Posts Tagged ‘animalità’

Dopo Homo sapiens

lunedì 27 novembre 2017

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Non so bene se qualificare quella di Leonardo Caffo – giovane e promettente filosofo italiano (di cui avevamo parlato qui) – una “utopia post-umana”, tanto più che questi termini avrebbero necessità di essere ridefiniti in maniera accorta. In questa Fragile umanità, ad essere senz’altro suggestive sono le immagini-anticipazioni derivanti dall’antispecismo (una tradizione di pensiero che, seppur recente, vede ormai irrobustirsi le proprie basi argomentative), sintetizzabili in un recupero dell’animalità diversa da quella propugnata da Nietzsche, ovvero una “presenza a sé” (Rousseau la chiamava “sentimento dell’esistenza”) che può però realizzarsi solo nel superamento della scissione posticcia umano/animale, e in un ritorno alla corporeità.
La tesi forte del saggio è la convinzione che la storia di Homo sapiens sia ormai giunta al termine, e che stia agendo – in contemporanea – una nuova speciazione laterale nata dalla consapevolezza di questa imminente fine: un’autoestinzione fortemente voluta ed annunciata, se è vero che la specie dominante, con le sue pratiche espansive, predatorie e colonizzatrici ha ormai consumato l’habitat necessario al suo stesso stare al mondo, e ha generato un vero e proprio sistema autoimmune, non più in grado di discernere ciò che danneggia sé e l’ambiente.
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Il volto e il corpo dell’altro – 4. L’animale in noi, gli animali fuori di noi

venerdì 20 gennaio 2017

La “questione animale” è probabilmente una delle grandi questioni filosofiche (se non la più importante) della contemporaneità. A ben pensarci è un tema che mette in causa lo statuto etico, antropologico, persino ontologico della nostra specie – i concetti di natura umana, scienza, vita, morte, compreso il crescente desiderio di immortalità: attraverso il nostro rapporto con gli animali e l’animalità definiamo quel che siamo, da dove veniamo e dove stiamo andando.
Animale è concetto paradossale che evoca prossimità e separazione ad un tempo. Tutto il discorso sul rapporto umano/animale è, come vedremo, costellato di elementi paradossali.

Partiamo, come sempre, dalle parole, dai concetti: “animale” è parola astratta, se si vuole vuota, del tutto incapace di definire la moltitudine di forme viventi cui parrebbe alludere. Animale ed animalità si pongono in prima istanza come i concetti che discriminano l’essere umano da ciò che non lo è, sé dalle altre specie, sé dall’altro da sé: l’animale è il paradigma dell’alterità, l’altro per eccellenza. E su questa alterità è probabile che si siano storicamente costituite tutte le altre.
Ma l’animale è, in primo luogo, l’animale in noi: ciò da cui homo sapiens intende separarsi – natura, corpo, sensibilità. L’animalità è essenzialmente ciò da cui l’io – la forma propria dell’umano – si allontana progressivamente: io – l’umano – è mente, coscienza, spirito, ovvero tutto ciò che non è corpo e natura. Come ci suggerisce Cimatti, in questo processo di costituzione della nostra antropologia, del nostro modo di essere, addomesticamento dell’animale esterno e autoaddomesticamento del corpo (l’animale interno) corrono paralleli.
La macchina antropologica (o antropogenica) è esattamente il processo storico di separazione dall’animalità.

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Le carcasse della metafisica

martedì 10 gennaio 2017

 

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Ho provato a fare ordine nella mia mente sul tema dell’animalità – su cui medito da tempo e che sto affrontando in vista del prossimo incontro del gruppo di discussione filosofica. Già questo “fare ordine nella mente” è indice di qualcosa di cruciale che accade in homo sapiens e che è essenziale per il processo dell’antropogenesi, proprio in relazione all’animalità. Ma, appunto, proviamo a procedere con un minimo di ordine.
Ho sempre trovato del tutto insufficiente l’approccio animalista o antispecista alla questione animale (ovvero: stabilire un minimo di regole etiche circa il nostro modo di trattare gli animali), proprio perché si fonda su un’inaggirabile posizione antropocentrica, ovvero sull’evidenza che il soggetto che pone il problema e che propone la soluzione è il medesimo, giudice e carnefice ad un tempo, razza padrona e dominante che per lenire il senso di colpa si inventa forme morali di risarcimento [a meno che non si voglia estinguere il problema con l’auspicio dell’estinzione della medesima razza umana, idea che conta un crescente numero di adepti e che si prospetta come una delle possibili configurazioni del nichilismo].
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Quinto fuoco: toccati dall’ignoto

