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Il flâneur

lunedì 11 agosto 2014

flaneurIl mio primo impatto serio con la filosofia – ne ho già narrato qui – avvenne esattamente 30 anni fa. Ed è indissolubilmente legato ad una persona – Franco Crespi – che da 3 anni non calca più questa terra. Non è un caso che utilizzi questa metafora (una delle tante perifrasi per non nominare la morte), dato che la sua figura è indissolubilmente legata a quella di un tipico flâneur cittadino. Un flâneur in verità un po’ ammaccato negli ultimi tempi, per ragioni di salute e di trascuratezza. Ma mi piace tornare col pensiero a quel 1984, l’anno in cui lo conobbi e in cui mi innamorai follemente della filosofia: lui fu uno dei tramiti seducenti e fascinosi di questo innamoramento che, tra alti e bassi, perdura tuttora, anche se è ormai più un amore consunto e abitudinario, con dei ritorni di fiamma sempre più rari (non è vero che è così, ma mi piace scriverne così, è letterariamente più interessante e romantico).
Ma torniamo alla flânerie crespiana: incedeva per le vie della città col suo metro e ottanta e la sua chioma argentea e svolazzante, gli occhi celesti (che talvolta guardavano chissà dove) e bisognava a tutti i costi percorrere chilometri e chilometri con lui, discutendo di ogni cosa, dato che pensare e camminare erano intimamente legati. Ma non parlo di un camminatore qualsiasi (camminare è anche l’andare ciondolante e svagato in campagna o quello ascendente e da marcia delle montagne – esistono molti camminatori, molti modi di camminare, così come molti modi di pensare), parlo proprio di un flâneur profondamente cittadino e radicato nella metropoli, allo stesso tempo antagonista, incazzoso ma anche sognante ed in perenne movimento.
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