Posts Tagged ‘amicizia’

La vita (dis)continua

giovedì 17 agosto 2017

Se c’è un’espressione che detesto è la vita continua.
Ti è successo questo, ti è successo quest’altro – ma la vita continua.
Ti è morto un genitore, un figlio/a, un amico/a, un compagno/a (valgono anche gli animali) – eppure la vita continua. Ci sarà sempre qualcuno che userà questa espressione trita, banale e stupidamente tautologica – volta forse a nascondere da una parte l’imbarazzo e l’incapacità di dire cose sensate di fronte ai lutti o alle tragedie, e dall’altra il sospetto che sempre alligna nella mente di chi la dice che quella vita che si vuole così continua e lineare sia in realtà un abisso di orrori.
Una vita come tanteA Little Life nell’edizione americana originale – romanzo della scrittrice di origini hawaiane Hanya Yanagihara, sembra quasi voler rispondere, e ci mette oltre mille pagine per farlo, alla banalità di quell’espressione – perché la vita non continua.
A dispetto della sua mole fluviale, potremmo ridurre l’intreccio narrativo a due semplici e però essenziali domande: la prima – che cos’è il male? – è inscritta nel destino toccato in sorte a Jude, l’infelice protagonista (ma chi è felice?), ovvero il male come indebolimento dell’altro, diminuzione sistematica della sua potenza vitale – quasi a dimostrare che nella vita di ogni umano c’è sempre un genio maligno che ha la funzione di inoculargli sottopelle un siero, con la precisa funzione anti-spinoziana di indurgli passioni tristi e inibirgli passioni liete. Progettare l’infelicità dell’altro – come ebbe a suggerire il filosofo amico dei lupi Mark Rowlands.
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Il volto e il corpo dell’altro – 5. Il mondo vegetale, tra forme e giardini

giovedì 23 febbraio 2017

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Il romanzo post-apocalittico La strada di Cormac McCarthy, ci fornisce l’immagine di una terra senza colori, grigia, morta, desolata, umbratile, in dissolvenza; non c’è nulla di vivente, tranne umani raminghi alla ricerca di una improbabile sopravvivenza. C’è una cosa che colpisce nella desolazione del contesto: non c’è vegetazione, non una foglia, un virgulto, un filo d’erba, un fiore, niente di niente. Solo rami secchi e tronchi morti e torti. Ma, soprattutto, nessun colore, nessun profumo – solo tonalità grigie e marroni che denotano l’assenza della vita cui siamo abituati. Ecco, probabilmente la natura era similmente grigia, monotona e incolore prima dell’avvento delle angiosperme – ovvero quel tipo di piante più complesse i cui semi vengono avvolti dal frutto (angiosperme vuol proprio dire “seme protetto”) e che riempiono il mondo di fiori – e che sono attualmente le più diffuse sul pianeta.

Il mondo vegetale è lo snodo essenziale del sistema vivente: è nota la sua funzione produttiva di energia tramite la luce solare e la fotosintesi (ne avevamo parlato lo scorso anno a proposito di Tiezzi), caratterizzata dal meccanismo nutritivo dell’autotrofia, in contrapposizione all’eterotrofia tipica degli animali (ovvero la necessità di ricorrere ad altri – etero – viventi per nutrirsi: le piante donano carboidrati e cibo ai non-vegetali, che altrimenti non potrebbero sussistere).
Il mondo dei vegetali, oltre ad avere un enorme fascino, è ricco di implicazioni simboliche, tanto che potremmo definire il vegetale come una sorta di metafora integrale del vivente. Basti pensare alla figura dell’albero, con la sua conformazione (radici, rizomi, foglie, ecc.), al seme, alla luce, alla morfologia (come vedremo in Goethe); per non parlare della figura del giardino, che riveste un significato essenziale per tutta la storia umana, e in tutte le culture.

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Una compenetrazione di anime

venerdì 11 luglio 2014

«Quando nel linguaggio corrente parliamo di amici e amicizie, in realtà alludiamo a frequentazioni e dimestichezze, allacciate o per un caso fortuito o per una qualche utilità, per mezzo delle quali le nostre anime comunicano. Nell’amicizia di cui parlo io le anime si mischiano e si confondono l’una nell’altra, compenetrandosi in modo così completo da cancellare e non trovare più traccia della cucitura che le ha unite. Se qualcuno si ostinasse a chiedermi perché lo amavo, sento che per spiegarlo non potrei rispondere altro che: Perché era lui, perché ero io» (M. Montaigne, Saggi, I, 27)

[Il lui a cui si riferisce Montaigne, è Étienne de La Boétie, amico che ricalca alla perfezione la definizione aristotelica di heteros autos, l’amico come altro se stesso]

Quinto lunedì: la fiducia, cura delle passioni tristi

martedì 25 febbraio 2014

Trust

[Utilizzerò come traccia il saggio di Michela Marzano Avere fiducia, che ha un taglio divulgativo, anche se talvolta disomogeneo e dispersivo – un testo che comunque offre molti spunti di riflessione interessanti, che credo saranno utili alla nostra discussione].

