I rami secchi del marxismo

La metafora utilizzata da Carlo Formenti e da Onofrio Romano in un dialogo serrato sulla “attualità” del marxismo non dà scampo: esiste una serie di dogmi del marxismo che urge archiviare. Sarebbe anzi un grave errore, piuttosto lontano dallo spirito marxiano, deificare o ingessare il pensiero dell’autore del Capitale, rendendolo di fatto inservibile per la critica (e l’eventuale trasformazione) del tempo presente. Poco utile anche l’antica distinzione marxiano/marxista: ciò che è di Marx e ciò che è dei suoi interpreti (che in ultima analisi ci condurrebbe in uno dei tanti circoli viziosi ermeneutici, molto utili a fare la rivoluzione, no?).
La metafora ha però un altro risvolto: la potatura di un albero rende possibile un suo ulteriore sviluppo e rigoglio. Nella fattispecie, trovo che avere sottolineato la carenza del politico (in favore di una provvidenziale necessità storica), la non-uscita dal paradigma antropologico orizzontale-individuale e l’insufficienza critica nei confronti della categoria di valore d’uso – siano i maggiori pregi di questo testo. Che provo a sintetizzare brevemente per punti. Continua a leggere “I rami secchi del marxismo”

BAUDRILLARD E L’ETERNITA’ METONIMICA DELLE CELLULE

lillusione-dellimmortalita.jpg “Contro lo sterminio del male, della morte, dell’illusione, contro questo Delitto Perfetto, dobbiamo lottare per l’imperfezione criminale del mondo. A dispetto di questo paradiso artificiale di tecnica e virtualità, e contro il tentativo di costruire un mondo completamente positivo, razionale e vero, dobbiamo salvare le tracce dell’opacità e del mistero dell’illusorio mondo definitivo”.

Questo brano è tratto da L’illusione dell’immortalità di Jean Baudrillard (Armando editore, 2007). Si tratta di un testo che discute i temi della clonazione, del nuovo millennio e della sconfitta della realtà – argomenti cari all’autore francese scomparso di recente, che ne dà una visione al limite dell’apocalittico. Ma è proprio il pensare apocalittico, estremo, paradossale, catastrofico l’unico in grado di restituirci non tanto la verità, ma la salvezza dalla verità: “spingersi al limite delle ipotesi e dei processi”, questo il compito del pensiero filosofico, che solo così può contribuire a “terminare” quei processi e a “rendere il mondo sempre più inintelligibile, e sempre più enigmatico”. Esattamente il contrario di quello che ci aspetteremmo dalla filosofia e dai pensatori! Per chi non conoscesse affatto Baudrillard, sembrerebbero le parole alticce di un originale, niente di più. Un philosophe anticonformista, come spesso è stato per i francesi del Novecento. Ma proviamo ad andare al di là di tali impressioni e di capirci qualcosa – premesso che il testo è ellittico e in taluni punti piuttosto oscuro.

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HORROR VACUI (con una postilla sul lusso)

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Tempo fa mi capitò di ascoltare un dibattito radiofonico che aveva come oggetto il silenzio. O meglio, l’assenza del silenzio dalle nostre vite. Non ci sono più luoghi dove ritirarsi a pensare – così lamentava la conduttrice. E’ vero – ribattevano gli ascoltatori – i luoghi che vengono frequentati quotidianamente da tutti noi, nessuno escluso, sono oberati di rumore, sempre e comunque: rombi, suoni, fischi, squilli, sottofondi, musica, canzonette, voci, sussurri e grida, chiasso e baccano: tutta la modulazione possibile delle varie sonorità, ma mai il silenzio.
Ho approfittato di queste feste per starmene il più possibile discosto da quei rumori di fondo. E durante le mie passeggiate – vere e proprie reveries, sulla cui solitarietà non transigo – mi è tornata in mente quella discussione. E mi sono chiesto se esistono nelle nostre società, e in particolare nelle nostre aree densamente popolate, dei luoghi remoti dove ritirarsi a pensare, meditare, riflettere, o semplicemente far svagare i pensieri. Tali luoghi – che mi piace chiamare “pensatoi” – dovrebbero essere, a ben vedere, l’esatto rovescio dei comuni luoghi di ritrovo o di passaggio, case, chiese e biblioteche comprese: non solo remoti e silenziosi, isolati al limite della dispersione e della irraggiungibilità, ma soprattutto decompressi e liberati dalle quotidiane tempeste di suoni, di luci, di messaggi, di parole, di segni, di segnali, di immagini, di filmati da cui veniamo permanentemente flagellati. Da quei frutti, cioè, di una società organizzata con tempi, luoghi e spazi ricolmi e strabordanti d’ogni cosa – la società dell’eccesso, dello sterminato, dell’escrescenza, dell’ex-stasis e della meta-stasis (come la definisce Baudrillard). Ma forse è tardi, e il cessare della tempesta – la lucente pulizia del cielo, il suo essere vuoto e brillante ad un tempo – o la fine dei frutti – alberi spogli e inerti, che riposano in silenziosa attesa – ci farebbero orrore. La nostra vita così densamente popolata, priva di oggetti e di rumorose attività ci apparirebbe vuota e intollerabile. Troppo simile alla morte per poterla reggere anche solo un minuto.

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