Posts Tagged ‘arendt’

Il volto e il corpo dell’altro – 7. L’altro-bambino: il gioco (e la filosofia)

mercoledì 26 aprile 2017

[solo dopo aver riflettuto sulla portata del gioco nella produzione storico-culturale, mi son reso conto che i miei esperimenti di filosofia con i bambini hanno essenzialmente una valenza ludica: i “filosofanti che bamboleggiano” irrisi dal Callicle platonico diventano così un ottimo simbolo di una serietà radicalmente altra che accomuna filosofi e bambini – strane creature ancora in grado di meravigliarsi del mondo]

La cultura “sub specie ludi” sembra essere la tesi essenziale di un libro importante e innovativo, quale è Homo ludens di Johan Huizinga (l’anno di pubblicazione è il 1938): ovvero, il gioco come elemento portante, necessario e sorgivo di ogni processo culturale. Senza l’elemento del gioco non avremmo avuto culture: le culture arcaiche e classiche hanno innanzitutto giocato con la cultura.
Si ha poi come l’impressione che Huizinga ritenga questa funzione del gioco come qualcosa di irreversibilmente tramontato: anche i secoli recenti (in particolare il ‘600 o il ‘700) più giocosi sono ormai alle nostre spalle, la serietà della vita ci ha preso alla gola, ora si lavora, si produce, si conduce una guerra totale e senza regole (non più cavallerescamente giocata), e anche gli elementi agonali o casuali del gioco (la sorte) sono diventati seri e seriali. Basti pensare al gioco d’azzardo, alla ludopatia (cosa di cui Huizinga non si occupa), allo sport – e, oggi, ai fenomeni dell’adultescenza, dell’infantilizzazione, ecc.

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Quarta parola: perdono (con una postilla sul dono)

martedì 27 gennaio 2015

19marc chagall caduta dellangelo 1887 1985

C’è un problema di fondo nel parlare di questi due concetti (che è poi la ragione del loro accostamento, al di là della comune derivazione etimologica): una paradossalità che rasenta l’impossibilità.
Donare, perdonare sono azioni (e parole) con le quali abbiamo a che fare ogni giorno: diciamo continuamente “scusi”, “pardon”, “grazie”… ci troviamo nelle condizioni di dover rimettere dei “debiti”, perdonare od essere perdonati, e continuamente doniamo (tempo, attenzione, oggetti, pensieri) o abbiamo intenzione o crediamo di farlo.
Dono e perdono sono modalità essenziali delle relazioni, potremmo persino dire che le costituiscono (indeboliscono, rafforzano, spezzano). Eppure, all’interno delle società e del tempo che viviamo, appaiono a rigore come azioni pressoché impossibili: se dono qualcosa istituisco un debito e l’aspettativa di una reciprocità, negando dunque l’essenza stessa del dono; e perdonare il perdonabile non ha nessun merito, è semmai ciò che è imperdonabile a costituire il vero problema del perdono.

Utilizzeremo come tracce per questo discorso sulla paradossalità dei due concetti alcuni testi di antropologi, sociologi, filosofi, teologi che vi hanno riflettuto nel corso del ‘900: in particolare Mauss, Jankélévitch, Derrida, Hanna Arendt, Enzo Bianchi.

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Quarto lunedì: la specie dimezzata

martedì 28 gennaio 2014

luzzatiParleremo questa sera del problema del male, partendo dalla sua formulazione teologico-filosofica in termini di teodicea: come mai esiste il male se (posto o ammesso che) esiste Dio? Al termine “dio” può essere sostituito anche “ordine razionale”, la sostanza non cambia: se si pensa che esiste una ragione, uno scopo, una logica, un senso che ordinano il mondo – e che magari ne finalizzano gli avvenimenti – il male, il caos, l’orrore rimangono un problema che esige spiegazione. Affronteremo la questione in due mosse: nella prima daremo conto del termine teodicea in ambito storico-filosofico, mentre in un secondo momento proveremo a trattare la questione da un particolare punto di vista della contemporaneità, utilizzando alcuni testi di Primo Levi e del filosofo gallese Mark Rowlands.

