Posts Tagged ‘bios’

Macchine per essere

venerdì 8 febbraio 2013

rire-homme-machineVuoi che ti dica una cosa? Più lo si analizza, questo corpo moderno, più lo si esibisce, meno esso esiste. Annullato, in misura inversamente proporzionale alla sua esposizione.

Che cos’è un corpo? che cosa può un corpo? che rapporti intrattiene il corpo con la mente? siamo riducibili ad un corpo? che significato ha il corpo (nella nostra cultura)? E si potrebbe andare avanti ancora.
Daniel Pennac non aveva forse intenzione di scrivere un romanzo filosofico che fosse in grado di rispondere a queste domande – ma certo la sua Storia di un corpo (Journal d’un corps, nel titolo originale) non può non avere profonde implicazioni filosofiche ed antropologiche.
Ed è curioso (ma forse inevitabile) che sia proprio uno scrittore francese – dopo lo scissionista e meccanicista Descartes, il sensista Condillac, il materialissimo homme-machine di La Mettrie – ad occuparsi del corpo prescindendo dalla mente, dai sentimenti, dalle emozioni, e da tutte le relative elucubrazioni che occupano gran parte del reticolo neuronale (per lo meno di quello che attiene alla cosiddetta coscienza).
Cosa impossibile, naturalmente, visto che il protagonista – registratore impassibile ed ultraoggettivo lungo una settantina di anni di quel che succede al proprio corpo – ne è spesso stupito, e non può, anche volendo, scindere del tutto il complesso mentale da quello fisico-meccanico (ché di un tutt’uno si tratta).
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Mezzo secolo

lunedì 17 settembre 2012

“Chi corre, chi s’appiatta
per ingannare il Tempo, belva attenta e funesta…”
(C. Baudelaire)

È così bello, esserci!
Anche perché così casuale…

È da qualche giorno che sto cercando di scrivere qualcosa di sensato su quell’insensatezza assoluta che è lo scorrere del tempo, il passare degli anni, il consumarsi del (mio) bìos. Che di per sé (o meglio in sé) sono fenomeni del tutto indifferenti, parte di una megamacchina cosmica che segue imperturbabilmente il suo corso, glaciale, muta e misteriosa come un cielo d’inverno trafitto di stelle. Ma che per me devono pur significare qualcosa. E tutto sommato se ne potrebbe concludere che altro senso non ha la vita (vista da una parzialissima e finitissima mente umana) se non quello di essere narrata (dalla medesima mente) attribuendole un senso, un verso, un capo e una coda – quali essi siano. Che è poi una autoattribuzione. Ma veniamo al dettaglio, scendendo dall’algido in sé al bruciante per me

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Catalogo delle passioni – Necrobiofilia

martedì 9 novembre 2010

Deviando dalla lucreziana lezione sulla lontananza contemplativa del dolore altrui (e forse anche dalla precisazione che non per sadismo ma per scampato pericolo tale distanza di sicurezza ci allieta, e dunque per un istinto vitale), vorrei brevemente addentrarmi nelle torbide acque del lato oscuro di certi nostri umanissimi comportamenti, tutt’altro che lontani e ben più che contemplativi, direi anzi al limite del più turpe voyeurismo. Situazione invero paradossale di questa che è la bioepoca per eccellenza, che vede da una parte una grave rimozione della morte, e dall’altra un suo ripresentarsi negli aspetti più morbosi, in forma appunto di necrofilia – tanto che vien da pensare che è proprio lo squilibrio tra bios e thànatos a tener banco.
Pietro Citati dice a proposito di Leopardi, che “pensare – anche le cose più terribili – gli dava gioia”; ora non credo che questa immersione nella mota delle passioni più inconfessabili possa procurare molta letizia in me o in chi leggerà, ma a) è necessario farlo e b) di gioia teoretica semmai si tratta, più mentale che corporea, al limite dell’impalpabilità, e piuttosto illusoria (l’illusione, cioè, di poter controllare proprio la fonte di tutte le passioni, anche di quelle più basse ed istintive). Certo un conto è discettarne, un altro è sentirne direttamente gli effetti – sulle carni o nella psiche – così come altro conto ancora è assistere morbosamente ai loro effetti sugli altri, cosa di cui la cronaca nerissima da cui siamo invasi ci informa (e per lo più deforma) ogni giorno. Lucrezio uscito dalla porta rientra così dalla finestra, puntando il dito proprio sulla spettacolarizzazione macabra del dolore e della morte.
Naturalmente non possiamo che cominciare con il riferirci a Spinoza, com’è ormai tradizione per il nostro compilando catalogo degli affetti umani…

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Dall’Appennino alle Alpi – tra linee gotiche, cammini e sorgiva bellezza

lunedì 7 giugno 2010

“Niente è più bello che passeggiare
contemplando gli alberi o guardando lievemente,
senza preoccupazioni, dentro se stessi”.

