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Settima parola: bene

lunedì 27 aprile 2015

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(Vista la vignetta dei Peanuts qui sopra, mi toccherà forse parlar male del bene…)

Nel termine latino bonum (aggettivo bonus) ci sono tutte le caratteristiche con le quali viene comunemente utilizzato il concetto di bene: dal summum bonum, all’essere retti e onesti, alla felicità, utilità, prosperità, ecc.
Senonché dire:
il Bene
-fare il bene (o meglio, buone azioni)
-io sto bene
sono espressioni molto differenti, che si riferiscono ad accezioni parecchio diverse della medesima parola.
Che alludono ad una diversa caratterizzazione del bene a seconda che esso venga inteso in termini oggettivi (il bene come idea-valore in sé) o in termini soggettivi, e dunque relativi a situazioni sociali e storiche determinate, o più semplicemente concernenti le relazioni intersoggettive (utilità, felicità sociale e individuale, ecc.).

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I peli del bene

lunedì 20 dicembre 2010

Siccome si avvicina Natale, voglio essere cattivo. E così oggi mi dedicherò al dileggio di quello che Zagrebelsky definisce lessico della carità. Voglio, in sostanza, parlar male del bene.
C’è un aggettivo che qualifica alcune parole di questo lessico, proprio per metterne in dubbio e revocarne il disinteresse: peloso. Perché si dice di una carità o di un atto di generosità che sarebbero “pelosi”? Al di là dell’etimologia dubbia dell’espressione (e della pluralità dell’uso figurativo del termine pelo, spesso negativo), la pelosità di un comportamento sembra alludere al contrasto tra ciò che appare e ciò che è, o più precisamente alla presenza di aspetti che rompono il lindore e la purezza di una superficie, e all’imprevisto spuntare di elementi filiformi laddove non ce ne dovrebbero essere – come quando si dice avere il pelo sul cuore o sullo stomaco o, per contrasto, non avere peli sulla lingua.
Vorrei qui avvicinare la peluria del sospetto ad alcuni nomi (prima ancora dei relativi concetti), sovra- (o male-) utilizzati nella nostra epoca. Gustavo Zagrebelsky vi ragiona nel suo recente pamphlet Sulla lingua del tempo presente, con riferimento all’attuale scena politica italiana, dominata com’è noto dall’ideologia berlusconiana: oltre a “scendere in campo”, “contrattare”, “mantenuti”, “fare”, “tasche”, spiccano nell’elenco le parole amore e doni. Aggiungerei gli affini volontariato, bene, carità, buone azioni. Intendiamoci: sono nomi che alludono a idee e concetti con una storia ed uno spessore tali da risultare irriducibili ad una qualche definizione o semplificazione. Di ciascuno bisognerebbe quantomeno tracciare una genealogia. Ma forse il problema sta proprio qui: nello svuotamento di quei termini e nella loro esibizione (e sovraesposizione mediatica, dunque retorica e sofistica) finalizzata a tutt’altri scopi. Quasi una metabasi in altro genere, un uso improprio e fuori contesto.

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Dis-facimenti

giovedì 25 marzo 2010

Uno slogan che si sente ripetere in questa (orribile) campagna elettorale, è relativo al fare. “Noi che siamo al governo facciamo” – così dicono, in contrapposizione a quelli che invece chiacchierano o criticano e basta. Poco importa qui quale delle forze in lizza utilizzi tale motto, che peraltro è un ferrovecchio. Nella mia militanza politica giovanile era un luogo comune questa faccenda del contrapporre il fare al parlare – come se il parlare non fosse un’azione e il fare a sua volta denso di linguaggio e di elementi simbolici. Ma si sa, la politica è sempre più il luogo del non-pensiero e dell’assurdo, una gara a chi è più decerebrato (e fatto in tutt’altro senso!).

Ma torniamo al termine “fare” e ai concetti ad esso collegati. Il filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein apre il suo Tractatus logico-philosophicus con una vera e proprio ontologia del factum (anche se, a rigore, fare e fatti non sono poi così perfettamente sovrapponibili) – e scrive: “Il mondo è tutto ciò che accade”, “Il mondo è la totalità dei fatti, non delle cose”. Tutto ciò che esiste attiene ai fatti e però insieme al linguaggio; non c’è un fatto che non sia dicibile e un dire che non sia anche fattuale: il linguaggio da questo punto di vista è la “raffigurazione logica del mondo”, aderisce rigorosamente alla fattualità ed esaurisce in sé la sfera del pensiero.
Non volevo però avventurarmi lungo lo scivoloso terreno logico-epistemologico, ma solo limitarmi a “giocare” un poco con la parola in questione. Essa richiama anche il contraffare, sopraffare, strafare, rifare: in genere tutto ciò che è manipolazione della realtà, fino addirittura alla sua destrutturazione (dis-fare, rare-fare, lique-fare).
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