Dopo due mesi

Guerra-matrioska, mobilitazione emotiva, ipocrisia neoliberale, “naturalità” della guerra, antimilitarismo unica opzione.

La guerra sta rapidamente cambiando natura, obiettivi, strategie, persino attori (o meglio: sta emergendo ciò che in origine era poco chiaro o in seconda linea). Questa sua rapida trasformazione da apparente guerra locale a guerra potenzialmente globale, se non smonta il mantra aggressore/aggredito della prima ora, lo complica, anche perché la moltiplicazione dei fronti (e delle linee gotiche) rende ormai pressoché impossibile – salvo per gli amici guerrafondai degli imperialisti dei due fronti – schierarsi da una parte o dall’altra. Ma, ancor di più aumenta il rischio che chi non vuole la guerra, ne venga stritolato. Gli antimilitaristi devono perciò elaborare una teoria e una prassi all’altezza di una situazione cangiante e in continua evoluzione.
Ma proviamo a fare un minimo di analisi e a fissare alcuni punti.

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O il comunismo o l’estinzione

«Non stiamo più scherzando, stavolta: gli incendi delle foreste di mezzo mondo, lo scioglimento dei ghiacciai, la catastrofica invasione di locuste in Africa, la corsa agli armamenti, la fame che ritorna in molte aree del mondo, la pandemia virale che inaugura un’epoca di terrore sanitario.
Tutto questo significa una cosa sola: che l’estinzione è all’ordine del giorno, e che non c’è altra via per uscire da questa prospettiva che non sia l’uguaglianza economica radicale, la libertà culturale, la lentezza dei movimenti e la velocità dei pensieri.
O il comunismo o l’estinzione».

Dobbiamo convivere con il virus equivale a dire dobbiamo convivere con la fine – se si pensa che tutto possa essere lasciato come prima, e che la folle corsa dell’accumulazione, della mercificazione, dell’iperproduzione e della crescita illimitata possa continuare indisturbata. E una spruzzata di green o di lavoro immateriale non cambia la sostanza.

Meme nero

Qualche giorno fa, leggendo due cose molto diverse tra loro, ho pensato a quanto il clima sociale in 30-40 anni sia radicalmente cambiato, fin quasi a diventare irriconoscibile.
Prima la rievocazione di un giovane insegnante di filosofia dei suoi anni di liceo, della sua maturità, e della solidarietà di cui aveva memoria – e si trattava di solo una decina di anni fa, praticamente ieri; poi la “tempesta di merda” evocata da Bifo, in occasione di una sua recensione sulla destra alternativa americana – la Alt-Right – con il pressoché totale rovesciamento dell’antica egemonia (culturale e politica) della sinistra, in un rancoroso, cinico, sarcastico, oscuro pensiero (e umore) di destra che soffia sulle società occidentali, e che potrebbe portare a nuove forme di violenza, guerra e sopraffazione.
Queste due visioni, che evocavano tempi del passato in cui certo non regnava il migliore dei mondi possibili, ma vi era comunque un discorso pubblico, una mentalità, una visione critica delle cose che si era andata affermando con una certa autorevolezza, e che misuravano e registravano nel tempo social-internettiano – un battito di ciglia – una drastica trasformazione del mood (per usare l’espressione di Revelli) – queste due visioni, dicevo, mi hanno fatto venire in mente il clima socioculturale della mia giovanile formazione, all’incirca tra la metà degli anni ‘70 e i primi anni ‘80.
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