Posts Tagged ‘atarassia’

Terza parola: felicità

mercoledì 24 dicembre 2014

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“Ho riconosciuto la felicità dal rumore che faceva allontanandosi”
(Prévert)

Strana cosa la felicità, inafferrabile e sfuggente, ma soprattutto incerta com’è: eppure non c’è cosa che di più occupi la nostra anima e il nostro corpo se non la ricerca del piacere e, per suo tramite, di quello stato emotivo che definiamo, appunto, “felicità”: per certi versi potremmo dire che scopo principale del nostro agire è raggiungere, o avvicinarsi il più possibile, a quello stato di grazia. Parrebbe la cosa più ovvia e naturale, eppure…
Ma cerchiamo di dare uno sguardo (e di mettere un po’ di ordine) nella questione così come la filosofia l’ha considerata.

1. I filosofi come “medici” dell’anima?
In effetti Ippocrate, il primo grande medico greco, aveva stabilito un nesso tra psiche e corpo, vita mentale e vita sensibile, le quali avevano bisogno di un certo equilibrio, di un’armonia: equilibro tra umori interni del corpo e con il mondo esterno, il clima, ecc.
Col che si genera uno strano paradosso: nel momento in cui la filosofia viene intesa come “cura”, sembra quasi voler presumere una condizione di malattia ed infelicità originaria (“ontologica”, cioè costitutiva del nostro essere e legata alla natura umana in quanto tale).

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Introduzione alla filosofia – 3. Cinici, stoici, epicurei: la filosofia come stile di vita

lunedì 7 marzo 2011

Potremmo sottotitolare questo incontro con l’espressione “la filosofia come stile di vita” (che è poi il titolo di un interessante libro scritto anni fa da Màdera e Tarca). Ci occuperemo cioè questa sera di quelle correnti filosofiche della tarda filosofia greca (siamo a cavallo tra il IV e il III secolo a.C.), che mettono al centro la questione etica e la libertà dell’individuo – in estrema sintesi è questa la domanda che ci porremo: come possiamo vivere saggi e felici in questo mondo? Domanda piuttosto impegnativa, visto che il mondo fa di tutto per distrarcene (o per darci delle risposte pronte, preconfezionate e spesso a loro volta infelici).

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Catalogo delle passioni: omeostatica serenità

venerdì 16 luglio 2010

Spinoza definisce la serenità, nella terza parte dell’Etica, “Letizia accompagnata dall’idea di una causa interiore“. E’ una definizione secca ed essenziale, e insieme molto precisa. C’è però da affrontare preliminarmente un problema linguistico e di traduzione, poiché il termine latino utilizzato è in realtà acquiescentia e non serenitas, reso meglio con “soddisfazione dell’animo” (ho controllato tre edizioni, e solo una, quella di Remo Cantoni, traduce “serenità”). Ma a parte questa faccenda piuttosto tecnica, l’affetto di cui stiamo parlando sparisce dalle “Definizioni” in coda alla terza parte dell’Etica, per riapparire nella quarta parte come Acquiescentia in se ipso (tradotta questa volta da Cantoni con autocompiacimento, con una variazione di tipo “contestuale”)  e alla fine della quinta parte, dove diventa l’attributo specifico del saggio, il quale libero dai turbamenti dell’animo, “sed semper vera animi acquiescentia potitur” – possiede sempre la vera soddisfazione (o serenità o autocompiacimento) dell’animo.
La ricomparsa a conclusione dell’Etica di questa strana “tonalità emotiva”, ci fa pensare che si tratti di uno stato mentale, interiore, “intellettuale” (secondo la definizione spinoziana di intelletto), più che di un vero e proprio affetto o passione. Del resto il termine latino acquiescentia – e il verbo acquiesco su cui è costruito – allude al “trovar quiete e riposo” (anche nella morte), allo “stare al sicuro” e al trarre conforto, compiacimento e soddisfazione. E’ uno stato di quiete, di fermezza, di beata immobilità, più che di desiderio o trasporto verso qualcosa. Non dimentichiamo quel raffinato riferimento di Spinoza alla “causa interiore”, per distinguere l’acquiescentia dalle pulsioni come l’odio e l’amore, che non potrebbero nemmeno sussistere senza un oggetto esterno.

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MARASMA, ATARASSIA

martedì 22 gennaio 2008

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“Ahi serva Italia, di dolore ostello
nave sanza nocchiere in gran tempesta
non donna di provincie, ma bordello!”.

La parola “marasma” (raro “marasmo”) viene dal greco marasmòs che significa consunzione. La radice indoeuropea da cui proviene è mer, che genera le parole latine morbus, marcere, morior. Il verbo correlato è maràiein, che nella sua forma passiva è traducibile con: illanguidirsi, appassire, consumarsi, venir meno, andar giù, estinguersi. Gli autori greci la utilizzavano in espressioni quali: “inaridisce il sangue” (Eschilo), “seccarsi le sorgenti dei fiumi” (Erodoto), “è consunta dal male” (Euripide).

Atarassia è parola decisamente più filosofica. Ataraxìa (tranquillità, imperturbabilità, calma) è “la perfetta pace dell’anima che nasce dalla liberazione delle passioni”. Sto citando il Vocabolario greco della filosofia curato da Ivan Gobry, che così spiega: “Il concetto appartiene al periodo filosofico che segue Aristotele, durante il quale il saggio ricerca una calma saggezza che superi l’agitazione”. Il primo ad evocare l’atarassìa pare sia stato Democrito, ma i cultori di questa categoria dell’anima sono stati Epicuro, gli stoici e alcuni scettici (tra cui Sesto Empirico).
Epicuro riteneva senz’altro più utile al conseguimento della felicità ritrarsi dagli affanni della politica. Nelle Sentenze vaticane consiglia: “Sciogliamoci dal carcere degli affari e della politica” (LVIII), ed incita i suoi seguaci a dedicarsi piuttosto alla conoscenza e alla coltivazione dell’amicizia: “Animo nobile massimamente si concede a saggezza ed amicizia: bene mortale l’una, l’altra immortale”. Nelle Massime capitali diffida dal ritenere “sicura” la posizione che dà ricchezza e potere (VII, XIV).

Che cosa fare oggi di fronte al “marasma”?
Ho sempre pensato, e penso tuttora, che il “conflitto” (non la guerra) sia salutare, faccia bene alla società, sia produttivo di trasformazioni, gravido di futuro. Ma il conflitto (il “caos sotto i cieli” che tanto piaceva a Mao), necessita di uno sbocco, soprattutto deve essere sostenuto da un progetto. Oggi non vedo né l’uno né l’altro.
D’altro canto “ritirarsi in campagna”, come ironizzava Gaber a proposito della dialettica “mi ritiro/mi incazzo”, non ci proteggerà certo dal marasma. E si potrà anche essere imperturbabili mentre la nave affonda, ma va contemplata anche la possibilità che un nocchiere più stronzo e più avido degli altri, forzi la situazione per accaparrarsi l’esclusiva del timone. Così, certo, ci sarà più “atarassia” per tutti…

Categorie: Conati, Politica
tags: epicuro
Fonti bibliografiche: Dante, Divina Commedia, Purg.canto VI, 76-8
Epicuro, Opere, Laterza 1971
Vocabolario greco della filosofia, a cura di I. Gobry, B.Mondadori 2004