(Pietro Citati)

Prologo. “Il concetto di sintesi in Kant e in Hegel” – questo era il titolo del capitolo con cui Cassirer apriva la parte della sua celebre Storia della filosofia moderna dedicata a Hegel, e che tanto aveva colpito un mio compagno di università, tale Paolo Spada, il quale aveva occhi nordici e glaciali, di rara e però cupa intelligenza. Ma non intendo ora parlare di lui, né tantomeno di Kant o di Hegel. La sintesi di cui qui mi servirò è quanto di più lontano dall’organicità dell’io penso o dello spirito si possa immaginare. E’ semmai syn-thesis biografica, connessione ultrasoggettiva di membra sparse dell’esperire singolare (dell’io-io, non dell’io-noi) con cui tendiamo in genere a conferire senso a relazioni che di per sé non ne hanno. Ma basta con il cappello, passiamo ora all’oggetto.

***

Mi son trovato nell’arco di una settimana a passeggiare lungo l’Appennino emiliano prima, tra incantevoli paesaggi alpini subito dopo. La bellezza e il cammino – prima relazione. Pensare e camminare – la seconda.
Tempo fa Pietro Citati sul quotidiano La Repubblica lamentava come negli ultimi anni sia calata del 50-60% l’abitudine degli italiani (in buona compagnia di europei e americani) alla passeggiata quotidiana, o al passeggiare comunque. Poiché tendo ad associare il camminare con l’attitudine al pensare/rimuginare – o meglio: all’atto di liberare il pensiero, per poi distenderlo, rilassarlo ed amplificarlo (in relazione al paesaggio e al ritmo visivo) – spero ardentemente di non doverne dedurre che l’attività riflessiva sia calata della medesima percentuale (naturalmente tutto ciò non ha alcuna base logica, visto che resta comunque da dimostrare che il passeggiare abbia sempre a che fare con il pensiero). (more…)

Trilogia del lato oscuro – 3. La violenza

giovedì 11 febbraio 2010

Si trovò immerso, senza quasi accorgersene, nella folla festante di ragazzi, tra lazzi e piccole baruffe, parole lanciate come pugnali a trafiggere l’aria e volti solcati da sorrisi sguaiati e vagamente perfidi. Nessuno portava maschere o travestimenti – quelle erano ormai cose da bambini, che si erano lasciati alle loro spalle da almeno un paio d’anni. Ora brandivano fiale puzzolenti, bombolette di schiuma da barba sottratte ai padri (non sempre c’erano i soldi per comprarle), micce di vari calibri e piccole mazze di gommapiuma sequestrate alle bande avversarie l’anno prima, l’anno memorabile della calata dei lanzichenecchi, quando la battaglia all’ultimo sangue con le bande del paese vicino decretò per la prima volta la loro vittoria.
Si vociferava addirittura che girassero lamette e coltelli, ma lui non ne aveva ancora visti. Si trovò al centro della calca, trascinato dalla forza degli eventi. Ma non sembrava più l’allegra calca di prima: si avvertiva chiaramente che qualcosa stava per succedere. Prima una folata improvvisa di vento, seguita da un tremito e da un urlo sopra le righe; poi un gesto nervoso, un ghigno malevolo, una parola più tagliente delle altre; infine una scossa violenta, un movimento controcorrente lungo il flusso dei corpi – e il clima di festa era stato lacerato. A due metri da lui, un ragazzino minuto e dalla faccia angelica, con la maglietta a righe, ne stava affrontando un altro molto più grosso. Questi gli aveva sputato in faccia e l’altro, per tutta risposta, stava cercando di avvinghiarglisi addosso.
Lui si mise in mezzo per dividerli. Il cazzotto del mingherlino, inatteso, lo raggiunse al centro dello stomaco. Si piegò, mentre sentiva dire da entrambi – ma tu che cazzo vuoi?

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Trilogia del lato oscuro – 1. L’ossessione

mercoledì 27 gennaio 2010

Io contengo moltitudini
(W. Whitman)

Ci immergeremo nelle tenebre. Con la speranza di uscirne. E il solo modo per farlo è di tenere ben dritta la barra della ragione, in quello che si annuncia come un attraversamento della parte oscura dell’umano – che non è soltanto di alcuni singoli, ma di tutta la specie, una vera e propria modalità del suo essere.
L’orrore di cui parlava Adriana Cavarero in un suo libro, dev’essere scandagliato per intero là dove si trova, sul volto agghiacciato e agghiacciante di Medusa, senza tema di scoprire un frammento di sé in quella bocca spalancata e su quegli occhi torti.
Cominceremo, oggi che è giornata di memoria, dall’ossessione identitaria, e proveremo, in poche (insufficienti) righe e mosse, a schizzarne genesi e fenomenologia. Nientemeno!

1. Ossessione per l’identità, identità ossessionata: non si vive senza identità, ma le ossessioni che (spesso) la attraversano ci portano a battere selve e sentieri oscuri. Eppure tanto l’una quanto le altre sembrano essere dei dispositivi biologici innati. L’io si forma sull’ovvio ed istintivo principio della conservazione di sé, una volta che si è nati; mentre le ossessioni sono i riflessi psicologici e sociali dell’ancestrale paura dell’alterità. Ma è proprio da questo intrico bioantropologico che provengono i problemi.

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