Ma le cose ci hanno sopraffatto

«Ma le cose ci hanno sopraffatto. Mentre le produciamo in massa, ogni giorno in masse più grandi, ci siamo abituati a prendere sul serio solo ciò che è una cosa sufficientemente concreta. Ormai vediamo e udiamo soltanto oggetti. Sentiamo oggetti. Le visioni degli audaci sono piene di oggetti. Tutto è disposto per produrre e distruggere oggetti. La terra, che è un oggetto rotondo, deve finire nelle mani del più avido, e questo è tutto. Gli oggetti, fabbricati in massa, devono essere ripartiti equamente; e questo è tutto. Queste due concezioni, abbastanza estreme, offrono la gradita occasione di distruggere al tempo stesso tutta la vita e gli oggetti.
Dov’è l’uomo che non disprezza le cose, solo perché vuole averle? Dov’è l’uomo che si meraviglia, si meraviglia di ciò che non toccherà mai?»

[E. Canetti]

Le virtù del vegetale

«La lentezza delle piante è il loro maggior vantaggio sugli animali. Le religioni della passività, come il buddhismo e il taoismo, vogliono procurare agli uomini un’esistenza vegetale. Forse non sono consapevoli di questo carattere delle virtù che raccomandano; ma la vita attiva che esse combattono è eminentemente animale. Le piante non sono selvagge; la parte preparatoria o sognante della loro natura prevale di gran lunga su quella volitiva. Ma all’interno della loro sfera hanno qualcosa che ricorda da vicino gli uomini. I loro fiori sono la loro coscienza. A ciò sono giunte prima della maggior parte degli animali, ai quali l’azione non lascia mai tempo per la coscienza. Gli uomini più saggi, che hanno lasciato da un pezzo dietro di sé il tempo delle loro azioni, portano il loro spirito come un fiore. Le piante però hanno molteplici fioriture; il loro spirito è plurale e sembra libero dalla terribile tirannide dell’unitarietà dell’uomo. Il numero Uno ci ha catturato e ora siamo per sempre in sua balìa. Le opere disperse degli artisti hanno qualche somiglianza coi fiori; solo che, mentre la pianta fa nascere sempre la stessa cosa, gli artisti moderni sono scossi dalla febbre del diverso».

(E. Canetti, 1944)

La musica serbatoio di libertà

«La musica è la migliore consolazione già per il fatto che non crea nuove parole. Anche quando accompagna delle parole, la sua magia prevale ed elimina il pericolo delle parole. Ma il suo stato più puro è quando risuona da sola. Le si crede senza riserve, poiché ciò che afferma riguarda i sentimenti. Il suo fluire è più libero di qualsiasi altra cosa che sembri umanamente possibile, e questa libertà redime. Quanto più fittamente la terra si popola, e quanto più meccanico diventa il modo di vivere, tanto più indispensabile deve diventare la musica. Verrà un giorno in cui essa soltanto permetterà di sfuggire alle strette maglie delle funzioni, e conservarla come possente e intatto serbatoio di libertà dovrà essere il compito più importante della vita intellettuale futura. La musica è la vera storia vivente dell’umanità, di cui altrimenti possediamo solo parti morte. Non c’è bisogno di attingervi, poiché esiste già da sempre in noi, e basta semplicemente ascoltare, perché altrimenti si studia invano».

[E. Canetti, La provincia dell’uomo, in Appunti 1942-1993]

Armi impazzite

L’uomo è innamorato delle sue armi. Come opporvisi? – si chiede Canetti nel 1942. Ecco che allora immagina un ingegnoso sistema di dissuasione, un vero e proprio meccanismo di deterrenza e di disinnesco della guerra (guerra che, in un altro appunto, definisce come la più tenace delle religioni – ed è molto interessante registrare oggi questa aspettativa fideistica che tecnoscienza e guerra hanno in comune).
Ma veniamo all’idea di Canetti. La espone così:
«Le armi dovrebbero essere fatte in modo che di tanto in tanto e inaspettatamente si rivolgessero contro chi le adopera. Lo spavento che incutono è troppo unilaterale. Non basta che il nemico agisca con i medesimi mezzi. Bisognerebbe che l’arma stessa possedesse una vita capricciosa e imprevedibile, e che gli uomini dovessero aver paura, più che del nemico, dell’oggetto pericoloso che tengono in pugno».

Arazzi sugli occhi

«Le cariche onorifiche sono per gli imbecilli; meglio vivere nella vergogna che negli onori; soprattutto, niente onorificenze; libertà ad ogni prezzo; per pensare. Gli onori sono appesi come arazzi sugli occhi e sulle orecchie; chi riesce più a vedere, a sentire! Negli onori asfissiano i sogni e si disseccano gli anni buoni».