Farò due esempi per cominciare, uno personale l’altro tratto dalla Marzano:
-l’esercizio della caduta
-il dilemma del prigioniero
Il primo esempio ci offre un taglio emotivo ed istintivo della fiducia, mentre il secondo ce ne offre un profilo squisitamente razionale.
Anni fa, ad un laboratorio teatrale cui partecipavo, i conduttori ci fecero fare un esercizio in cui ciascuno avrebbe dovuto lasciarsi cadere all’indietro, di schiena, confidando nel fatto che qualcun altro del gruppo lo avrebbe preso. Non tutti riuscirono ad eseguire l’esercizio: tanto il gettarsi, quanto il bloccarsi avevano probabilmente a che fare con dei gesti istintivi, di cieca fiducia (per quanto simulata) nel primo caso, di paura nell’altro.
Michela Marzano ci parla ad un certo punto del “dilemma del prigioniero”, un celebre problema matematico-probabilistico della teoria dei giochi: due criminali vengono arrestati, separati e fatta loro una proposta di confessione così concepita: se uno confessa e l’altro no, il primo viene liberato e l’altro condannato a dieci anni; se entrambi confessano verranno condannati tutti e due a 5 anni; se nessuno dei due confessa, dovranno scontare 1 anno di prigione. In questo caso (tralasciando la casistica e la discussione sulla probabilità delle scelte, che oscilla dall’egoismo della prima opzione al solidarismo della terza), ciò che emerge è piuttosto l’aspetto razionale e di calcolo della fiducia (per chi volesse approfondire il dilemma, è consultabile la voce su wikipedia, anche se con una formulazione diversa, mentre la Marzano ne parla alle pagine 39-40).
Entrambi gli esempi si reggono sulla fiducia, che pare però oscillare tra l’istinto e la decisione razionale, non essendo riducibile a nessuna delle due dimensioni.

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Capo d’anno

venerdì 3 gennaio 2014

Mi son ritrovato, l’ultimo giorno dell’anno, a rievocare con amici carissimi cose di molti anni fa. Di così tanti anni fa che, pur essendo questi amici genitori di figli già adolescenti, loro stessi erano bambini quando quelle cose succedevano. Così, mentre le raccontavo, mi è scappato di dire il luogo comune che tutti dicono (che proprio per questo si chiama luogo comune) tipico della temporalità e della sua inafferrabilità: «sembra ieri!».
Ieri quelle cose sono accadute.
Oggi io le sto raccontando.
E domani sarò già morto.
Logica consecutio cui c’è poco da replicare.

***

Il giorno dopo – per convenzione il primo giorno dell’anno, quando fortunatamente non ero ancora morto – mi sono ritrovato ad esporre succintamente le teorie del tempo, del divenire e della morte (o, per essere precisi, della loro autodissoluzione in quanto follie derivanti da una visione nichilistica e contraddittoria della realtà) di Emanuele Severino, così come io le ho comprese e così come sono in grado di comunicarle ad altri – ammesso gorgianamente che a) qualcosa sia, b) sia conoscibile e c) sia comunicabile senza che l’altro non ti prenda per pazzo – e mentre parlavo, l’amica madre dei figli già adolescenti e però bambina quando succedevano le cose che mi hanno fatto dire «sembra ieri!», mi guardava con tanto d’occhi…