1) Inquadramento storico
Teodicea (dal greco theos=dio e dike=diritto, giustizia) è termine coniato da Leibniz all’inizio del ‘700, e si riferisce al suo poderoso tentativo di “giustificare Dio”, cioè di scagionare Dio dall’accusa di avere voluto che ci fosse il male nel mondo.
È questa una vecchia questione della filosofia, di cui già si erano occupati gli antichi (gli stoici, ad esempio, o filosofi del calibro di Plotino o di Sant’Agostino), e che dal grande avversario filosofico di Leibniz, e cioè Spinoza, era stata liquidata attraverso una radicale critica ad ogni forma di antropocentrismo: in verità il male e il bene non esistono, se non all’interno di un’ottica tutta umana, ma nel momento in cui si allarga lo sguardo al vasto mondo – alla natura o al cosmo –  concetti come bene e male tendono a sparire e a perdere di significato.
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Primo lunedì: apocatastasi!

mercoledì 23 ottobre 2013

Macro shot fuzzy mold growing on raspberries

La nostra ricognizione sui “chiaroscuri” dell’esistenza esordisce con l’opposizione inizio/fine – forse la più tipica coppia dialettica (insieme a nascita/morte, che anzi, per certi aspetti, la fonda): probabilmente se noi umani fossimo immortali non ci faremmo alcuna domanda sul senso della vita (e della morte), e dunque anche la questione del sorgere e del dissolversi delle cose e dei viventi non ci angoscerebbe granché.
Ho introdotto l’argomento giustapponendo tre pensatori molto distanti tra loro, sia in termini temporali che teorici, ma che proverò a far interagire: Anassimandro, Leibniz, Arendt.

I filosofi delle origini, che ricercavano l’arché, si posero il problema dell’inizio in un modo radicale e totalizzante, se è vero che arché è da intendere più correttamente con la ricerca dell’elemento che sostiene, sorregge, impera (l’esempio della parola archeologia, composto da archaios=antico è fuorviante, meglio archi-tettura, archi-trave o arcangelo, retti da archèin=comandare: ciò che è primo, quindi il primo costruttore, la prima trave, il primo angelo) – insomma la ricerca dell’arché si caratterizza come la ricerca della (prima) legge che regge le sorti del mondo e di tutti gli esseri: architrave e sorgente del tutto-natura, ovvero della physis.
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LA BANALITÀ DEL MALE

lunedì 2 febbraio 2009

volti by hidden sideQuel che spesso mi colpisce nei volti migranti che si incontrano quotidianamente nelle strade, sui treni, sui tram e sugli autobus delle nostre caotiche città, è il “peso” dei pensieri da cui vedo gravate le loro fronti, i loro sguardi, le loro bocche. Si capisce senza alcuno sforzo di penetrazione che hanno mille preoccupazioni: le nostre “normali” più le loro, specifiche, dovute alla precarietà, alla lontananza, al senso di estraneità e di spaesamento, al surplus di sfruttamento e ingiustizia, e, spesso, di paura che pervade la condizione dello xénos, dello straniero (e straniera, con l’ulteriore gravosità che ciò comporta), nel paese che lo ospita.
Eppure xénos, nella lingua greca, vuol dire non soltanto “straniero”, “forestiero” (con i significati connessi di insolito, sorprendente, meraviglioso), ma soprattutto ospite, colui/colei che viene accolto/a e che si lega ad altri per vincoli di reciproca ospitalità. E di fatti questa reciprocità è contenuta nel significato stesso della parola “ospite”, una parola della lingua italiana che mi ha sempre intrigato per quel tratto duplice, ancipite, dato che si riferisce tanto a chi ospita quanto a chi è ospitato – come a voler indicare che, al di là dell’appartenenza ad un luogo anziché ad un altro, tutti siamo ospiti della medesima terra, partecipiamo della medesima condizione di provvisorietà e fragilità, ed è un imperativo etico quello di soccorrerci nella comune sorte.

