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Ho un problema

giovedì 25 aprile 2013

25aprile

Ho un problema -
(e non vorrei averne in un giorno come questo, che è l’unico dell’anno, insieme al primo maggio, che sul mio calendario è segnato in rosso, rosso sangue per la precisione).
Ho un problema -
con lo stato e con le istituzioni nate dalla Resistenza (ovviamente il problema non ce l’ho con la Resistenza).
Ho un problema con i partiti che derivano da quelli che la Resistenza l’hanno fatta (mentre con gli altri, quelli che non, non ho nessun problema, il problema semmai ce l’hanno loro).
Ho un problema con il capo dello stato.
Ho un problema con il parlamento.
Ho un problema con la magistratura.
Avrò un problema con il governo, chiunque sarà a presiederlo.
Ho un grossissimo problema con quel che rimane della sinistra.
Ho un problema con questa repubblica. E con tutti gli adulti e vaccinati che la popolano (mentre non ho nessun problema con i loro bambini, ma ce l’avrò a breve, immagino).
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L’anima? Nient’altro che un grafema!

mercoledì 21 marzo 2012

[Sommario: New Realism - Dualismo immaginario - La lettera e lo spirito - Mente-tabula - Lo spirito in un iPad - Il corpo di Spinoza - La macchina di Cartesio - L'automa di Leibniz - Homme machine - L'osso hegeliano - Scritture essoteriche]

Ho letto con molto interesse Anima e iPad di Maurizio Ferraris. Mi è piaciuto innanzitutto il tono ben poco accademico, non so dire se per le eventuali contaminazioni popsophiche o per quel piglio militante che fa dell’autore uno dei più convinti assertori del cosiddetto nuovo realismo in filosofia (so che è uscito in questi giorni per Laterza il suo Manifesto del nuovo realismo, i cui contenuti essenziali si trovavano già in un articolo comparso su La Repubblica dell’8 agosto 2011 ). Il costante riferimento a pratiche sociali, linguaggi audiovisivi, film, letteratura, canzoni, fatti di cronaca e aneddoti rende piacevole la lettura, anche se immagino possa far storcere il naso a certi filosofi un po’ ingessati, nonostante l’eventuale professione di postmodernismo. Comunque mi interessa poco dare etichette o valutare le mode filosofiche del momento, e dunque vado subito al nocciolo.
Le tesi di fondo – per lo meno quelle che mi sembrano più interessanti e in sintonia con le questioni più volte discusse in questo blog – sono almeno due, che è poi una soltanto, e che si può inscrivere nel dibattito su che cosa si debba intendere per natura umana, e, conseguentemente, sulla peculiarità spirituale delle produzioni umane:
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Introduzione alla filosofia – 4. La filosofia moderna

lunedì 21 marzo 2011

Il nodo principale che affronteremo questa sera, e che attraversa tutta la filosofia moderna, specialmente da Cartesio in poi, riguarda il rapporto tra soggetto e oggetto. La costituzione di questi due termini e la loro cangiante e problematica relazione.

1. Medioevo e modernità
Ma facciamo prima qualche passo indietro.
Ci siamo lasciati alle spalle un intero millennio, quello che è stato definito Medio-evo, età di mezzo. L’età che separa l’antichità (o la classicità) da quella che evidentemente si ritiene una nuova era (guarda caso in concomitanza con la scoperta – o meglio, la conquista – di un Nuovo Mondo).
Possiamo schematizzare questo passaggio con una successione categoriale di ciò che catalizza l’attenzione dei filosofi, e di ciò che finisce per caratterizzare lo spirito delle epoche che si vanno succedendo:

Dio – natura – uomo

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Sum ergo cogito (aliquando)

giovedì 10 giugno 2010

(Con buona pace di Cartesio…)

Sono terra
i passi che la calcano
le foglie che calpesto
la polvere che sta all’inizio
e alla fine
la trasmutazione degli elementi
i corpi che ingoio
i corpi che ingoiano me
la sostanza di cui tutte le cose son fatte
io tra tutte le cose
tutte le cose in me
muto e riposo
dalla/sulla/nella/sotto
terra

Sono acqua
circolazione di liquidi
fiumi e cascate
che sento percorrermi le viscere
o gocce impercettibili
liquefazione nel caldo
solidificazione nel gelo
tutt’uno con lo scorrere
delle cose
del tempo
arché e destinazione
fino al grande mar
dell’essere

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Lezione spinozista 8 – Sub specie aeternitatis

martedì 20 aprile 2010

Philosophieren ist spinozieren
(G.W.F. Hegel)

Come farò a dire qualcosa di sensato sulla parte quinta dell’Etica?
C’è come una tensione sotterranea che corre in queste (peraltro non molte) pagine conclusive della grande opera di Spinoza, un voler riannodare tutti i fili, per farli convergere verso un esito unitario, che era poi anche il fuoco dell’inizio: quel Dio-sostanza da cui tutto era partito, contemplabile con un vero e proprio salto mortale ed attraverso una modalità inedita dello sguardo sulle cose e sul mondo – sub specie aeternitatis, nientemeno!
Com’è concepibile il punto di vista dell’eternità? Questo il nodo che Spinoza vuole qui sciogliere. Al che vien da chiedersi: che c’entra tutto questo discorso con quell’ampia parte dell’Etica che tratta di passioni, di corpi, di desideri, letizia, tristezza, e di tutte le forze che nel basso ventre della materia e della natura si agitano? Che rapporto possiamo mai avere – noi umani, animali tra gli animali, enti tra gli enti, modi transeunti e oscillanti dell’essere – con quella categoria altisonante che definiamo Eterno?

