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Disonora il padre e la madre

lunedì 11 marzo 2013

NZO«Noi diciamo pure di odiare i nostri genitori, e in realtà li odiamo, perché non possiamo amare i nostri procreatori non essendo noi persone felici, la nostra infelicità non è immaginaria come lo è invece la nostra felicità, di cui ogni giorno cerchiamo di convincerci per trovare il coraggio di alzarci e lavarci, vestirci, bere il primo sorso, mandar giù il primo boccone.
Perché ogni nuovo mattino ci ricorda immancabilmente che è solo in una terribile sopravvalutazione di se stessi e nella loro effettiva megalomania che i nostri genitori ci hanno concepiti e figliati, gettandoci in questo mondo più orribile e disgustoso ed esiziale che non piacevole e utile. La nostra inermità la dobbiamo ai nostri procreatori, e così la nostra inettitudine…»

Sto leggendo un minuscolo libro – di quelli belli belli dell’Adelphi, collana Piccola Biblioteca, che è un piacere già solo vederli – che contiene quattro racconti di Thomas Bernhard, uno scrittore austriaco molto interessante, anche se non proprio edificante. Uno che le canta chiare, e che dice che forse è meglio non nascere affatto, anche se lo fa in modo ironico e intelligente.
Nel primo racconto c’è un Goethe morente che vorrebbe incontrare Ludwig Wittgenstein (!), perché, prima di trapassare, desidera ardentemente discutere con lui del dubitabile e del non dubitabile. Ma quando l’emissario di Goethe giunge in Inghilterra, Wittgenstein è appena morto (non è chiaro se a Oxford o a Cambridge). E Bernhard, sarcastico e beffardo, conclude facendo dire a un testimone che… col cavolo che le ultime parole di Goethe sono state Mehr Licht! (più luce): in verità esse furono Mehr nicht! (più niente).
Nel secondo racconto, quello da cui ho tratto il brano pubblicato sopra, c’entra invece Montaigne, il quale, in piena notte e dentro una torre-biblioteca, offre il proprio conforto al figlio quarantaduenne (e forse un po’ svitato) di una famiglia borghese oppressiva e detestabile: un libro preso a caso e al buio, dal lato sinistro della biblioteca, quello con “i cosiddetti libri filosofici”, senza accendere alcuna luce per via delle zanzare, e con il pericolo di perdere l’equilibrio e di precipitarci dentro, come nel pozzo da bambino…
Gli altri due racconti… li leggerò tra poco.

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