Posts Tagged ‘canzoni’

Si par hasard

sabato 21 aprile 2012

Canticchio da qualche tempo una certa canzone di Georges Brassens. A ricordarci ogni tanto che siamo schiacciati tra terra e cielo, e che per quanto ci eleviamo siamo destinati, prima o poi, a precipitare. E a finire inesorabilmente sotto due metri di terreno. O a rivolare con lo stesso vento che ci ha portato da queste parti, cenere alla cenere.
Ma le parole di Brassens son più precise e ficcanti, soprattutto meno roboanti. E disegnano la scena con gusto divertito e un po’ spaccone. Preferisco quindi, meno esistenzialisticamente e più anarchicamente, sbatterle sul muso di chi si crede chissacchì, dei palloni gonfiati, delle gran dame altezzose, dei probi che stanno sulla cresta dell’onda – dei fâcheux, dei seccatori, degli stronzi e dei rompicoglioni. Poiché il vento se ne frega dei loro orpelli e della loro boria – è lui il vero borioso, e mentre fa volare gonne e cappelli, soffia forte in faccia ai potenti (anche quelli di piccolo calibro, che talvolta sono i peggiori) i suoi sberleffi. Perché lui è veramente maraud. Briccone, imprevedibile, marrano.
E allora c’è da augurarsi che il medesimo vento soffi forte in questi giorni sulle terre di Francia, e di riflesso sull’Europa, fino a lambire il nostro stanco 25 aprile.  E che furibondo si metta ad arruffare alberi, depredare tetti, sollevar vestiti. E allora sì che ce la rideremo di gusto: e io trovo – come canta il poeta francese – che sia semplicemente giusto.

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La gioiosa immanenza di Gaber

martedì 10 agosto 2010

(Avevo la testa piena di cose e di pensieri. Accumuli in procinto di deflagrare.  Una fatale precipitazione prima della sospirata, e però tardiva, vacatio estiva. Quell’affollarsi convulso e compulsivo che necessita di repentino svuotamento. Pena la paralisi. O la pazzia.
Poi, d’un tratto, mi viene da canticchiare una canzone. “Da solo, lungo l’autostrada, alle prime luci del mattino…”.

Niente come L’illogica allegria gaberiana rappresenta meglio, in questo momento, la tonalità emotiva con la quale abbandono le stanche ed estenuate terre padane, per approdare alla mia immobile isola incantata. Sempre se gli dèi vorranno.
E sto bene. Ora. Qui.
Nel mio luogo naturale.
Che è poi ogni luogo.
Nel mio tempo naturale.
Che è poi ogni tempo.
Un insulso e solitario sentire,  che è però l’affacciarsi sulla balaustra da cui, forse, poter contemplare l’eterno.
Sì, io sto bene, proprio ora, proprio qui).

***

Da solo lungo l’autostrada
alle prime luci del mattino…
a volte spengo anche la radio
e lascio il mio cuore incollato al finestrino…

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Gli eroi son tutti giovani e belli

lunedì 14 giugno 2010

“Così, disco e vino, siano alla vostra salute”. Sono le parole con cui Francesco Guccini – che oggi compie 70 anni tondi tondi – concludeva la presentazione dell’album Radici, uscito nel 1972. Ho qui davanti a me il disco – un vinile addirittura in due copie, non so bene perché – con quella foto seppia in copertina che ritrae gli antenati dell’autore. All’epoca avevo solo 10 anni, e probabilmente nemmeno sapevo chi fosse Guccini. Ma quando più tardi lo scoprii, queste sette canzoni – alcune interminabili – costituirono per me un vasto e prezioso continente storico ed emotivo da esplorare. La memoria, trasfigurata e filtrata dalla biografia, mi veniva consegnata a piene mani nel modo più generoso e inaspettato. Non ci sarebbe stata parola, verso, sentimento che io non avrei condiviso o nelle quali non mi sarei riconosciuto: ognuna di quelle canzoni, come mappe preziose dell’esistenza, mi avrebbe solcato la pelle e attraversato le viscere, fino a scuotermi e darmi i brividi.
Le cantai e ricantai fino alla spasimo, imparandole a memoria (all’epoca ne avevo parecchia). E quando verso i 17-18 anni decisi che mi sarebbe piaciuto fare il cantautore,  e mi misi a scrivere canzoni impegnate e ricolme di sofferta esistenza, poiché mi dava qualche problema la mia “erre” affetta da rotacismo, mi consolai pensando proprio a Guccini: dopotutto, se lo fanno cantare e gli permettono di incidere dischi con quella erre lì, perché non potrei farlo anch’io?

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