Posts Tagged ‘berlusconi’

Il grillo che c’è in me

mercoledì 6 marzo 2013

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“Del resto non è difficile a vedersi come la nostra sia un’età di gestazione e di trapasso a una nuova era; lo spirito ha rotto i ponti col mondo del suo esserci e rappresentare, durato fino ad oggi; esso sta per calare tutto ciò nel passato e versa in un travagliato periodo di trasformazione. Invero lo spirito non si trova mai in condizione di quiete, preso com’è in un movimento sempre progressivo. Ma a quel modo che nella creatura, dopo lungo placido nutrimento, il primo respiro, – in un salto qualitativo, – interrompe quel lento processo di solo accrescimento quantitativo, e il bambino è nato; così, lo spirito che si forma matura lento e placido verso la sua nuova figura e dissolve brano a brano l’edificio del suo mondo precedente; lo sgretolamento che sta cominciando è avvertibile solo per sintomi sporadici: la fatuità e la noia che invadono ciò che ancor sussiste, l’indeterminato presentimento di un ignoto, sono segni forieri di un qualche cosa di diverso che è in marcia. Questo lento sbocconcellarsi che non alterava il profilo dell’intiero, viene interrotto dall’apparizione che, come un lampo, d’un colpo, mette innanzi la piena struttura del nuovo mondo”.

Potrebbe sembrare strano che per ragionare su quel che sta avvenendo in Italia a ridosso delle ultime burrascose elezioni politiche, si debba addirittura scomodare Hegel. Eppure non è casuale, dato che proprio della razionalità politica si tratta. Il celebre brano che ho trascritto sopra, tratto dalla Fenomenologia dello spirito, schizza per sommi capi quel che succede quando un mondo, un’istituzione od anche una costellazione di significati crollano, e ancora non se ne sono presentati altri con chiarezza all’orizzonte. Hegel rappresenta con linguaggio ed efficacia straordinari il senso di vertigine, di incertezza, persino di sacro terrore che accompagna tali processi.
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Berlusconidi cascami

sabato 12 novembre 2011

Per chi ha stomaco e ha voglia di ripercorrere alcuni conati della Botte in questi ultimi anni (in verità declinanti) di berlusconismo, ho pensato di raccogliere i post espressamente dedicati a quella che definirei una normale anomalia italiana. Dovremmo ormai essere in procinto di liberarci di questo orribile politicante da strapazzo – il peggiore da decenni – che ha inoculato nella società italiana il peggio di quel che però in essa già c’era e covava da sempre, dispostissima pertanto a farsi plasmare a sua immagine e somiglianza. Che è come dire che Berlusconi e la società italiana (per lo meno buona parte di essa) sono stati speculari. Come molti sanno e dicono da tempo, di Berlusconi ci possiamo anche liberare in fretta, del berlusconismo no. Anni e anni di dura disintossicazione antropologico-culturale. Tanto più che la sua caduta appare come un’autoconsunzione, molto più di quanto non sia generata dall’opposizione politica, sociale e culturale della cosiddetta parte “sana” del paese. E di fatti, il potere politico passa dalle mani del faccendiere-imprenditore, a quelle dei faccendieri della finanza internazionale. In attesa che un’intera stagione della politica si riapra, sorgendo dalle ceneri di questi tre decenni – se ai due berlusconiani sommiamo quello craxiano che ha preparato i successivi. Trent’anni da dimenticare.

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Berluskossimori

lunedì 18 aprile 2011

Oxùs moròs.
Acutostupido.
La cima insensata.
Come la guerra umanitaria.
La malattia e la cura.
Lupus autoimmune.
Conflitto permanente che si autofagocita.
Centripeto centrifugo.
La ballerina elefantiaca alla sbarra.
Concavo convesso – questo suole dirlo lui.
Come tu mi vuoi.
Così è se vi pare.
Ma non è una cosa seria.
Giano bifronte.
L’uomo più ricco al governo.
L’interesse sovrapposto al disinteresse.
La proprietà che occupa ciò che è comune.
Il privato che deborda nel pubblico.
Il pubblico che rifluisce nel privato.
L’odio per tutto ciò che è statale.
L’odio per tutto ciò che è comune.
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Retropensieri