Come sempre la risposta (o meglio l’indizio per provare a rispondere) ci vengono dati lateralmente, in un qualche luogo del testo apparentemente secondario, magari uno scolio o un corollario, come ad esempio il seguente:

Ma si può obiettare che se intendiamo Dio come causa di tutte le cose, lo consideriamo, per ciò stesso, come causa della Tristezza. Ma a questo rispondo che, in quanto noi comprendiamo le cause della Tristezza, in tanto essa cessa di essere una passione, ossia cessa di essere Tristezza; e perciò, in quanto comprendiamo che Dio è causa della Tristezza, noi ci rallegriamo. (Scolio prop. XVIII)

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Terza cronaca: bambini cartesiani, pitagorici e spinozisti

lunedì 28 dicembre 2009

Incontro troppo didattico il terzo, quasi una lezione. Non può funzionare, e infatti non funziona. D’accordo le grandi domande, l’inizio dell’universo, l’arché o il big-bang (un nome che fa sempre molto effetto) in salsa greca. Però… Vabbé, io ci provo lo stesso: “adesso vi racconto alcune delle ipotesi fatte dai primi filosofi greci“.
Per cominciare l’acqua di Talete. Come mai proprio l’acqua? Alcune risposte arrivano. Sui quattro elementi di Empedocle hanno un bel po’ di reminiscenze che risalgono alla prima elementare, e funzionano sempre (le insegnanti hanno una strana predilezione per i quattro elementi…). Quando tiro fuori la faccenda dell’odio e dell’amore, però, rimangono un po’ perplessi. Glieli ritraduco come attrazione e separazione, ma cominciano a dar segni di cedimento.
Quasi nessuno, con mia sorpresa, ha sentito parlare di atomi, e quindi non è facile far passare anche Democrito. Rinuncio alla quarta ipotesi – quella di Pitagora (che però conoscono e associano correttamente a numeri e forme geometriche) e mi accingo a salutarli. Tra l’altro sono troppo agitati, si distraggono facilmente, sarebbe del tutto inutile proseguire.
(Anche se sono molto soddisfatto perché una bambina è riuscita a seguirmi fino in fondo ed è arrivata con la sua testa alla conclusione che visto che il nulla è uno scandalo per i primi filosofi greci – questa faccenda del nulla li ha molto colpiti, lo tirano fuori ogni due minuti! – che dal nulla non può venir fuori qualcosa, allora non resta che pensare che il mondo è da sempre, è eterno. Mi dovrò accontentare di questa – solitaria – conclusione, poco condivisa dagli altri).
Faccio, appunto per andarmene, quando un’altra ragazzina, rossa come un peperone, mi blocca e mi chiede di spiegarle l’espressione, che una delle maestre aveva maldestramente utilizzato alcuni giorni prima, cogito ergo sum.
“‘Sti cazzi!” – penso io (penso, mica lo dico, ovvio).

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IL CUORE DI CARTESIO

lunedì 27 ottobre 2008

Nel rileggere il Discorso sul metodo di René Descartes, molto più delle pur geniali intuizioni della seconda e della quarta parte, mi hanno colpito e fatto riflettere le pagine della quinta parte, là dove viene descritto con grande perizia il funzionamento del cuore e del sistema circolatorio. Mi sono quindi chiesto perché mai Cartesio abbia scelto di inserire quel piccolo trattato a sé stante, all’interno di un testo teorico e introduttivo al discorso filosofico e scientifico in generale. Vi sono alcune risposte possibili: la più ovvia è quella dell’illustrazione pratica di quei principi. Dopo averli brevemente elencati, vengono messi subito all’opera. C’è poi la questione del rapporto tra metodo deduttivo (utilizzato specialmente nella parte quarta) e metodo induttivo. Ed infine, non ultimo, l’esposizione di un esempio insieme utile ed interessante di applicazione della teoria meccanicistica. Ma ripercorriamo brevemente il Discorso, esponendone gli snodi e i principi fondamentali, prima di provare a rispondere.

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ESTI’ GAR EINAI (ovvero della crepa nell’essere di Parmenide)

lunedì 6 ottobre 2008

L’ontologia è quella “parte della metafisica che studia l’essere come nozione universale”. Il termine è stato costruito nel XVII secolo da un certo Clauberg, a partire dal greco òntos, genitivo di on = “l’essere”. Ma la “scienza” o il “discorso sull’essere”, sorge molto prima, e con potenza inaudita, evocata dai versi del poema di Parmenide, filosofo greco (della Magna Grecia) vissuto nel V secolo a.C.
Non è qui nemmeno il caso di soffermarsi sulla storia della questione parmenidea (dal parricidio di Platone al pensiero di Emanuele Severino). Quello su cui vorrei riflettere è da una parte la forza dell’argomentazione di Parmenide, dall’altra il problema del cominciamento di un discorso filosofico fondato che quella pone in campo (e non risolve).
Parmenide prospetta due strade: quella della verità – “l’immobile cuore della verità perfettamente rotonda” – e quella della doxa, delle “opinioni dei mortali” (non diversamente farà Platone).

“Occorre dire e pensare che l’essere è;
esiste infatti l’essere;
ma il nulla non esiste”.

Questa è la verità dal cuore non tremante, salda, irremovibile, inconcussa, come è saldo, irremovibile, inconcusso l’essere, “immobile nei limiti di immense catene”. Esso è ingenerato, eterno, interminato – col che vengono negati in quanto verità (non in quanto apparenze) il movimento, il divenire, la molteplicità. L’essere è. Nient’altro si può dire o aggiungere o sottrarre nel campo della verità necessaria. Tutto quello che è fuori dal suo cerchio è apparenza, illusione, errore.

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