Dicevo del “peso” dei pensieri: posso solo vagamente immaginare quel che gravava sul povero Navtej Singh Sidhu – persona ed essere umano, xenos nel senso più pieno, prima ancora che “indiano”, “immigrato”, “disoccupato”, “barbone” – quando è stato aggredito e bruciato l’altra notte, poiché non bastavano ancora le quotidiane ambasce, doveva essere leso e devastato nella sua totale vulnerabilità.

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PAIDEIA VERSUS 133

venerdì 24 ottobre 2008

Il filologo tedesco Werner Jaeger, nella sua monumentale opera dedicata alla Paideia greca, cita alcuni versi che a suo dire valgono a caratterizzare con precisione il significato dell’educazione e della formazione nella vita dei Greci, proprio sul finire della loro età aurea: “Il solo possesso che nessuno può rubare all’uomo è la paideia”, vale a dire la sua cultura spirituale; e ancora “La paideia è un porto per ogni mortale”. E’ il commediografo Menandro a scriverli, tra il IV e il III secolo a.C., quando l’epoca della polis è ormai un pallido ricordo.
Sono felice di tornare a citare Lessing, che, in continuità con l’ideale greco, scrive tra il 1777 e il 1780 una breve quanto straordinaria opera in 100 tappe dedicata alla Formazione dell’umanità, un vero e proprio manifesto utopico e illuministico inneggiante alla Vollendung, al tempo della pienezza da conquistare tanto per i singoli quanto per l’intera umanità.
Questi da sempre sono stati i miei modelli e punti di riferimenti, entrambi volti alla costruzione di un essere umano totale e onnilaterale, che sia cioè messo in grado di sviluppare in ogni direzione le proprie capacità – i propri “talenti” – e che soprattutto possa farlo motu proprio, secondo i principi dell’autodeterminazione e dello spirito critico.

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TOPI E BUON SENSO

venerdì 27 giugno 2008

Stamattina alla radio ho ascoltato alcuni commenti sulle proposte avanzate dal razzista ministro dell’Interno, del razzista governo italiano, sostenuto da molti onesti e razzisti cittadini, circa la necessità di schedare e prendere le impronte dei bambini rom, ed è venuta fuori l’espressione “buon senso”. Solo a quel punto ho fatto un salto sulla sedia, perché mi sono ricordato che il primo paragrafo delle Origini del totalitarismo di Hanna Arendt si intitola proprio “L’antisemitismo e il buon senso”: l’autrice vi sottolinea come niente nella storia contemporanea urti il buon senso più del fatto che tra gli immani problemi del secolo, uno dei più insignificanti, la “questione ebraica”, abbia messo in moto un’intera e infernale macchina totalitaria come il nazismo.
Certo, in Italia non siamo ancora in presenza di fenomeni “totalitari”, ma: 1) alcuni ingredienti e pessimi segnali ci sono: razzismo crescente, massificazione, paura (che è l’anticamera del terrore), ideologia – su quest’ultimo concetto tornerò; 2) nessun fenomeno storico-politico si ripresenta mai nello stesso modo, ma preferisco urlare inutilmente mille volte “al lupo! al lupo!” prima di ritrovarmi in un inedito regime autoritario, repressivo e poliziesco, le cui varianti leggere o pesanti dipendono sempre da crisi poco prevedibili (economia, guerra, disastri ambientali, ecc.); 3) va poi sottolineato il corto circuito proprio intorno all’espressione “buon senso”, con l’incredibile sproporzione (l’urto rilevato dalla Harendt) tra fatti, numeri, problemi e azione (ideologica) di governo.

Un aspetto sopra tutti però mi inquieta: la disponibilità generalizzata a biopoliticizzare la società, naturalmente in una direzione a senso unico: immunitas verso il basso, impunitas ai piani alti. I topi cui faceva riferimento il ministro, nella testa di tanti cari concittadini, non sono gli animali ma gli umani che abitano in quei campi, e tali emergenze, si sa, vanno affrontate con la biometria, con misure igienico-sanitarie radicali, e infine con l’estirpazione del male. E il male, si sa anche questo, può essere piuttosto banale…

(Nella foto: una mano senza impronte.
Giù le mani dal popolo rom!)