giovedì 31 marzo 2011

Esiste un nazismo linguistico, prima ancora di una generica violenza verbale, una mentalità cioè ben installata nella testa e nel retropensiero che informa gesti, azioni, parole.
Del discorso lampedusano di Berlusconi di ieri non mi ha colpito il qualunquismo (nel senso del Cetto di Antonio Albanese, per sua stessa ammissione ampiamente superato dalla realtà), ma quel nazismo inconscio e però costitutivo.
Quando ho sentito dire che l’isola di Lampedusa doveva essere “liberata”, “svuotata”, “ripulita”, il mio pensiero è corso inevitabilmente al motto “Pulizia e salute” che stava alle porte di Mauthausen. Non è l’Italietta cialtrona di Cetto Laqualunque, ma quel riferimento igienico-immunitario a mettere davvero i brividi: esso rivela il retropensiero nazista del berlusconismo, con quella sua caduta tipica di ogni diaframma tra linguaggio politico e linguaggio biologico (in verità, con la caduta di ogni diaframma tra ragione e istinto).
Immunitarismo confermato, se anche ce ne fosse bisogno, da quel teatrale “sono anch’io lampedusano” – e gli altri, come icasticamente detto da Bossi,  “föra di ball”: non è un caso che nel nazileghismo Berlusconi abbia trovato il perfetto alleato ideologico, oltre che pratico-politico. Salvo però essere lampedusano e “comunitario” a modo suo: con una casa (magari abusiva) da qualche milione di euro!
E poi, una volta ripulita l’isola, ci si può anche fare un bel campo da golf (e chissà, magari – ma solo in seconda battuta – persino una scuola…).

Berluskocrate

sabato 22 gennaio 2011

Leggo e ascolto in questi giorni – anche se distrattamente – analisi varie sulla resistenza ad indignarsi da parte degli italiani a proposito del loro amorale presidente del consiglio. A parte l’antico familismo altrettanto amorale di tanta parte del belpaese (insieme a un bel po’ di ipocrisia gesuitico-papista), mi è inavvertitamente passata per la testa una iperbolica ed irriverente spiegazione di tale deprecabile italico immobilismo.
Sentite un po’ qua: in realtà gli italiani nella stragrande maggioranza non s’indignano, poiché riconoscono nel loro attuale ducetto (come già nel precedente) un immorale ed anarcoindividualista novello Socrate. Tesi strampalata, direte voi. Eppure, provate a cimentarvi in qualche paragone…

A Socrate piacevano i “giovinetti”. A Berlusconi pure (vabbé, “giovinette”, ma sempre di carne fresca si tratta).
Socrate partecipava molto volentieri ai simposi. Anche il festaiolo Berlusconi non ne perde uno.
Socrate venne accusato di avere corrotto i giovani ateniesi. Berlusconi ha fatto molto di più: ha corrotto un intero paese.
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La durevole dittatura della merda

martedì 11 maggio 2010

Solo in un paese sottosopra può accadere che l’analisi politica più avanzata provenga da un comico (nella fattispecie una comica) e non dagli intellettuali di professione. Draquila, il film-documentario di Sabina Guzzanti, non si limita a raccontare alcuni fatti e a dare voce ai terremotati aquilani (sia ai delusi che agli illusi), non è soltanto l’atto di denuncia della corruttela e del marcio sistema di potere dell’epoca berlusconiana – ma si spinge un po’ più in là: connettendo quei fatti, affiancando cosa a cosa e stortura a stortura, la Guzzanti ci offre un’analisi lucida di quel che va accadendo in questo paese rovesciato e governato (come amaramente dice nel finale un intervistato) dalla merda e, insieme, dall’illusione che ciò che è fasullo e vuoto non possa durare, mentre invece sta durando e durerà.
Ma veniamo ai punti cardine dell’analisi: sono almeno tre, e da tempo li vado denunciando su questo blog, con la speranza che prima o poi una sollevazione (non solo morale) possa porre fine ad uno dei peggiori periodi della storia italiana.

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L’omino di burro

giovedì 18 marzo 2010

“Figuratevi un omino più largo che lungo, tenero e untuoso come una palla di burro, con un visino di melarosa, una bocchina che rideva sempre e una voce sottile e carezzevole, come quella d’un gatto che si raccomanda al buon cuore della padrona di casa. Tutti i ragazzi, appena lo vedevano, ne restavano innamorati e facevano a gara nel montare sul suo carro, per essere condotti da lui in quella vera cuccagna conosciuta nella carta geografica col seducente nome di Paese dei Balocchi.

