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Il volto e il corpo dell’altro – 6. Altre filosofie: l’Oriente

lunedì 27 marzo 2017

Chi è l’Oriente?
È l’uomo in giallo
che vestirebbe in rosso se potesse
e porta in scena il sole

Chi è l’Occidente?
È l’uomo in rosso
che se potesse vestirebbe in giallo
e che di nuovo lo conduce via.
[E. Dickinson]

Ovviamente quando parliamo di Oriente indichiamo un termine o un concetto che ha il suo proprio reciproco in Occidente, senza il quale non starebbe nemmeno in piedi – con tutte le difficoltà che ciò comporta: chi designa cos’è Oriente e cos’è Occidente? In teoria dovrebbe esserci un terzo soggetto a dire cos’è l’uno e cos’è l’altro, altrimenti si corre il rischio di una inevitabile relatività della definizione (Oriente è ciò che Occidente considera Oriente – e viceversa, ma per come storicamente è andata è un viceversa debole).
Qui tratteremo Oriente – un po’ come fa l’intellettuale palestinese Edwad Said in Orientalismo, che ne critica il carattere “essenzialistico”, naturale e geografico-culturale – come frutto di una proiezione e di una mentalità: che cosa c’è dietro la categoria (occidentale) di Oriente? Non è forse quella parte di mondo che l’Occidente reputa Oriente, ma che è soprattutto marcata da una presa di distanza, da una negazione e, insieme, dall’attribuzione unilaterale di connotati immaginari?
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METTA SUTRA

venerdì 28 settembre 2007

More than 100,000 people protested against the junta in Rangoon today.

Ho sempre pensato che in ogni rivolta, jacquerie, sollevazione popolare, a maggior ragione in ogni rivoluzione – che ha bisogno di una buona dose di organizzazione e di progettualità – ci fosse bisogno di un certo livello di violenza. Storicamente è così: se si vuole rompere con una struttura sociale ingiusta o intollerabile, la violenza è, ahimé, quasi sempre inevitabile e necessaria. E’ nelle cose, nella loro rigidità e inerzia, nella resistenza che la struttura sociale ingiusta offre ai suoi oppositori. Banalmente: nessun potere si fa scalzare pacificamente, a meno che non imploda. E’ una legge della storia, che ci piaccia o no. D’altra parte le leggi della storia possono anche essere modificate da chi le ha fatte, cioè dagli umani stessi. Gandhi, Martin Luther King, Nelson Mandela ci hanno provato. E’ vero, non è che le cose siano poi così cambiate in meglio, ma d’altra parte nemmeno gli “inevitabili” spargimenti di sangue hanno portato da qualche parte.

Non so dove porterà questa sacrosanta e pacifica rivolta all’insegna del “Metta sutra”, cioè dell’amore, della benevolenza e delle buone intenzioni. Stiamo a vedere – purtroppo per ora non possiamo fare molto di più, visto che i governi in genere, tra sanzioni e guerre preventive, combinano solo disastri peggiori. Ma non era di questo che volevo parlare, in realtà.

Non sono un esperto di religioni, tanto meno di religioni orientali, ma del buddismo mi ha sempre colpito il suo essere paradossalmente una religione ateistica, senza dio. Un grosso vantaggio, se si pensa a tutti i danni che le religioni monoteistiche, con la loro pretesa di assolutezza, hanno prodotto nel corso della storia. Gli ebrei con il loro dio guerriero, i cristiani con il padre onnipotente e i musulmani con Allah Akbar hanno causato guerre, crociate, schiavismo e massacri in svariati paesi e continenti per molti secoli. Dio ci guardi dal monoteismo!

L’ascesi è un altro aspetto interessante della tradizione buddista, in questo avvicinabile a una serie di correnti e di pensatori della tradizione filosofica occidentale. Certo, Epicuro non pensava come Siddharta che il mondo fosse innanzitutto dolore, male e tribolazione, però le loro cure e i loro farmaci sono molto simili: meno si desidera, meno si è esposti alla sofferenza. Anche il concetto di “medietà” – la via intermedia tra gli estremi della rinuncia e del godimento – trova una sponda, ad esempio nell’etica aristotelica.

L’elemento forse più lontano dalla filosofia occidentale è quello del nirvana, un concetto poco chiaro su cui le stesse scuole buddiste divergono, tranne che per il comune riconoscimento dello stato di “estinzione del dolore”. Ma anche qui c’è stato un filosofo che lo ha agganciato e fatto proprio. Arthur Schopenhauer conclude la sua opera principale, Il mondo come volontà e rappresentazione, con una apologia della pratica ascetica condotta fino alle sue estreme conseguenze: “per coloro in cui la volontà si è convertita e soppressa, è proprio questo mondo così reale, con tutti i suoi soli e le sue vie lattee, ad essere il nulla” – il Prasna-paramita dei buddhisti, l’al di là di ogni conoscenza. Schopenhauer, che pure predicava bene ma razzolava male, auspica che un po’ di sana saggezza orientale penetri finalmente nelle coriacee e proterve menti degli occidentali, così presi dal loro principium individuationis, con il loro mito del fare, del desiderare, del bramare, dell’accumulare, del volere – io io io, sempre e soltanto io!

Naturalmente né l’ascesi né il nirvana stanno impedendo ai monaci buddisti e al popolo birmano di percorrere le strade per rivendicare alcuni diritti e principii e per affermare la volontà – l’odiata volontà! – di cambiare le cose.

Anyway, free Burma!