Posts Tagged ‘arché’

Filosofia in 100 corti – 2

lunedì 12 giugno 2017

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Wagner in un tweet e una domanda

venerdì 18 aprile 2014

L'oro del Reno_Marina MussetUn tempo si sarebbe detto “in pillole”. Ora va di moda riferirsi al celebre cinguettio globale. Ma la sostanza non cambia.
Per ascoltare l’intero ciclo dell’Anello del Nibelungo di Wagner occorre darsi molto tempo: dura circa 17 ore – dall’alba al tramonto se si è in estate – da moltiplicare per svariate volte se si vuole studiare e gustare appieno. (Magari, se e quando andrò in pensione…). Wagner ci mise ben 26 anni a concepirlo, scriverlo e terminarlo (con una lunga pausa nel mezzo).
Il direttore d’orchestra e musicista Lorin Maazel ha però in parte risolto il problema scrivendone una temeraria “riduzione” – The ring without words – una suite sinfonica concepita per esaltarne i passaggi orchestrali essenziali: un intero ciclo drammatico concentrato in 70 minuti di musica.
Ad un primo ascolto in cuffia ero rimasto molto colpito dall’incipit, quasi una rappresentazione sonora del concetto di arché così come l’avevo trovato espresso nel libro di James Warren su I presocratici: un che di sorgivo e nel contempo fluente, un sorgere-fluire permanente, che però viene dalle cavità più profonde, dai precordi dell’essere. Del resto si tratta della rappresentazione sonora di un fiume, l’oro del Reno da cui tutta la vicenda prende avvio. Un’impressione che mi è stata poi confermata da un passo del critico letterario Francesco Orlando, il quale scrive:

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Possibile che sia tutto qua?

giovedì 21 novembre 2013

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I nuovi bambini-philosophes con cui lavoro quest’anno hanno finalmente rotto il ghiaccio – però l’hanno fatto solo al quarto incontro, ieri mattina. Prima stavano evidentemente prendendo le misure. Poi è stato come un fiume in piena.
Non mi era infatti ancora capitato di partire dalla cosmologia di Empedocle e di arrivare alla questione spinosissima dell’aborto (tirata fuori da loro, lungi da me il solo pensarlo), passando per alcune domande tostissime sull’identità: quando dico “io” cosa sto dicendo/indicando? l’anima o il corpo? e che cos’è l’anima, dove si situa? nel pensiero, nel “cuore”… dove? ma esiste davvero?
Ecco perché amo filosofare con i bambini: tu puoi prepararti tutti gli schemi che vuoi, ma poi loro te li fanno a pezzi – magari utilizzando altri schemi, che di per sé sono sempre poco originali, anche perché quasi sempre indotti – però è il loro modo di usare ogni schema, ogni concetto, ogni parola a fare la differenza: un bambino, prima di diventare un fottuto adulto, è per sua natura creativo, innovativo, poietico. E lo è in maniera sorgiva, archetipica.
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Mieiku: dopo la verditudine

sabato 5 ottobre 2013

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Da alcuni anni vado annotando con la mente, specie mentre passeggio o corro o m’inerpico o incedo, piccoli frammenti della visione moltitudinaria che la natura, infinitamente generosa, offre ai nostri sensi.
Più d’una volta in questo blog ho sollevato dubbi sul concetto di natura, non essendo spesso chiaro che cosa il senso comune (ma non solo) intenda con quel termine. Ciò non toglie che, qualsiasi cosa astratta o astrusa vi stia dietro, l’esperienza dell’aisthesis che aderisce pienamente alla physis è pressoché quotidiana. Vi è un continuo interscambio sensibile (estetico e di relazione vitale) tra “io” e “non io”, tra mente e corpo (e corpi) che fa sospettare che al di sopra e al di là di quell’immediatezza (per quanto confusa) si ergano sovrapposizioni e costruzioni (e finzioni e, soprattutto, scissioni) circa il nostro essere tutt’uno – con-essere –  con ciò che da sempre è e ci ricomprende: lo si chiami poi come si vuole, physis, natura, essere, tutto, sostanza – la “sostanza”, appunto, non cambia.
Ovviamente tra tali alti discorsi e gli schizzi che sono andato via via scrivendo c’è dismisura e incomparabilità (disagguaglianza, direbbe Dante); ma è proprio entro questo iato (questa ferita) che le parole provano a ricucire ciò che forse non può essere più ricucito, ma che testimonia l’arché e l’origine di ogni possibile discorso: io sono non-io, io sono natura, la natura è in me, la natura è me. Ed ogni irrelatezza è (o vorrebbe essere) così bandita per sempre dall’orizzonte di senso che la filosofia faticosamente persegue ed edifica.
In questa prima raccolta ho messo insieme, data la stagione incombente, tutto quel che ho scritto nella forma deviata dei “mieiku”, a proposito della vivace e dorata mestizia che l’autunno (anch’esso una costruzione, se si vuole) reca con sé. Magari farò altrettanto quando l’inverno busserà alle porte…