ALICE E IL MIRACOLO DELLA NASCITA

martedì 9 ottobre 2007

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In un post pubblicato qualche mese fa, intitolato “Ansia riproduttiva”, avevo parlato della curiosa circostanza per cui diversi miei amici avevano deciso di riprodursi appunto, tutti più o meno nello stesso periodo e in condizioni “familiari” e anagrafiche simili. Ora che, dopo Lisa e Matteo, anche Alice è nata (per parlare solo degli amici più stretti), non posso esimermi dal fare qualche altra considerazione sul tema della nascita, categoria in verità molto trascurata dalla tradizione filosofica.

Solo Hanna Arendt, in alcune pagine del saggio Vita activa, riflette sul tema della “natalità” conferendogli un’importanza fondamentale. Se la nascita fosse solo una questione biologica o animale (come ad esempio vorrebbero Schopenhauer o il punto di vista scientifico più gretto e determinista), non varrebbe quasi la pena di parlarne.

Ma la Arendt lega strettamente la natalità alla categoria umana di attività, intesa come il modo peculiare degli umani di essere umani, ben al di là del lavorare (soddisfazione dei bisogni primari) o del produrre (costituzione di un mondo durevole oltre i vincoli naturali). La vita activa è la vita politica nella sua accezione più alta, la libera determinazione di sé e del proprio mondo in relazione con altri, la sfera delle attività interpersonali, libere e disinteressate.

La natalità viene poi avvicinata ad altre categorie poco praticate dalla filosofia, e che ne chiariscono ulteriormente il significato ultimo: miracolo, promessa, fede, speranza. Si tratta di termini legati alla tradizione religiosa piuttosto che a quella politico-filosofica, ma la luce che gettano sul concetto di “nascita” è quanto mai illuminante. La nascita di un bambino, esattamente come l’attività umana, è la rottura più radicale che si possa dare della fatalità e della necessità naturali: in genere si pensa al rapporto tra nascita e morte come alla linea che congiunge due eventi biologici necessari che comportano l’inevitabilità del corso vitale e il suo precipitare verso la rovina e la distruzione. Non solo: la specie sembra vincere sempre sul singolo perché questi, morendo, non può sopravvivergli. Ma Hanna Arendt rovescia la prospettiva: “Gli uomini, anche se devono morire, non sono nati per morire ma per incominciare”. Il fatto della natalità viene addirittura a fondare (“ontologicamente”, cioè alla radice) la facoltà umana dell’agire. Nella natalità viene così vista la possibilità di un nuovo inizio, la promessa, la fede e la speranza di un nuovo mondo che può rompere con la fissità naturale, la ciclicità, ciò che è dato, la struttura immobile della realtà. E tale miracolo si ripete sempre, ogni volta che qualcuno nasce.

Il mio ateismo duro, puro e radicale non mi impedisce di sottoscrivere le espressioni evangeliche cui Hanna Arendt fa riferimento a proposito della “lieta novella” dell’avvento: “Un bambino è nato fra noi”. E se i greci non contemplavano nel loro bagaglio concettuale termini come “fede” e “speranza”, poco importa: con tale miracolosa, per quanto attesa, irruzione di una nuova vita nel mondo, davvero qualcosa di nuovo può cominciare. Vuol dire che la speranza non è del tutto spenta.

ORRORISMO

mercoledì 11 luglio 2007

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Nel suo ultimo libro intitolato Orrorismo ovvero della violenza sull’inerme, la filosofa Adriana Cavarero, figura di spicco del pensiero della differenza e studiosa di Hanna Arendt, sostiene come il termine “terrorismo” non sia più sufficiente o adeguato per spiegare alcuni fenomeni legati alla guerra globale e alle sue odierne dinamiche violente. C’è un di più che ne eccede il significato e che va portato in luce e indagato.