venerdì 12 febbraio 2016

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Massa e potere di Elias Canetti è un testo unico nel panorama culturale, letterario e scientifico del ‘900, così com’è unico il suo autore (che scrive tra l’altro un unico romanzo, Auto da fé, considerato uno dei più rilevanti del secolo). Non è un saggio di sociologia, né di psicologia o di antropologia, e nemmeno può essere considerato un testo storico o filosofico (di filosofi non ne vengono praticamente citati): pur tuttavia si fa ampio riferimento a racconti etnografici così come a referti clinici, a casi storici (spesso poco noti), alla zoologia, all’etologia – anche se non vi è nessuna di queste discipline a prevalere. Massa e potere non ha in sostanza un taglio specialistico, e rimane un testo inclassificabile – cosa che ne fa senza dubbio aumentare il fascino e l’interesse.
Leggerlo è un’esperienza quantomai “straniante”: al termine ogni nostro più piccolo gesto ci apparirà sotto tutt’altra luce (da questo punto di vista lo ritengo filosofico nel senso più alto: massima gioia conoscitiva e disagio e angoscia crescenti nel progredire spiazzante della conoscenza di sé).
Potremmo dire che quella di Canetti è una ricerca di tipo “genealogico”, che va alle origini, alle spalle, alla base delle nostre pulsioni più profonde: massa e potere non sono solo concetti o “astrazioni”, ma il modo in cui i nostri corpi agiscono e interagiscono.
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La muta (ovvero dell’invarianza biologica)

domenica 31 gennaio 2016

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Esperienza antropologica primaria – e primitiva – stamane nel bosco. Concentrato sulla corsa, sui movimenti di gambe e braccia, sul ritmo del respiro, uno due uno due – d’improvviso uno sparo seguito da urla umane e ululati di cani.
Rottura del ritmo. Angoscia. La mente prima svuotata torna a riempirsi di pensieri. Elias Canetti. Massa e potere, che sto leggendo in questi giorni. In cui si parla di mute di caccia, di fughe, di sopravvissuti, di spine del comando. E penso. All’invarianza biologica. All’animale che è in noi – che è noi. Cui ci riduciamo per lo più. La torta sotto la glassa. Non riti, non simboli – o non solo.
Poco fa, qui nei boschi del mio paese, nell’anno 2016, una muta umano-animale eccitata e urlante, andava a caccia di prede, con la bava alla bocca e il sangue in tumulto.

Animalità: nostalgia delle origini o concetto-progetto?

martedì 15 luglio 2014

Grazie all’amico Marco Liberatore, collaboratore dell’associazione culturale Doppiozero, per il cui sito web sta tra le altre cose curando una nuova rubrica filosofica di pensiero critico contemporaneo, è comparso nel suddetto spazio online un mio scritto sui temi dell’animalità e della natura umana – temi spesso trattati sul blog, che ho cercato di risistemare secondo una prospettiva filosofico-critica più ampia, a partire dal recente testo di Felice Cimatti Filosofia dell’animalità.

Lo si trova a questa pagina:

http://www.doppiozero.com/materiali/soglie/animalita-nostalgia-delle-origini-o-concetto-progetto

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L’aperto

venerdì 27 giugno 2014

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(La poesia di Rilke di cui pubblico qui sotto un ampio stralcio – la celebre ottava delle Elegie duinesi, che tanto ha mosso a riflessione i filosofi da Heidegger, seppure per opposizione, ad Agamben – è di per sé un piccolo ma densissimo saggio filosofico-antropologico come pochi altri. Mi sono limitato a trascriverne i passaggi e gli snodi essenziali, senza commentare, facendo semplicemente risuonare la parola del poeta, che qui non è affatto allusiva, ma anzi direi asseverativa. Quel che però ho cercato a lungo era un’immagine, un quadro, un simbolo, una qualche rappresentazione figurativa che corrispondesse a quella densità di pensiero e… alla fine mi sono arreso, era impossibile restituire un testo così attraverso un’unica immagine. Ho allora scelto il verso che trovo più angoscioso – Quanto è sgomento chi deve volare e proviene da un grembo – e l’ho legato al celebre quadro di Klimt che, a dispetto del titolo, evoca inquietudine se non addirittura orrore).

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Ottavo (ed ultimo) lunedì: arte e bellezza oltre le scissioni

venerdì 30 maggio 2014

Partirò per la mia analisi da una delle scissioni fondative (probabilmente la madre di tutte le scissioni) della natura umana, cioè del nostro modo di concepire il mondo e noi stessi: l’opposizione con l’animalità.
Sta proprio qui – nell’opposizione originaria con l’animale, se si vuole il corpo stesso della nostra base biologica – il fondamento di tutta la nostra produzione culturale, spirituale, e dunque artistica ed estetica.
La mia tesi è che la maledizione della scissione – il vivere sempre come decentrati, in altro, al di là e fuori di noi stessi, come straniati – rechi con sé tanto il frutto velenoso dell’alienazione, dell’insoddisfazione, della noia e dell’angoscia, del desiderio mai sopito e realizzato (il nostro essere incompleti, mancanti, la nostra non accettazione della finitezza e della mortalità), quanto il sogno della bellezza e della perfezione.

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Aforisma 82

lunedì 24 marzo 2014

(sulle orme di Derrida)
La filosofia è essenzialmente “oblio calcolato” dell’animalità – quella stessa animalità che nel guardarci ci spoglia di ogni eccezione ed humanitas: reminiscenza di un nudo corpo senza “io”.