ho potuto esimermi dal fermarmi di nuovo a riflettere sul linguaggio e sul suo uso più o meno cosciente. Temi, questi, su cui vado ragionando quasi ogni giorno da anni e con i quali prevedo di intrattenermi ancora per un bel po’, prima di essermi dato risposte esaustive. (Naturalmente il suddetto ragazzo ben poco sa di ironia, ragione strumentale, mezzi/fini, o teorie linguistiche – cosa che non gli impedisce certo di utilizzare con grande nonchalance parole e proposizioni in abbondanza…).

Da Aristotele ad Heidegger, tutti i filosofi hanno riflettuto sulla centralità del linguaggio – la sua quasi “sacralità”. Avevo pensato a questo termine in occasione dell’episodio che ho citato sopra, e guarda caso, qualche giorno dopo, leggo su un giornale dell’ultimo libro di Giorgio Agamben, intitolato proprio Il sacramento del linguaggio (edito da Laterza), che ho già provveduto ad acquistare e che senz’altro leggerò e recensirò. Ne riporto per ora solo un assaggio:

“…la specificità del linguaggio umano rispetto a quello animale non può risiedere soltanto nelle peculiarità dello strumento […] essa consiste, piuttosto, in misura certo non meno decisiva, nel fatto che, unico fra i viventi, l’uomo non si è limitato ad acquisire il linguaggio come una capacità fra le altre di cui è dotato, ma ne ha fatto la sua potenza specifica, ha messo, cioè, in gioco nel linguaggio la sua stessa natura […] egli è anche il vivente nella cui lingua ne va della sua vita“.

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RELATIVISMO II – La retina della rana, la zecca e la disperazione del papa

venerdì 29 febbraio 2008

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Leggo nella recensione di Boncinelli sul Corriere della sera di qualche giorno fa, a proposito del libro Le scienze cognitive classiche: un panorama di Massimo Piattelli Palmarini, una cosa piuttosto curiosa  sulla rana. Cito: “Ci sono cellule della sua retina che reagiscono soltanto alla visione di un moscone in volo. Un qualcosa che voli ma che non sia un moscone, o la vista di un vero moscone ma fermo, non suscitano alcuna reazione in queste cellule. Che sembrano stare lì solo per rispondere alla domanda: c’è in giro un moscone vivo oppure no? Tutto il resto non le interessa. Tutto il resto non viene letteralmente visto”. Al che il biologo conclude dicendo come ogni animale, uomo compreso, veda il mondo a modo suo, in maniera del tutto utilitaristica.
Questa lettura mi ha subito fatto venire in mente un capitolo del libro di Agamben L’aperto dedicato alla zecca. Era stato lo zoologo tedesco Uexküll a farne attento oggetto di studio per le sue ricerche sull’ambiente animale. In particolare Uexküll distingue tra spazio oggettivo (così come lo intendiamo noi) e Umwelt, mondo-ambiente.

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IMMUNITAS (breve excursus con domanda essenziale a concludere)

sabato 26 gennaio 2008

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Molti sono stati i tentativi di spiegare l’orrore nazista. Si discute ancora sulle cause, sulla particolarità e sulle parentele con altre forme di totalitarismo, sulla unicità della shoah. Molto è stato spiegato ma molto resta ancora da spiegare. Alcune cose non tornano. L’orrore, il nichilismo, il vortice distruttivo (e autodistruttivo) che si sono incarnati nel regime hitleriano presentano ancora aspetti oscuri e insondabili, non del tutto spiegabili con le categorie classiche della storia, della politica o della sociologia.
Trovo che chi più di altri ha cercato di guardare in faccia l’orrore siano stati Primo Levi e Giorgio Agamben. Opere come I sommersi e i salvati e Quel che resta di Auschwitz sono imprescindibili. Ora aggiungerei anche la ricerca ad ampio raggio di Roberto Esposito, in particolare a proposito di concetti quali immunitas, biopolitica e tanatopolitica.
Esposito non nega certo la “peculiarità” del nazismo, ma allarga l’orizzonte esplicativo inquadrando la logica di morte nazista entro un processo più vasto che riguarda l’intera modernità. Come a dire: il nazismo è un fenomeno parossistico, una malattia mortifera di una forma della politica che è tutt’altro che estinta, e che anzi è ancora alla base della nostra vita sociale.