Sono ormai innumerevoli i tentativi di spiegare l’anomalia (o normalità?) politica italiana di questi ultimi due decenni, riassunta nella (resistibilissima) ascesa del berlusconismo. Si fa riferimento ora all’intramontabile propensione all’autoritarimo degli italiani, ora alla tecnocrazia mediatica, ora al populismo fondamentalista. C’è chi mette in rilievo il capitalismo autoritario, chi la fabbricazione del consenso, chi la logica della paura; il filosofo sloveno Slavoj Zizek ritiene Berlusconi una sorta di abolizionista dell’alienazione-scissione classica tra bourgeois e citoyen, e quello italiano un laboratorio politico piuttosto emblematico, quanto cinico e volgare. Circolano poi in rete accostamenti tra Berlusconi e Mussolini (l’ultimo di cui ho notizia è relativo a uno scritto di Elsa Morante del 1945, di cui però è bene controllare la fonte originale). C’è poi la questione del “corpo” del sovrano, del giovanilismo, dell’eterno italiano medio (e mediocre), del “sono uno di voi”, eccetera eccetera. La lista si può allungare, ma i temi sono grosso modo gli stessi.

A proposito del Berlusconi “licitazionista”, spacciatore di desideri, sogni e consumi facili, vorrei partecipare anch’io al gioco degli accostamenti: trovo che la figura collodiana dell’omino di burro che conduce Pinocchio e Lucignolo al Paese dei Balocchi, gli si attagli alla perfezione. Oltretutto alcuni grandi illustratori del più bel libro per ragazzi di tutti i tempi, ce ne hanno offerto alcune rappresentazioni straordinarie. Ne cito qui due, quella di Attilio Mussino e quella di Roberto Innocenti.
Il primo, a giudizio del libraio e scrittore per ragazzi Roberto Denti, raffigura l’omino di burro nell’edizione del 1911 delle Avventure di Pinocchio della Bemporad (quasi un secolo fa!), con un viso che, per quanto tondeggiante, non può non ricordare quello della maschera berlusconiana.
Ma è Roberto Innocenti (che ho avuto la fortuna di conoscere proprio ieri alla Libreria dei ragazzi di Milano) che ci dà nel suo meraviglioso Pinocchio edito da La Margherita, la rappresentazione pittorica più efficace del Paese dei Balocchi: l’omino sta in alto a dominare la scena del bengodi e della festa – “un’allegria, un chiasso, uno strillio da levar di cervello! […] in mezzo ai continui spassi e agli svariati divertimenti, le ore, i giorni, le settimane, passavano come tanti baleni”, così ce la descrive Collodi –  ma lo sfondo crepato e la sua posizione sul palcoscenico, ci mostrano quella che in realtà è una scena fittizia, con un cielo e un sole di cartapesta.
Rimane solo da auspicare che tanto l’omino con la faccia di burro, quanto il paese di cuccagna, si squaglino presto prima che ci si ritrovi tutti quanti con le orecchie da ciuco staccate a morsi!

Deriva patologica

lunedì 14 dicembre 2009

La prima cosa che mi è venuta in mente vedendo il volto insanguinato del sovrano – il corpo del sovrano violato ed esposto con le sue stimmate – è stata, come immagino per altri, il detto popolare chi semina vento raccoglie tempesta.
Il problema è che chi, come me, intendeva (ed intende ancora) la politica come la sapiente arte di mettere insieme il lato razionale e quello passionale, si trova forse un po’ spiazzato di fronte a quel che accade oggi. Poiché di razionale è rimasto ben poco – per lo meno in superficie, dato che poi la gestione degli interessi materiali mantiene sempre una sua logica ferrea; mentre il lato “passionale”, quando ancora c’è – l’appassionarsi alle idee e al tentativo di metterle in pratica per trasformare l’esistente – sembra ormai consegnato alla sfera del patologico.
Se è vero che alcuni fatti sono densamente popolati dai simboli, allora la maschera di sangue del quasi monarca italiano ne raccoglie davvero tanti. Innanzitutto quella forma estrema di patologizzazione della forma del politico e del suo linguaggio: le dinamiche amico/nemico e soprattutto amore/odio, che pure in politica non sono mai assenti, tendono a polarizzare e semplificare ogni discorso e ogni modalità relazionale della società civile e del suo esprimersi pubblicamente. Una forma patologica, che è se vogliamo psicopatologica: non intendo usare il termine “follia”, che detesto proprio perché generalmente imposto da un potere normativo che definisce folle ciò che sfugge alla sua ortodossia, ma non c’è dubbio che una certa irrazionalità (peraltro mai disgiunta dagli affari) che circola nella testa del capo provvidenziale, unto, miracolato e quant’altro, finisce poi per attrarre e innescare meccanismi psicosociali imprevedibili.

