La più deprimente di tutte le saghe

Due appunti di Canetti sulla storia, risalenti al 1950:

«Darei molto se potessi disimparare a vedere il mondo nella prospettiva della storia. Questa divisione per anni è miserevole, tanto più quando si estende alla vita degli animali e delle piante nei periodi in cui non era ancora gravata della nostra presenza. La corona della tirannia umana è il computo degli anni; la più deprimente di tutte le saghe è quella che racconta che il mondo sarebbe stato creato per noi».

Ovviamente noi oggi sappiamo – dovremmo saperlo per lo meno dai tempi di Spinoza – che non siamo affatto il fine della vita o della creazione, e che il nostro impero nell’impero è fasullo; eppure né la conoscenza, né lo scetticismo, nemmeno un fugace sospetto scalfisce la credenza di fondo, e così ci comportiamo come se fossimo davvero i padroni del tempo e dello spazio storico. E come se la storia non potesse procedere altrimenti che così. Canetti fa a tal proposito un’ulteriore osservazione:

«La storia presenta tutto come se niente si fosse potuto svolgere altrimenti. Invece si sarebbe potuto svolgere in cento modi. La storia si mette dalla parte di quel che è avvenuto e lo distacca dal non avvenuto costruendo solide connessioni. Tra tutte le possibilità si basa su quella sola che è sopravvissuta. Così agisce sempre la storia, come se fosse dalla parte dell’avvenimento più forte, cioè di quello realmente avvenuto; non sarebbe potuto rimanere non avvenuto, doveva avvenire».

La filosofia per Canetti

«Ogni pagina di un’opera filosofica, dovunque la si apra, ha un effetto calmante: le fitte maglie di una rete che fu così palesemente tessuta al di fuori della realtà, il prescindere dal momento, questo grandioso disprezzo per il mondo dei sentimenti, che pure continua ad avere le sue maree nel filosofo stesso, questa sicurezza di un’apparenza che smaschera se stessa in una contro-apparenza, ma non per questo scompare, questo incessante intreccio con tutti i pensieri del passato, al punto che li si può afferrare e fiutare: questo tipo di stuoia, proprio questo tipo, viene intrecciata da migliaia di anni e solo i disegni cambiano; quale arnese si è conservato meglio? quale altro vasellame ha continuato a essere prodotto senza interruzioni sempre nel medesimo modo? Di qualunque filosofia ci si occupi, di questa perché la si conosce meglio, di quella perché non la si conosce affatto, in fondo è sempre la stessa cosa: dare spicco a poche, contate parole, che si sono nutrite dei succhi di tutte le altre, e farle procedere per sinuosi meandri».

[Canetti, Appunti, 1947]

 

Ma le cose ci hanno sopraffatto

«Ma le cose ci hanno sopraffatto. Mentre le produciamo in massa, ogni giorno in masse più grandi, ci siamo abituati a prendere sul serio solo ciò che è una cosa sufficientemente concreta. Ormai vediamo e udiamo soltanto oggetti. Sentiamo oggetti. Le visioni degli audaci sono piene di oggetti. Tutto è disposto per produrre e distruggere oggetti. La terra, che è un oggetto rotondo, deve finire nelle mani del più avido, e questo è tutto. Gli oggetti, fabbricati in massa, devono essere ripartiti equamente; e questo è tutto. Queste due concezioni, abbastanza estreme, offrono la gradita occasione di distruggere al tempo stesso tutta la vita e gli oggetti.
Dov’è l’uomo che non disprezza le cose, solo perché vuole averle? Dov’è l’uomo che si meraviglia, si meraviglia di ciò che non toccherà mai?»

[E. Canetti]

Le virtù del vegetale

«La lentezza delle piante è il loro maggior vantaggio sugli animali. Le religioni della passività, come il buddhismo e il taoismo, vogliono procurare agli uomini un’esistenza vegetale. Forse non sono consapevoli di questo carattere delle virtù che raccomandano; ma la vita attiva che esse combattono è eminentemente animale. Le piante non sono selvagge; la parte preparatoria o sognante della loro natura prevale di gran lunga su quella volitiva. Ma all’interno della loro sfera hanno qualcosa che ricorda da vicino gli uomini. I loro fiori sono la loro coscienza. A ciò sono giunte prima della maggior parte degli animali, ai quali l’azione non lascia mai tempo per la coscienza. Gli uomini più saggi, che hanno lasciato da un pezzo dietro di sé il tempo delle loro azioni, portano il loro spirito come un fiore. Le piante però hanno molteplici fioriture; il loro spirito è plurale e sembra libero dalla terribile tirannide dell’unitarietà dell’uomo. Il numero Uno ci ha catturato e ora siamo per sempre in sua balìa. Le opere disperse degli artisti hanno qualche somiglianza coi fiori; solo che, mentre la pianta fa nascere sempre la stessa cosa, gli artisti moderni sono scossi dalla febbre del diverso».

