Posts Tagged ‘cammino’

Meditabondi animali

venerdì 10 giugno 2011

Approfittando dell’interessante dibattito generato da un post di qualche giorno fa, ho provato a riflettere sulla pratica della meditazione. Ed è subito sorto un problema: un conto è meditare, un altro è riflettere sulla meditazione (o, se è lecito dirlo, meditare sulla meditazione): il pensiero riflessivo tipico della filosofia occidentale (quel che riflette su ogni cosa, perché la mente è portata a pensare di essere una superficie-specchio, una facoltà in grado cioè di recepire e restituire qualsiasi oggetto, sé compresa), ha qualche problema ad affrontare quel che (almeno in parte) ne vorrebbe negare l’assoluta trasparenza ed evidenza. Lati oscuri, opachi, spigolosi o inintelligibili della realtà – la vita o l’esistenza nuda e cruda, che non si fanno certo ridurre all’ordine scientifico, logico, filosofico. La meditazione appare allora come una porta stretta che può essere aperta su questo territorio umbratile e misterioso.
Non intendo qui disquisire in modo approfondito sul significato del termine, o sulla sua fenomenologia – dato per inteso che si tratta di parola (e di concetto) piuttosto stratificato e irriducibile ad un unico significato. Se l’etimo ci rivela la comunanza con la cura (medèri, da una radice indoeuropea che mette insieme i significati di curare e di riflettere), l’esistenza di pratiche così diverse di meditazione (in Occidente come in Oriente – o, meglio, in quello spazio che l’Occidente definisce “Oriente”) induce a sospettare che possano essere raccolte sotto il medesimo nome.
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Trinacriablog – 7. Teoria e prassi del viaggio in generale e di quello siculo in particolare

martedì 1 settembre 2009

EtnaParco dei NebrodiGangi panoramicaGangi vecchi in piazzaMorgantina teatroPiazza Armerina S.Maria della NeveSofianaNoto balconeScicli

Dopo avere percorso oltre mille chilometri di strade secondarie interne alla Sicilia, avere attraversato i Peloritani e i Nebrodi e lambito le Madonie, essere andato alla ricerca del cuore dell’isola (una sorta di centro del suo centro); dopo avere visitato decine di città (molte delle quali piccole e poco note, e forse anche per questo le più belle, poste quasi sempre sopra rocamboleschi colli o poggi), avere ammirato le facciate di centinaia di chiese e palazzate di ogni epoca, veduto cupi dipinti, lignee agonie, gaginiani stucchi, cadenti balconi barocchi; calcato pietre e resti millenari, essermi perso lungo le sfuggenti linee delle colline divorate dal sole o ristorato all’ombra di fitte foreste di eucalipti, di faggi o di pinete… – ebbene, che cosa è rimasto di tutto ciò?

Il viaggio mostra sempre impietoso il lato inesauribile delle cose da attraversare, vedere, conoscere, in qualche raro caso da far proprie – così stridente con la sua natura transeunte ed effimera. Il viaggiatore reca sulla propria fronte il segno del rinvio e della provvisorietà, con quell’impronunciato ma visibile “tanto tornerò” in punta di lingua – anche se sa che non sempre sarà vero o possibile.
Del resto, come si possono visitare integralmente zone, paesi o città che contengono (o che sono contenuti in) luoghi naturali bellissimi, oggetti artistici innumerevoli e incastrati tra di loro come matrioske, spesso pregevoli quando non straordinari? Si può solo restare annichiliti dallo splendore e, storditi, ripetere quell’inutile ritornello: “prima o poi tornerò” – con la cauta aggiunta di un forse (come se tornando anche mille volte cambiasse davvero qualcosa!).

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In itinere (idea per un “conte philosophique”)

lunedì 18 Mag 2009

Coming and Going

Non sa da quanto tempo è in cammino, né dove si trova. Da dove viene, dove va – vecchie domande e reminiscenze, questioni che a onor del vero non lo hanno mai granché interessato, e che quindi gli sfuggono. Dacché ha ricordi, però, sa di avere sempre camminato. Certo, non sa dire quale estensione abbiano questi ricordi, né fino a dove di preciso arrivino. E’ proprio la nozione di tempo che ondeggia nella sua testa. Quel che sa è che: ieri era in cammino, ed anche ieri l’altro; ora è in cammino e tutto sta ad indicare che continuerà ad esserlo anche domani.
Le sue gambe si muovono indipendentemente dalla sua volontà. Vanno, procedono, avanzano, seguitano ad andare e… basta. Ma, da quel che può capire, la sua volontà non è affatto contrariata da questo andare. Le piace. Va dove la portano le sue gambe, i suoi piedi, i suoi passi. L’unica variazione (interna) sta nel ritmo del passo: ora breve ora lungo, ora lento ora accelerato, talvolta cauto più spesso deciso, che in alcuni casi diventa una falcata.
C’è poi l’esterno: le linee del paesaggio variano di continuo, anche se poi in verità ogni variazione finisce per tornare e per essere il medesimo. Un cangiare che è il ritorno dell’identico. Forse la varietà del passo è da mettere in relazione a quella del paesaggio. Ma non ne è così sicuro. Preferisce lasciare in sospeso la questione. Del resto non è che si faccia tutte queste domande.

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