(Elias Canetti, La provincia dell’uomo)

“L’uomo libero a nessuna cosa pensa meno che alla morte”

(traccia dell’incontro del Gruppo di discussione filosofica del 10 gennaio 2022)

Nonostante Canetti dica in maniera tranchant che la filosofia non ha nulla a che spartire con la morte (semmai la religione), fin dagli inizi i filosofi non hanno fatto altro che misurarsi con la morte e la finitezza umana. Lo hanno fatto nelle maniere più diverse: sostenendo che meditare la morte sia utile al fine di prepararsi ad affrontarla, oppure che sia meglio non pensarvi affatto e rimuoverla dal nostro animo, oppure identificandola come il senso profondo dell’esistenza umana. Ho individuato 7 filosofi (meno uno che non lo è di professione) per 7 idee sulla morte, che ci danno conto di questa varietà di vedute e di sensibilità. Il primo paradosso è che sette morti ci dicano qualcosa sulla morte – e la dicano proprio a noi che non potremo mai saperne nulla, essendo vivi. Per ora. La morte è una soglia che sfugge del tutto alla nostra comprensione.

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(Ir)rilevanza

Uno dei cortocircuiti di quest’epoca schizofrenico-pandemica, è la percezione della rilevanza statistica. Questione tipica ed annosa delle società di massa, che però ha raggiunto ora vertici parossistici.
Da una parte ci si dice che ogni vita ha valore, e che dunque quella che Canetti definiva come scandalosa “conta dei morti”, è inaccettabile. Dall’altra si sente il ritornello della ricorrenza statistica e del rischio calcolabile, e della comparazione dei rischi – com’è ad esempio il caso della vaccinazione di massa (in particolare nel caso del Covid, ovvero di una sperimentazione di massa senza precedenti nella storia).
La nostra è una società essenzialmente fondata sul valore del singolo, che viene prima del collettivo – salvo scoprire che è solo un collettivo brutale a proteggere il singolo dalle crisi estreme, come abbiamo di recente sperimentato.
Dunque, sentire che si è comunque un numero, una probabilità, una ricorrenza statistica genera un profondo malessere – soprattutto quando la ricorrenza non è astratta, il “prossimo”, ma sono io o uno dei miei cari.
Occorre infine ricordare che è nella natura delle società di massa essere trattate come “popolazione” – ce lo ricorda Foucault – e che dunque “io” sono uno dei numeri e delle variabili della popolazione, né più né meno. E che una pandemia – da questo punto di vista – non uccide dei singoli, ma modifica le statistiche demografiche, abbassando l’aspettativa di vita.
Infine, elemento più brutale e duro da accettare: in quanto nati (e finiti e fragili e limitati) siamo sempre esposti al rischio, a prescindere dalla sua calcolabilità, prevedibilità, e da tutte le strategie protettive o di profilassi messe in campo – anche nel più efficiente degli stati sociali. Siamo mortali. Destinati a morte certa. Inutile rimuoverlo.

Insensatezza

Quando lo scorso marzo fu abbastanza chiaro che stavamo per entrare in una dimensione storico-esistenziale inusitata – un evento come ne capitano uno o due in una vita o in un secolo – la parola che più mi parve appropriata per definire lo stato emotivo nel quale ci trovavamo fu straniamento. Subito dopo pensai all’ignoto (toccati dall’ignoto, come dice Canetti, con il paradosso che una delle cose più vietate ed inibite era proprio il toccare l’altro, e persino il toccarsi: non il volto, non gli occhi, non la bocca, e comunque non prima di essersi purificati le mani).

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Ancora su Agamben

Ho avuto ieri una lunga chiacchierata tramite telefono con un’amica filosofa su Giorgio Agamben. Con tutto quello di cui uno potrebbe parlare, si dirà…
Son tempi strani, torti e contorti. E Agamben contribuisce a contorcere ancora di più la situazione. La mia amica, che ha letto quasi tutto di Agamben e lo conosce meglio di me, mi dice che le sue uscite sull’epidemia di queste settimane non la convincono per nulla.
Io le ho esposto qual è il mio pensiero in merito, e cioè che del suo discorso mi pare importante la denuncia della scissione tra bios e zoè, tra la vita complessa di cui ciascuno di noi è portatore e la sua mera riduzione a corpo biologico-animale, nuda vita. D’altro canto sono altrettanto convinto che lo stato biopolitico non vada per il sottile, e che in una logica immunitaria di addomesticamento (quella detestata da Nietzsche, per intendersi), quella scissione è inevitabile. Il sospetto, poi, che l’uomo totale sia solo una finzione (o una proiezione utopica, quando va bene) sta sempre sullo sfondo.
La domanda che Agamben con i suoi interventi urticanti ha posto agli uomini-massa è dunque la seguente: vi sta bene che venga sequestrata una parte rilevante, se non essenziale, della vostra individualità – libertà di movimento e di relazione – al fine di proteggere un supposto bene maggiore (il vostro mero corpo), e, ancor più, il corpo sociale?
La sua risposta – irrisa da molti, ma non da tutti – è stata no, a me non sta bene.
Ora, la mia amica ha argomentato che trova debolissime queste sue argomentazioni per varie ragioni, che cerco di ricostruire – in modo sintetico – a modo mio. Queste sono, più o meno, le conclusioni a cui siamo addivenuti:

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