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PHILÍA

martedì 18 dicembre 2007

amici.jpga Marco
φιλος εν
φιλοσοφια
φιλοσοφος εν φιλια

Ho sempre avuto un culto particolare per l’amicizia. Nella mia prima giovinezza coltivavo le amicizie come si fa con le piante preziose di un giardino botanico. Ne avevo una cura maniacale. Ricordo che prima di addormentarmi, la sera, passavo in rassegna gli amici e le amiche che avevo incontrato o sentito durante la giornata, ne riassaporavo i volti, le parole, i gesti, il calore, la vicinanza, gli insegnamenti e pregustavo gli incontri del giorno dopo o dei giorni successivi. La distanza tra un incontro e l’altro mi sembrava sempre eccessiva. Catalogavo le amicizie e gli amici, non perché volessi costituire gerarchie – anche se la tentazione dell’amico o dell’amica più importante a tratti l’ho avuta – ma perché mi beavo di quella straordinaria diversità. E talvolta mi chiedevo: com’è che io, che sono un solo individuo, posso essere amico di persone così varie e diverse tra loro? La risposta mi appare ovvia oggi, ma allora non lo era. Mi sarebbe poi piaciuto che tra loro si conoscessero, mi piaceva immaginare giochi alchemici, reazioni, talvolta anche amori possibili. Il mio ideale era quello della koiné, una sorta di vita comune tra amici. Ho poi sempre reputato l’amicizia una forma superiore di amore rispetto ad altre, specie all’eros e all’attrazione sessuale in genere. Non che nell’amicizia non ci sia una componente erotica: non si può essere amici di persone da cui non si è attratti anche fisicamente. Ma l’amicizia disdegna per sua natura l’antagonismo o le complicazioni implicite nei giochi amorosi e di coppia. E’ più agape che eros, per dirlo con la lingua greca. Gore Vidal raccomandava giustamente di non fare mai sesso con gli amici, a meno che non se ne voglia mettere a repentaglio il rapporto. Ma non voglio qui occuparmi dei risvolti psicologici o sociali. Mi preme invece puntare l’attenzione sulla valenza filosofica dell’amicizia. Occorre qui rifarsi ad Aristotele, il primo pensatore che abbia trattato in maniera sistematica il tema dell’amicizia da un punto di vista filosofico.

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VENT’ANNI DOPO

mercoledì 11 aprile 2007

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Quando ho letto I sommersi e i salvati mi sono subito convinto che Primo Levi non era da considerare “soltanto” un testimone della shoah, ma uno dei più importanti pensatori del Novecento circa il significato di quella immane tragedia. Non è un caso che il filosofo Giorgio Agamben gli abbia dedicato alcune delle sue pagine più lucide.

Il male, la violenza, la memoria, l’oblio, ma ancora di più la biopolitica e la bioepoca: questi i temi su cui Primo Levi, partendo dalla sua esperienza di “vittima”, ha cominciato una riflessione ben lungi dall’essere terminata.

Due momenti de I sommersi e i salvati vorrei qui ricordare: il primo è la “zona grigia”, quel territorio ambiguo e sfocato che insieme separa e congiunge il campo dei padroni e quello dei servi, i carnefici e le vittime. Levi ne ricava una vera e propria teoria dell’esercizio del potere, oltre che un’analisi della natura umana di cruciale importanza: “anche noi siamo così abbagliati dal potere e dal prestigio da dimenticare la nostra fragilità essenziale: col potere veniamo a patti, volentieri o no, dimenticando che nel ghetto siamo tutti, che il ghetto è cintato, che fuori dal recinto stanno i signori della morte, e che poco lontano aspetta il treno”.

L’altro è la figura del Muselman, del musulmano, nome “attribuito al prigioniero irreversibilmente esausto, estenuato, prossimo alla morte”, esemplificato dal bambino muto e invisibile delle prime pagine della Tregua, quell’Hurbinek che “era un nulla, un figlio della morte, un figlio di Auschwitz”, nuda vita che è al di qua (o al di là) dell’umano e che soltanto con i campi nazisti è potuta emergere con chiarezza, ma che è una possibilità iscritta (ancora, e forse più di ieri) nella nostra epoca… Non è un caso che Primo Levi abbia sostenuto con forza la reiterabilità di quel che è accaduto, non tanto per un capriccio o un caso della storia, ma perché le condizioni di riproducibilità dello snaturamento dell’umano, della sua radicale animalizzazione, sono ancora tutte lì, hanno messo radici e promettono nuove tragedie: “E’ avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire“.

Letture:

P. Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi
G. Agamben, Quel che resta di Auschwitz. L’archivio e il testimone, Bollati Boringhieri
G. Agamben, L’aperto. L’uomo e l’animale, Bollati Boringhieri
R. Esposito, Bios. Biopolitica e filosofia, Einaudi