Stranizza di camminari

Lo scorso fine settimana, durante le mie passeggiate nel bosco, ho fatto degli esperimenti di camminata all’indietro. A lungo, cosa che normalmente – in società – non si può fare. Tutto è partito dalla sensazione di non sapere chi c’è dietro di noi. Peccato che il rovesciamento di direzione non lo risolve affatto, perché anche così non sai chi c’è davanti (o in un nuovo dietro di te).

Il problema sta nel nostro piano corporeo, che è fatto così. Unidirezionale e parecchio limitato – anche se esiste una sensorialità sottile che ci fa percepire presenze estranee. [Del resto pare che le linee evolutive si siano sbizzarrite un po’ meno dopo Burgess  Shale, a sentire il nostro amato Stephen Jay Gould].

Da questa banale esperienza percettiva ho derivato altre considerazioni e posture possibili. Se il problema era una (impossibile) percezione a 360 gradi, si potrebbe provare a camminare girando su se stessi come una trottola. Un minuto così, e comincia a girarti la testa e finisci per cadere a terra. Pessima idea. Ho provato allora ad incrociare i piedi e le direzioni laterali più lentamente, e un po’ funzionava: ma lo sforzo percettivo di orientarsi in più direzioni era comunque eccessivo rispetto all’obiettivo. Insomma, inutile.

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Oltre il biancospino

Se segui l’arco rosato delle nuvole, e riesci a scorgere, dopo una lieve sfrangiatura, la freccia che indica verso ovest; se abbandoni l’asfalto e le ultime case e t’inoltri nella boscaglia, ignorando le bottiglie di plastica sparse qua e là e i criminali depositi di eternit in disfacimento; se ti lasci rapire dal profumo del biancospino prima che venga sommerso da quello del fiore di robinia; se varchi illegalmente la rete tagliata a misura d’uomo e poi giri a sinistra seguendo i ciuffi di ginestra sul ciglio del dirupo, senza però farti distrarre dall’automobile abbandonata nel bosco ormai fitto, dove nessuna coppietta o nessuno spacciatore è in attività; se finalmente raggiungi il punto d’osservazione che la freccia di nuvole già ti aveva indicato senza che te ne fossi accorto, e ti metti a sedere…
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Trinacriablog – 1. Ipocondriache vigilie

zombie

“Se noiosa ipocondria t’opprime…”
(G. Parini)

Se non ho commesso errori nella programmazione del buon vecchio WP, questo post dovrebbe comparire mentre sarò in volo per l’isola. Nelle prossime settimane, fino al mio ritorno alla base, avrei intenzione di pubblicare pensieri ed impressioni legati ai miei periodici ritorni “a casa”. Vecchi pensieri – se riemergeranno – e nuovi – se ce ne saranno. A metà, inevitabilmente, tra l’intimità biografica e la generalità filosofica. Chi quindi non gradisce lo stile diaristico (genesi del mezzo stesso sul quale sto scrivendo) salti pure a piè pari tutta questa parte e attenda, se vuole attendere, la metà di settembre.
Devo però preventivamente registrare un disagio che m’assale ormai ogniqualvolta torno laggiù. Sarà per l’acuirsi della sensibilità e della “tonalità emotiva” (rieccola!), sarà per una maggiore eccitabilità dovuta al sovraccarico di aspettative, o perché la “vacanza” è innanzitutto una disposizione (e una voragine che si va aprendo) dell’anima – fatto sta che la “scheggia nelle carni” dell’angosciatissimo danese s’infiamma sempre più spesso quando sono in procinto di partire. E così quest’anno si è presentata in forma di ipocondria. Già il “mio” omeopata di una stagione di molti anni fa mi disse senza peli sulla lingua che ero affetto da ipocondria. Chissà, magari aveva ragione. E allora una piccola ferita diventa un purulento anfratto che si fa incunabolo del tetano (so che il termine giusto è “incubazione”, ma l’assonanza è evidente, e cunabula sta per culla); ogni passo può essere foriero di una brutta caduta; e persino una pedalata nei boschi può diventare un incubo (di nuovo: da cubare, giacere, che quindi pesa sul dormiente).
E però quest’ultimo episodio ansiogeno ha ben poco a che fare con l’ipocondria…

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