Psicosofie estive – 8. La potenza ebbra del concetto

mercoledì 31 luglio 2013

Urlo_Munch

Il mio primo incontro con la filosofia avvenne, tra le altre cose, all’insegna di un pensiero forte, duro, militante – tanto più che all’epoca si stava diffondendo la moda del pensiero debole. Certo, avrei potuto incontrare il pensiero debole, anziché quello forte, ed esserne fatalmente attratto tanto quanto venni conquistato dall’hegelismo poderoso del mio primo maestro (o dall’ontologia di Emanuele Severino). Il caso, la psicologia o altro possono benissimo spiegare (o evitare di farlo, quindi in maniera a sua volta debole) tali propensioni – ma non è che importi molto, né a me né ai miei eventuali lettori, tanto più che fa caldo e si ha voglia di pensieri rinfrescanti.
Se però torno con la memoria ai miei vent’anni, quel che più mi affascina (e terrorizza) è il ricordo delle cene (spesso ebbre) durante le quali qualsiasi cosa poteva essere affrontata, proprio perché investita dalla potenza del concetto. Poco importava che vi fossero conoscenze empiriche, queste stavano senz’altro in secondo piano, bollate come particolarità non sempre interessanti. Anzi, venivano talvolta considerate addirittura degli impedimenti alla comprensione profonda della realtà, quasi che i fatti, per loro natura disordinati e frammentati, non sempre inquadrabili in un sistema coerente, fossero una realtà sbiadita e di secondo grado. Erano invece la teoria, il concetto, il pensiero – la filosofia come pensiero forte, anzi fortissimo – quel che doveva stare sempre in primo piano.
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Il bacio spinozista di LudovicoVan

martedì 1 gennaio 2013

Fregio di Beethoven_Klimt

Oltre ai leggiadri valzer viennesi, per cominciare bene l’anno consiglio sempre l’ascolto della Nona sinfonia di Beethoven – in particolare di quel vertice musicale che è l’Inno alla gioia. All’Auditorium di Milano la sua esecuzione è consuetudine da molti anni – con più repliche a ridosso del vecchio e del nuovo anno, a mo’ di circolare auspicio di buona fine e buon principio –  e io ci vado tutte le volte che posso. Quest’anno ho partecipato al rito come se fosse la prima volta, incantato più che mai dalla prima all’ultima nota, e percorso a più riprese da brividi che ho identificato come innocui spinococchi.
E del resto la poesia di Schiller An die Freude è una vera e propria ode spinoziana alla vita:

Gioia bevono tutti i viventi
dai seni della natura;
vanno i buoni e i malvagi
sul sentiero suo di rose!

Abbracciatevi, moltitudini!
Questo bacio vada al mondo intero!

Gioia si chiama la forte molla
che sta nella natura eterna.
Gioia, gioia aziona le ruote
nel grande meccanismo del mondo.

Insomma, un tripudio di perfezione ontologica percorre tutti i modi della sostanza, e ogni essere ed ogni vivente ne partecipa. Amicizia e amore e fraternità e bellezza e con-essere e profonda correlazione la fanno da padroni – peccato solo per quella nota stonata ed ombrosa:

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Quinta cronaca: congedo con ciliegie

sabato 29 maggio 2010

Qualche giorno fa ho incontrato per l’ultima volta la classe di bambini di quinta (dunque ormai ragazzi) con i quali ho svolto nel corso dell’anno scolastico il mio consueto  esperimento filosofico, e di cui ho qua e là dato qualche resoconto in forma di “cronaca”.
Ho chiesto loro, a mo’ di congedo, di prendere un foglio bianco e di scriverci sopra due cose: su un lato la parola che più li aveva colpiti durante i nostri incontri, e sull’altro una breve frase che sintetizzasse quel che, a loro giudizio, il termine filosofia racchiude. Una sorta di definizione, cercando di ripercorrere il nostro cammino fin dall’inizio. Arché. Un duplice sforzo di memoria e di sintesi.
Quel che ne è uscito – che ovviamente è stato subito dopo commentato e discusso, abitudine consolidata e affinatasi nel tempo – non mi ha sorpreso, se non per la sua “pulizia” concettuale. Mi ha cioè dato la misura del percorso fatto, del loro impegno nell’accettare una cosa così strana (una “specie di materia”, come alcuni l’hanno definita) che prevedeva di incontrarsi ogni due settimane per parlare di cose piuttosto astratte, e nello stesso tempo la piena comprensione che si tratta comunque di una cosa “vitale”, che li riguarda e che si depositerà da qualche parte nella loro mente.
Le parole-chiave scelte hanno risentito del lavoro svolto sulla felicità (che sta partorendo un vero e proprio libro illustrato autoprodotto), e di fatti 9 di loro l’hanno indicata come parola preferita. Anche il concetto di nulla li ha colpiti (4). Le altre sono state: vita, essenza, interiorità, fede, credere, amicizia, senso. (more…)