L’orrore non è certo una novità nella storia umana, ma proprio per il suo ripresentarsi oggi in modo sistematico occorre darne una spiegazione filosofica. La Cavarero parte dalla distinzione semantica tra terrore e orrore e dalla radicale diversità del punto di vista da assumere nella lettura dei due fenomeni: il terrore implica fin nella sua radice etimologica (dai verbi latini terreo e tremo) l’atto del tremare e del fuggire; laddove horreo evoca invece l’agghiacciarsi, la paralisi, l’impietrire e insieme la ripugnanza di fronte a ciò che accade. L’orrore viene incarnato dalla figura mitologica di Medusa – che ha gli occhi torti, la bocca atteggiata ad un urlo senza suono e la testa staccata dal corpo, così come viene ad esempio rappresentata nel celebre quadro di Caravaggio – e viene associato, non a caso, alla pratica dello smembramento. medusa-1.gifAncora più importante è la rotazione del punto di vista: se nell’atto terroristico è la figura del guerriero, del combattente a dettare le coordinate del significato di quel che accade (la strategia), nella scena orrorista contemporanea è invece la figura della vittima inerme a venire in primo piano. E’ propriamente la vulnerabilità dell’inerme l’obiettivo che l’orrore mette a segno: il volto deturpato e il corpo smembrato tanto della vittima quanto del carnefice (che spesso si confondono) sono elementi centrali dell’attuale “strategia” dell’orrore, come accade, per esempio, in quelli che in Italia vengono impropriamente definiti attentati-kamikaze.

Cavarero, rifacendosi in ciò alle riflessioni di Hanna Arendt, parla giustamente di crimine ontologico: l’obiettivo non è più, come nella tradizione della guerra e del terrorismo, quello dell’ottenimento di un fine attraverso il mezzo dell’uccisione del nemico o dell’avversario, sempre più spesso senza distinzione alcuna tra militari e civili. Quel che ora viene colpito – nel vulnus (taglio, ferita) dell’inerme, dell’individuo-qualunque, attraverso il suo smembramento e lo sfiguramento del volto – non è tanto un singolo individuo, quanto la natura umana nelle sue basi ontologiche, nella sua essenza, nei suoi fondamenti. Naturalmente non è una novità. La scena orrorista ha una lunga storia, di orrore è densamente popolata la guerra in ogni tempo. Ma il ‘900, e il secolo orrorista che lo va a seguire, ha raggiunto livelli senz’altro inauditi, a partire da quell’enorme fabbrica dell’orrore che è stato il campo di sterminio nazista, dove gli inermi venivano scientificamente prodotti (si vedano in proposito le illuminanti analisi di Primo Levi e di Giorgio Agamben). A partire da queste premesse (e dall’evocazione delle antiche figure di Medusa e di Medea), la Cavarero svolge una disamina della scena orrorista contemporanea, riflettendo sulla fenomenologia dell’orrore globale che la contraddistingue: dalle trasformazioni in corso della guerra e della strategia terrorista, col jihaddismo e la guerra asimmetrica in primo piano, alle torture di Abu Ghraib, dai body-bombers (così più correttamente definiti) ai corpi-bomba di donne. Quest’ultimo aspetto, l’inserzione della figura femminile nella logica dell’orrore, viene particolarmente sottolineato (c’è del resto il precedente di Medea che uccide coloro cui ha dato la vita). Una certa attenzione viene poi rivolta all’immaginario e al lato iconografico. Va da sé che, da quanto detto, l’orrore non è una specialità del terrorismo islamico o un appannaggio esclusivo di Al Qaeda, ma risiede anche nelle spire profonde dell’Occidente, come ben sapeva il Conrad di Cuore di tenebra.

