Posts Tagged ‘bruckner’

Dio in frantumi

domenica 6 maggio 2012

Ci vuol coraggio per dedicare una sinfonia a Dio. Evidentemente il cattolicissimo Bruckner se lo poteva permettere, non tanto per le sue qualità di musicista devoto, quanto per la capacità di erigere straordinari monumenti sinfonici – e l’ultima, la Nona, quella dedicata appunto all’essere supremo (“al buon Dio”), lo è più di ogni altra (ne avevo accennato qui, tempo fa). A chi la ascolta dal vivo – a me è capitato oggi – pare di inoltrarsi in un ambiente fatto di architetture sonore straripanti – come quando si attraversano dei paesaggi naturali vastissimi, o si entra in cattedrali dalle innumerevoli volte, o si tenta di seguire linee intricate ed in perenne fuga – tanto che avrà la sensazione di perdersi. Ma Bruckner tiene la barra ben ferma e conduce il suo visitatore lungo le immense strade dell’essere sonoro che solo lui era in grado di percepire e concepire.
Questa sua ultima e definitiva sinfonia sembra oltretutto non voler finire mai, e quando, come succede nel primo lunghissimo movimento, si arriva in cima e l’intera orchestra diventa un organo immenso con migliaia di canne che suonano all’unisono per, e con, l’universo-mondo, e le trombe e i corni paiono aver raggiunto le dimensioni dell’iperuranio – qualcos’altro sorge e rinasce dalle profondità della terra, perché è dura congedarsi da tutto questo. Specie se “tutto questo” è pur sempre Dio. Senonché il secondo movimento tira un brutto scherzo
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Alta quota

lunedì 23 marzo 2009

brucknerNella musica il tempo è fondamentale, si sa. Sia in termini oggettivi (il movimento musicale in sé), sia in termini percettivi e soggettivi. Ho già avuto modo di parlare di Bruckner e del grande respiro che promana dalla sua produzione sinfonica. Avere avuto l’occasione, ieri, di ascoltare la sua Ottava sinfonia – l’ultima compiuta – mi ha dato modo di riflettere ancora su questo fenomeno della relazione temporale.
Bruckner è certo un compositore che si concede tutto il tempo che ci vuole: non a caso l’estensione delle sue sinfonie va crescendo a dismisura. Ma se si trattasse solo di “lunghezza” e di “estensione” sarebbe un dato esteriore e, tutto sommato, non così importante. “Darsi tempo”, in questo caso, significa proprio quel che dice l’espressione: dare a se stessi (e successivamente a chi è in ascolto) tutto il tempo necessario ad esplorare, a scoprire e a creare qualcosa; procedere piano, allargando sempre di più lo sguardo, senza saltare nessun passaggio; tornare magari indietro per raccogliere qualcosa che si era abbandonato o smarrito e riproporlo; fermarsi a riprendere fiato, sostare quanto occorre per ripartire con maggior lena.

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IL RESPIRO DELL’ESSERE

domenica 9 marzo 2008

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Se si potesse rappresentare qualcosa come il “respiro dell’essere”, forse le sinfonie di Anton Bruckner ci riuscirebbero alla perfezione. Bruckner è musicista e sinfonista un po’ meno noto di Beethoven e di Mahler: venerava il primo al punto da modificare la numerazione della sua produzione sinfonica, per il sacro terrore del numero nove, che non doveva essere superato (e di fatti riammise una delle sue sinfonie come Die Nullte, la numero zero!); e verrà considerato dal secondo un maestro. Quasi un medium tra i due, e perciò considerato un po’ meno di quanto la sua arte lo richiederebbe. Ma lascio queste faccende agli esperti di storia della musica, dato che in questo campo sono un profano – e di quel che non si conosce è sempre bene tacere.
Quel che invece mi affascina delle sinfonie di Bruckner è proprio quella faccenda del respiro. Sarà per la grandezza, la complessità, la vastità che circola nelle sue opere. Il prendersi tutto il tempo che occorre. Il non avere nessuna fretta di concludere. Questo succede ad esempio nella Quarta sinfonia (che ho avuto l’immenso piacere di ascoltare ieri sera all’Auditorium di Milano), più nota come “Romantica”, specie nel poderoso quarto movimento, che si apre e si chiude con il ritmo, la cadenza e il suono che ho così interpretato – respiro dell’essere, la pulsazione lenta ed eterna delle cose, e il nostro stupore di fronte a tutto ciò. Ma la stessa sensazione si ripresenta in altre sinfonie: ad esempio nell’Ottava, ed ancor più in quella Nona che, per una sorta di amaro destino, rimarrà incompiuta, sancendo così fino in fondo la reverenza dovuta all’inarrivabile Ludwig. Il primo movimento si chiude proprio con la poderosa evocazione della lenta, ed insieme profonda e inesorabile, pulsazione e vibrazione delle cose. Dico poderosa non a caso, dato che il soffio è in realtà forza e potenza dell’essere. Fiati, archi e timpani, l’orchestra tutta, vibra all’unisono nel rappresentare quella sorgiva e immane potenza. Il Gesamtkunstwerk, l’idea wagneriana di opera totale, ha certo a che fare con tutto ciò. Ma, di nuovo, lascio queste faccende agli specialisti.
Mentre per quel che mi concerne, mi limito a registrare la mia personale esperienza estetica ed estatica. Lo stupore, la commozione, la vertigine. Una sensazione che perdura, e non se ne vuole andare. Una specie di basso continuo. Precordi che non smettono di vibrare. Alla radice dell’essere, appunto. Ma ora basta, forse sto eccedendo. Sarà perché sublime e dismisura vanno a braccetto…

(Mi sono comunque chiesto, dacché l’ho ascoltata la prima volta, come sarebbe stato il quarto movimento di quell’ultima incompleta sinfonia – rimasto purtroppo nella testa e nel petto del suo autore. Un po’ come un fiato mozzato).

L’immagine è stata “rubata” da Rafaledevent