LA MIA ISTITUTRICE

giovedì 8 gennaio 2009

donatella

Come sa chi legge questo blog, non sono solito abusarne per raccontare cose private; ma nello stesso tempo, in più occasioni, non mi sono sottratto dal farlo quando ho pensato che potesse essere di una qualche utilità “pubblica”. La biografia (intellettuale e non solo) di un individuo è fatta di mille elementi, di molti materiali, di infiniti incontri, di misteriosi intrecci – spesso imprevisti e imprevedibili. Migma, mescolanza caotica, direbbe il filosofo greco Anassagora.
E’ il cosiddetto “destino”, che non è certo scritto a priori, ma che si costituisce filandone giorno per giorno la trama – un intreccio che, appunto, non dipende solo dai soggetti interessati ma da molte altre variabili e circostanze. Un filo che ad un certo punto viene violentemente interrotto da Lachesi, con un taglio netto. E che lascia chi sopravvive interdetto, paralizzato, spaesato. Perché è come se ti venisse strappato qualcosa dalle carni. E allora niente è più come prima.
Ma le Moire se ne fregano, e continuano a tessere e a spezzare i destini come hanno sempre fatto, in maniera impersonale, dura, inflessibile. Senza requie e senza scampo. Dunque inutile illudersi: la mannaia del nulla equivale in questo caso a quella dell’essere – si nasce, si muore. Apparire e scomparire sono due facce della medesima atroce necessità, quella che ci inchioda alla moira – la “parte” che per caso abbiamo avuto in questa strana recita che è l’esistenza.
Poi il balsamo del tempo, come sempre, rimargina le ferite, lenisce il dolore, e insieme alle cicatrici e ai segni visibili della sottrazione lascia anche in bocca – e da qualche altra parte, nelle retrovie della mente – un certo strano sapore, una commistione di ricordi, nostalgia, melancolia.
Due settimane fa, alla vigilia di Natale, moriva una amica per me fondamentale: si trattava di quel meraviglioso miscuglio migmatico che portava il nome di Donatella Bonioli. Come è stato detto, e come penso, si è trattato di una individua straordinaria: una stoica, epicurea, illuminista, ironica, tragica e vitalissima donna. Un capolavoro filosofico della individualità – indipendentemente dal fatto che lei ne fosse o meno consapevole.
Gli amici e le amiche importanti stanno in genere nelle dita di una sola mano, e non sempre serve usarle tutte. Lei era, per me, una delle rare dita di quest’unica mano.
Oggi a Lecco, dove viveva, è stata organizzata una commemorazione pubblica: una teoria di ricordi, letture, testimonianze, musiche, immagini, emozioni. Aspetti e sfaccettature del migma noti e meno noti. Anche in questo caso è sorprendente scoprire come la ricchezza di una persona venga colta in maniera più profonda e completa (per quanto mai esaustiva) grazie ad occhi, mani e anime diverse. Altre trame, altri lati, altre vie. Ho pensato di riportare qui sotto il testo che anch’io ho letto per ricordarla – solo un minuscolo frammento dell’intreccio che ci ha avvinto in quasi trent’anni di amicizia. E qui sopra una sua fotografia di un momento felice dell’ultimo periodo, che ho avuto la fortuna di condividere. Spero, poi, che vorrà perdonarmi quella patina di retorica (che tanto detestava), ma che è anch’essa “parte” della vita – giri di parole per dire solo: “ti ho voluto bene, mi mancherai”.

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DEDICATO A D.

mercoledì 24 dicembre 2008

“Ti credevo molto più avanti. Apprendere
mi turba ch’erri e torni proprio tu
che hai più d’ogni altra donna trasformato le cose.
Che la tua morte ci spaventò; anzi,
che la tua forte morte oscuramente
c’interruppe scindendo il Poi dal Prima:
questo, sì, ci riguarda, e come a tutto il resto
sarà compito nostro dargli un senso.”

Io non so bene che senso potrei dare alla morte di una delle amiche più care e più importanti; unica, rara e preziosa più di un diamante; senza la cui assidua frequentazione quasi trentennale non sarei quel che sono. E non saprei nemmeno cosa sentire se non sgomento, lo spavento e la sensazione violenta dell’interruzione di cui parla Rilke in questa poesia, Requiem per un’amica, un piccolo palliativo, un inutile medicamento. E poi ricoprirmi di strati, e mostrare un me stesso che non è me stesso, ma che alla fine lo è. Perché siamo fatti così. A strati. E il dolore non ci abbatte mai del tutto. Si continua a vivere, ahimé. E così domani mostrerò lo strato familiare-natalizio, poi quello amicale, poi quello augurale, poi non so… Anche ora, in questo preciso istante, non so bene che cosa stia mostrando, che cosa stia sentendo. Non lo so.
Addio. Mi mancherai.