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Psicosofista

mercoledì 16 settembre 2009

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“Cacciatore di ricchezze”, “commerciante”, “venditore”, “atleta della lotta fatta col discorso”;
“Purificatore dell’anima dalle opinioni che sono d’impedimento alla acquisizione delle cognizioni”;
“Un uomo che possiede una scienza apparente su tutto, ma è privo della verità”.

Queste sono alcune definizioni della figura del sofista fornite da Platone nel dialogo omonimo (231d-232c).
Subito dopo, lo straniero invita a figurarsi qualcuno che non solo sia in grado di dire e contraddire su tutto, ma – forzando e potenziando l’immaginazione – di “saper fare e realizzare con un’arte sola tutte le cose…”. Una sorta di artefice geniale capace di produrre rapidamente ogni cosa vendendola per di più ad un ottimo prezzo (233e-234a). In questo modo, tra l’altro, ci si riavvicina al significato originario (e privo di connotazioni negative) del termine sofista, dal verbo sofizesthai, cioè “operare o parlare abilmente”.
Ora, si provi a togliere lo spessore culturale del contesto filosofico-critico e ad aggiungere l’elemento patologico, la mania (non certo la filosofica ma la narcisistica, quella di grandezza), e verrà fuori grosso modo la figura di Silvio Berlusconi, il suo sistema in-formativo totalitario-televisivo, e il deserto antropologico nel quale ha precipitato negli ultimi 25 anni gran parte di questo paese. Che, naturalmente, vi si è fatto precipitare ben volentieri…

Siculo-lombardo (e un po’ africano)

venerdì 5 giugno 2009

obama berlusconi1

Nacqui, casualmente, tra gli ulivi dei Monti Nebrodi. Migrai e mi ritrovai a vivere, altrettanto casualmente, in una pianura un po’ più a Nord. Mi sento quindi, dacché io mi ricordi, un po’ siciliano, un po’ arabo, normanno e africano, terrone, meridionale, un tantino lombardo e molto milanese (magari non proprio meneghino), mediterraneo, europeo, occidentale, umano e terrestre. Sono un miscuglio di tutte queste cose, e altre ancora.

Il filosofo della scienza Paul Feyerabend delinea nella sua opera di disarticolazione del metodo e di demitizzazione della ragione, un modello di società libera di tipo democratico-relativistico: “Una società libera è una società nella quale tutte le tradizioni hanno uguali diritti e uguale accesso ai centri dell’istruzione e ad altri centri di potere”. Non solo: una società libera deve essere fondata sulla scissione tra Stato e scienza, Stato e religione, Stato e (qualsiasi) ideologia – e dunque Stato e razza, Stato e cultura, Stato e civiltà, ecc. ecc. Durante una discussione pubblica Feyerabend dichiarò: “La società, lo Stato di cui parlo, sarà ben presto la Terra intera“.

Mentre l’afroamericano (occidentale, terrestre e tutto il resto) Barack Obama si impegna, per lo meno nelle intenzioni, a promuovere quel modello di società in chiave planetaria, il ridicolo-patetico ducetto italiano, con la complicità di una banda di razzisti ricolmi di livore, delinea in alternativa il suo: un modello sociale ad alto contenuto etnico e razziale, e a bassissimo tasso di intelligenza, prospettive e creatività. Un’ idea di Italia meschina, asfittica, esangue, autarchica, micragnosa, avida, chiusa, triste, rancorosa, impaurita, ricolma anch’essa di livore.

Et voilà, il piatto del futuro di questo paese è in tavola! Ingozzatevi tutti quanti: italioti, lumbard, camicie verdebrune, e gggente comune!