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Il logos razziale

mercoledì 14 dicembre 2011

vu cumprà – extracomunitari – extraeuropei – clandestini – stranieri – razze – etnie – diversi – negri – di colore – tutti questi albanesi – zingari – nomadi – campi – rubinetti da chiudere – vasche da svuotare – centri di permanenza temporanea – identificazione ed espulsione – rom romeni rumeni – ronde padane – sicurezza – ci stuprano le nostre donne – per mano di ignoti – fuoco – decoro urbano – impronte digitali – schedare – senza permesso – illegali – musulmani che inzuppano la terra – complotto giudaico-massone –  aiutiamoli a casa loro…

La parola filosofica arché evoca, insieme al principio, alla causa, al flusso ed alla fonte originaria delle cose – di tutte le cose – anche il comando, il potere, l’autorità. Avere questo potere significa innanzitutto nominare le cose: potere che si identifica, dunque, con il logos, la parola che è anche ragione. Al principio c’è il logos. Dio nomina le cose creandole, Adamo le ri-crea nominandole a sua volta. Anche nella lingua aramaica l’espressione Avrah KaDabra (da cui probabilmente deriva abracadabra) significa Io creerò come parlo: indica cioè il potere di fare attraverso la facoltà di linguaggio.
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B-sides: Anassimene

sabato 4 dicembre 2010

Con una titolazione poco filosofica, piuttosto anglomane e alquanto ammiccante al mondo della musica pop, inauguro una serie di post sui “filosofi minori”, ma non per questo meno interessanti dei loro fratelli “maggiori”. Anche perché a decidere sulle comparazioni, rimozioni ed interpretazioni è pur sempre la storiografia, quanto mai relativa e diveniente – con buona pace dell’Hegel estremista che riduce la storia al sistema (suo), fino all’incredibile e lucida follia di compiacersi per la perdita di migliaia di pagine di testi antichi, inessenziali – a suo dire – a spiegarlo quel sistema…

***

Schiacciato dai suoi illustri predecessori – il “primo” filosofo Talete, simbolo archetipico della storia filosofica, e Anassimandro, immenso cosmologo e pensatore dell’infinito – il povero Anassimene di Mileto rientra a pieno titolo nel novero dei filosofi “minori”, quelli del “lato b”, meno citati e presi in considerazioni. Ed è un vero peccato, poiché a ben vedere non ha nulla da invidiare ai suoi antecessori e presumibilmente maestri, anche se è difficile calare sulla realtà filosofica dell’epoca le nostre categorie storiografiche (che sono poi state in principio quelle di Aristotele); oltre al non piccolo problema della pressoché totale mancanza di fonti originali e della necessità di ricorrere alle testimonianze.
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Terza cronaca: bambini cartesiani, pitagorici e spinozisti

lunedì 28 dicembre 2009

Incontro troppo didattico il terzo, quasi una lezione. Non può funzionare, e infatti non funziona. D’accordo le grandi domande, l’inizio dell’universo, l’arché o il big-bang (un nome che fa sempre molto effetto) in salsa greca. Però… Vabbé, io ci provo lo stesso: “adesso vi racconto alcune delle ipotesi fatte dai primi filosofi greci“.
Per cominciare l’acqua di Talete. Come mai proprio l’acqua? Alcune risposte arrivano. Sui quattro elementi di Empedocle hanno un bel po’ di reminiscenze che risalgono alla prima elementare, e funzionano sempre (le insegnanti hanno una strana predilezione per i quattro elementi…). Quando tiro fuori la faccenda dell’odio e dell’amore, però, rimangono un po’ perplessi. Glieli ritraduco come attrazione e separazione, ma cominciano a dar segni di cedimento.
Quasi nessuno, con mia sorpresa, ha sentito parlare di atomi, e quindi non è facile far passare anche Democrito. Rinuncio alla quarta ipotesi – quella di Pitagora (che però conoscono e associano correttamente a numeri e forme geometriche) e mi accingo a salutarli. Tra l’altro sono troppo agitati, si distraggono facilmente, sarebbe del tutto inutile proseguire.
(Anche se sono molto soddisfatto perché una bambina è riuscita a seguirmi fino in fondo ed è arrivata con la sua testa alla conclusione che visto che il nulla è uno scandalo per i primi filosofi greci – questa faccenda del nulla li ha molto colpiti, lo tirano fuori ogni due minuti! – che dal nulla non può venir fuori qualcosa, allora non resta che pensare che il mondo è da sempre, è eterno. Mi dovrò accontentare di questa – solitaria – conclusione, poco condivisa dagli altri).
Faccio, appunto per andarmene, quando un’altra ragazzina, rossa come un peperone, mi blocca e mi chiede di spiegarle l’espressione, che una delle maestre aveva maldestramente utilizzato alcuni giorni prima, cogito ergo sum.
“‘Sti cazzi!” – penso io (penso, mica lo dico, ovvio).

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