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Antropocene 7 – Elogio della discrezione

mercoledì 24 aprile 2019

Il percorso di quest’anno – dedicato all’Antropocene, cioè all’epoca in cui sul pianeta parrebbe essere dominante e determinante per i suoi equilibri la specie umana – è stato inevitabilmente attraversato dai consueti chiaroscuri: se il successo evolutivo di homo sapiens, con la progressiva espansione della sua parte mentale e “metafisica” (quel che abbiamo denominato come sfera della coscienza) ha del prodigioso, d’altro canto proprio questo sviluppo ha comportato ricadute letali per l’ecosistema e le altre specie (e, in prospettiva, per la sopravvivenza della stessa specie umana).
Quel che faremo stasera è provare a identificare nel concetto di discrezione – in senso lato, e sulla scorta del libro L’arte di scomparire del filosofo francese Pierre Zaoui – un possibile antidoto (un contravveleno, come dice Zaoui) alla forma più letale dell’antropocentrismo fin qui manifestatasi nella storia umana, una forma che ha avuto origine in Occidente ma che interessa ormai l’intero ecumene, che ha anzi come esito finale quello dell’istituzione dell’ecumene (la casa umana) come casa globale tendenzialmente coincidente con la biosfera: l’occupazione sistematica del pianeta da parte della specie umana pretenderebbe quindi di far diventare la casa di tutti una casa esclusivamente propria.
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ESTI’ GAR EINAI (ovvero della crepa nell’essere di Parmenide)

lunedì 6 ottobre 2008

L’ontologia è quella “parte della metafisica che studia l’essere come nozione universale”. Il termine è stato costruito nel XVII secolo da un certo Clauberg, a partire dal greco òntos, genitivo di on = “l’essere”. Ma la “scienza” o il “discorso sull’essere”, sorge molto prima, e con potenza inaudita, evocata dai versi del poema di Parmenide, filosofo greco (della Magna Grecia) vissuto nel V secolo a.C.
Non è qui nemmeno il caso di soffermarsi sulla storia della questione parmenidea (dal parricidio di Platone al pensiero di Emanuele Severino). Quello su cui vorrei riflettere è da una parte la forza dell’argomentazione di Parmenide, dall’altra il problema del cominciamento di un discorso filosofico fondato che quella pone in campo (e non risolve).
Parmenide prospetta due strade: quella della verità – “l’immobile cuore della verità perfettamente rotonda” – e quella della doxa, delle “opinioni dei mortali” (non diversamente farà Platone).

“Occorre dire e pensare che l’essere è;
esiste infatti l’essere;
ma il nulla non esiste”.

Questa è la verità dal cuore non tremante, salda, irremovibile, inconcussa, come è saldo, irremovibile, inconcusso l’essere, “immobile nei limiti di immense catene”. Esso è ingenerato, eterno, interminato – col che vengono negati in quanto verità (non in quanto apparenze) il movimento, il divenire, la molteplicità. L’essere è. Nient’altro si può dire o aggiungere o sottrarre nel campo della verità necessaria. Tutto quello che è fuori dal suo cerchio è apparenza, illusione, errore.

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