(E. Canetti, 1944)

La musica serbatoio di libertà

«La musica è la migliore consolazione già per il fatto che non crea nuove parole. Anche quando accompagna delle parole, la sua magia prevale ed elimina il pericolo delle parole. Ma il suo stato più puro è quando risuona da sola. Le si crede senza riserve, poiché ciò che afferma riguarda i sentimenti. Il suo fluire è più libero di qualsiasi altra cosa che sembri umanamente possibile, e questa libertà redime. Quanto più fittamente la terra si popola, e quanto più meccanico diventa il modo di vivere, tanto più indispensabile deve diventare la musica. Verrà un giorno in cui essa soltanto permetterà di sfuggire alle strette maglie delle funzioni, e conservarla come possente e intatto serbatoio di libertà dovrà essere il compito più importante della vita intellettuale futura. La musica è la vera storia vivente dell’umanità, di cui altrimenti possediamo solo parti morte. Non c’è bisogno di attingervi, poiché esiste già da sempre in noi, e basta semplicemente ascoltare, perché altrimenti si studia invano».

[E. Canetti, La provincia dell’uomo, in Appunti 1942-1993]

Armi impazzite

L’uomo è innamorato delle sue armi. Come opporvisi? – si chiede Canetti nel 1942. Ecco che allora immagina un ingegnoso sistema di dissuasione, un vero e proprio meccanismo di deterrenza e di disinnesco della guerra (guerra che, in un altro appunto, definisce come la più tenace delle religioni – ed è molto interessante registrare oggi questa aspettativa fideistica che tecnoscienza e guerra hanno in comune).
Ma veniamo all’idea di Canetti. La espone così:
«Le armi dovrebbero essere fatte in modo che di tanto in tanto e inaspettatamente si rivolgessero contro chi le adopera. Lo spavento che incutono è troppo unilaterale. Non basta che il nemico agisca con i medesimi mezzi. Bisognerebbe che l’arma stessa possedesse una vita capricciosa e imprevedibile, e che gli uomini dovessero aver paura, più che del nemico, dell’oggetto pericoloso che tengono in pugno».

Arazzi sugli occhi

«Le cariche onorifiche sono per gli imbecilli; meglio vivere nella vergogna che negli onori; soprattutto, niente onorificenze; libertà ad ogni prezzo; per pensare. Gli onori sono appesi come arazzi sugli occhi e sulle orecchie; chi riesce più a vedere, a sentire! Negli onori asfissiano i sogni e si disseccano gli anni buoni».

(Elias Canetti, La provincia dell’uomo)

“L’uomo libero a nessuna cosa pensa meno che alla morte”

(traccia dell’incontro del Gruppo di discussione filosofica del 10 gennaio 2022)

Nonostante Canetti dica in maniera tranchant che la filosofia non ha nulla a che spartire con la morte (semmai la religione), fin dagli inizi i filosofi non hanno fatto altro che misurarsi con la morte e la finitezza umana. Lo hanno fatto nelle maniere più diverse: sostenendo che meditare la morte sia utile al fine di prepararsi ad affrontarla, oppure che sia meglio non pensarvi affatto e rimuoverla dal nostro animo, oppure identificandola come il senso profondo dell’esistenza umana. Ho individuato 7 filosofi (meno uno che non lo è di professione) per 7 idee sulla morte, che ci danno conto di questa varietà di vedute e di sensibilità. Il primo paradosso è che sette morti ci dicano qualcosa sulla morte – e la dicano proprio a noi che non potremo mai saperne nulla, essendo vivi. Per ora. La morte è una soglia che sfugge del tutto alla nostra comprensione.

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(Ir)rilevanza

Uno dei cortocircuiti di quest’epoca schizofrenico-pandemica, è la percezione della rilevanza statistica. Questione tipica ed annosa delle società di massa, che però ha raggiunto ora vertici parossistici.
Da una parte ci si dice che ogni vita ha valore, e che dunque quella che Canetti definiva come scandalosa “conta dei morti”, è inaccettabile. Dall’altra si sente il ritornello della ricorrenza statistica e del rischio calcolabile, e della comparazione dei rischi – com’è ad esempio il caso della vaccinazione di massa (in particolare nel caso del Covid, ovvero di una sperimentazione di massa senza precedenti nella storia).
La nostra è una società essenzialmente fondata sul valore del singolo, che viene prima del collettivo – salvo scoprire che è solo un collettivo brutale a proteggere il singolo dalle crisi estreme, come abbiamo di recente sperimentato.
Dunque, sentire che si è comunque un numero, una probabilità, una ricorrenza statistica genera un profondo malessere – soprattutto quando la ricorrenza non è astratta, il “prossimo”, ma sono io o uno dei miei cari.
Occorre infine ricordare che è nella natura delle società di massa essere trattate come “popolazione” – ce lo ricorda Foucault – e che dunque “io” sono uno dei numeri e delle variabili della popolazione, né più né meno. E che una pandemia – da questo punto di vista – non uccide dei singoli, ma modifica le statistiche demografiche, abbassando l’aspettativa di vita.
Infine, elemento più brutale e duro da accettare: in quanto nati (e finiti e fragili e limitati) siamo sempre esposti al rischio, a prescindere dalla sua calcolabilità, prevedibilità, e da tutte le strategie protettive o di profilassi messe in campo – anche nel più efficiente degli stati sociali. Siamo mortali. Destinati a morte certa. Inutile rimuoverlo.