L’ontologia della vulnerabilità che viene così prospettata, proprio assumendo il punto di vista dell’inerme, della vittima, ci propone una riflessione sulla condizione umana che vede il singolo, nell’unicità del suo volto, come colui che si espone all’altro e che dall’altro può ricevere tanto la cura quanto il colpo che lo può sfigurare, disumanizzare, fino a distruggerlo nella sua essenza. Essere consegnati a questa duplice possibilità sembra il nostro destino (fin da bambini, quando essere vulnerabili e essere inermi coincidono; dopo di che si può smettere di essere inermi, vulnerabili mai); pensare al modo di imboccare politicamente la strada della cura reciproca e della relazione e non quella del vulnus, della guerra, dell’orrore, questo invece il compito che ci è assegnato.

ANSIA RIPRODUTTIVA

lunedì 26 febbraio 2007

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Da qualche tempo mi giungono notizie di coppie di miei amici in attesa o alla ricerca di figli. Negli ultimi giorni, poi, scoprire che qualche amica o conoscente è rimasta incinta ha addirittura assunto un ritmo quotidiano.
Naturalmente sono molto felice per loro, un po’ meno per i nascituri – visto quel che li attende, se non ci decidiamo a dare un paio di svolte radicali al prossimo futuro.
Non sono molti i filosofi che hanno riflettuto sul tema della nascita, al momento me ne vengono in mente solo tre. E a dire il vero uno di questi lo sfiora soltanto.

Parto da quest’ultimo, Hans Jonas. E’ nota la formulazione del suo principio-responsabilità, un po’ nato in contrapposizione all’allegro principio-speranza professato da certi marxisti novecenteschi (tra i quali mi ci metto anch’io), ma la cui serietà e urgenza è dovuta piuttosto allo stato del pianeta: che cavolo di Terra volete lasciare in eredità ai vostri figli e ai figli dei vostri figli? Il ragionamento è molto semplice, ma ho sempre avuto il sospetto che sia eticamente vago e poco produttivo in termini politici. Ma soprattutto: in un’epoca come la nostra in cui il futuro (e l’utopia) contano poco e niente, dove sono il qui e ora, il sogno dell’immortalità e il narcisismo a dettare legge – come si fa a pensare alle generazioni che verranno?

Arthur Schopenhauer era molto più cinico a proposito di nascite. Lui era un vero bastardo, e infatti non si faceva tante illusioni sull’amore, sulle coppie e sul far figli: tante moine in superficie, ma sotto sotto la realtà nuda e cruda è che l’istinto naturale, in questo caso una pulsione animalesca, “sesso e carnazza”, punta dritto alla riproduzione. Punto e basta. “La volontà – scrive nei Supplementi al Mondo – si presenta anche come istinto sessuale, che ha in mente una serie infinita di generazioni”. Il biologo ultradeterminista Richard Dawkins parlava tempo fa di “geni egoisti”, come dire: forze naturali che tramano nell’ombra già a partire dagli sdolcinati sms che si scambiano gli innamorati d’oggi. Poveri illusi!

Hanna Arendt, invece, sembra prendere un po’ più sul serio la faccenda del nascere.
Ne fa addirittura una categoria-chiave di uno dei suoi scritti più importanti, Vita activa. E’ nel fatto della natalità che è radicata la facoltà umana dell’agire, e ciò costituisce un vero e proprio miracolo: l’inserzione della possibilità, della libertà, della potenzialità, della fede e della speranza entro le catene della necessità naturale e del suo dato più implacabile, la morte. La nascita è la vittoria del singolo sulla specie, la facoltà cioè di interrompere l’inevitabilità della corsa verso la morte con l’inizio di qualcosa di nuovo. Questa è la lieta novella: “un bambino è nato fra noi”.

Ultimo appunto: praticamente tutte le coppie di amici in dolce attesa sono coppie di fatto, nessuna esclusa. Sarà anche che ho amici in prevalenza poco tradizionalisti e post-sessantottini, ma le statistiche parlano chiaro. Ora, ciò non dovrebbe insinuare qualche dubbio in quelle teste vuote e sepolcri imbiancati, con o senza vestaglia nera, che continuano a sparlare a vanvera di famiglia, figli, valori e quant’altro?

Che altro aggiungere… auguri!!!