Posts Tagged ‘causalità’

The Giver: i doni avvelenati della perfezione

sabato 15 novembre 2014

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The Giver non è soltanto un piccolo romanzo distopico (uno dei tanti, per un genere che pare “tirare” parecchio, specie nelle trasposizioni cinematografiche), ma ha dei tratti propriamente disfilosofici (anfibolici, ovvero paradossali) parecchio interessanti. Mi spiego.
Premessa: nulla di originalissimo, ovviamente, anche perché il filone distopico ha ormai una lunga e robusta tradizione, però qui l’autrice (Lois Lowry, che lo aveva scritto ormai vent’anni fa) immagina e concepisce con semplicità – e forse con qualche elemento di novità – una alternativa secca tra perfezione e imperfezione (un po’ come avverrà nel film huxleyano Gattaca, tra validi e non validi). E lo fa con un linguaggio piano e a tratti fiabesco – tant’è che il libro viene originariamente incasellato nel genere “fantascienza per ragazzi”, confine che finisce per stargli stretto.
Il mondo sociale che si pensa di avere edificato ha tutte le caratteristiche della razionalità (più pratica che teorica), dell’uniformità, della precisione linguistica (evocata molto suggestivamente da un padre lontano delle distopie, qual è Swift), del controllo-prosciugamento delle passioni (antico sogno stoico), del controllo del pianeta, dell’eugenetica, e così via.
Non si nasce e non si muore a caso, e a maggior ragione si vive organici, coesi ed organizzati.
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Amletismi – 20

lunedì 16 giugno 2014

Si constata da qualche decennio un profondo cambiamento nella concezione del tempo (per lo meno in relazione a quella affermatasi in epoca moderna). Non siamo ancora in grado di comprendere se si tratti davvero di una trasformazione epocale o di qualcosa di passeggero. Si sostiene a tal proposito che invece di una concezione cronologica, sequenziale, causale, diacronica, se ne starebbe affermando una sincronica, in cui i fatti non avvengono più secondo un ordine evolutivo e temporale, ma starebbero tutti sul medesimo piano, come in una rete di contemporaneità che li tiene (o li frulla) insieme. Le ideologie della fine della storia, della comunicazione veloce ed immediata, della interconnessione in rete porterebbero abbondante acqua al mulino di questa nuova forma del tempo – un eterno presente senza più spessore, con un passato ed un futuro che si assottigliano e che vengono fagocitati in una contemporaneità pressoché assoluta.
In genere tali riflessioni hanno carattere critico, di preoccupazione se non addirittura di ripulsa. Ma se invece non fosse poi così male? Se anzi tale processo finisse per spostare l’asse dalla verticalità (delle cause e dei valori) all’orizzontalità (delle connessioni)? Dalla trascendenza all’immanenza? Dalle gerarchie all’uguaglianza? Da un’ottusa e guerrafondaia ideologia del progresso ad una pacifica coesistenza?

Genealogia del piatto

venerdì 3 agosto 2012

Mi è sempre assai piaciuto il termine eziologia. Sembra una parola complicata, ma in realtà non lo è per nulla, anzi è il termine che indica la necessità di veder chiaro nelle cose, di andare alla loro radice, di verificare da dove esse saltino fuori. Viene dal greco aitìa – causa – e quel logia finale lo rende un po’ pomposo, perché suona come “scienza” o “studio” o “discorso” intorno alla causa. Se ne fa un uso forse prevalente in medicina: l’eziologia di una malattia è praticamente la singola malattia in tutte le sue concause, variabili e manifestazioni (in pratica quasi un sinonimo di patologia).
Mi è venuto in mente l’altro giorno mentre mangiavo. Ebbene sì, mi succede di filosofare anche mentre mangio. Del resto niente di strano: i greci filosofavano a cena, sbevazzando, camminando e persino – come ci insegna il mio mentore Diogene – pisciando e defecando. Cercavo nel mio piatto – peraltro molto colorato e gustoso – le antiche cause di quel che stavo sentendo, gustando, vedendo, percependo e pensando in quel momento. Eziologia: forse addirittura genealogia di quel che andavo, forchettata dopo forchettata, portando alla bocca.
Ed ecco che uno dei problemi più gravi del nostro tempo è saltato fuori in maniera chiara – letteralmente dal piatto (more…)

Introduzione alla filosofia – 2. I “giganti”: Socrate, Platone, Aristotele

lunedì 21 febbraio 2011

Noi siamo come nani sulle spalle di giganti
così che possiamo vedere più cose di loro
e più lontante, non certo per l’altezza del
nostro corpo, ma perché siamo sollevati
e portati in alto dalla statura dei giganti

(Bernardo di Chartres)

Socrate non è una dottrina, è una vita
(A. Banfi)

Mi tremano le vene dei polsi se penso che dovrò parlare, in poco più di un’ora, di Socrate, Platone, Aristotele – cioè delle tre figure più influenti, nel bene e nel male, di tutta la filosofia occidentale.
Comunque ci piazzeremo comodamente come nani sulle spalle dei tre “giganti”: la celebre metafora, che risale al filosofo medioevale Bernardo di Chartres, illustra chiaramente la situazione nella quale ci troviamo quando ci confrontiamo con la tradizione (sia essa quella di artisti o pensatori, così come della specie più in generale). Rispetto, riverenza, imbarazzo, persino impotenza (hanno già detto, fatto e pensato tutto loro!) – ma, anche, la capacità di essere fortunati e di poter guardare più lontano. Oltretutto è un’immagine particolarmente calzante per i tre filosofi di cui parleremo, dato che gran parte delle questioni filosofiche e dei relativi termini, l’idea stessa di discussione filosofica, una certa figura di filosofo, nascono proprio con loro.

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Ciclohasard!

giovedì 19 novembre 2009

Mi hanno sempre colpito il concetto di caso (e quello collaterale anche se non coincidente di contingenza), così come la categoria logica di necessità (piuttosto freddina e austera) e quella un po’ irrazionale, ma tanto utilizzata dagli umani, di destino. Sia in ambito storico che nelle nostre piccole e poco importanti vicende quotidiane, ne facciamo abbondante uso. Il nostro esserci, in quanto esser nati, è molto contingente (l’estro  momentaneo o la sbronza di una sera, più l’incontro del tutto casuale di materia organica), ma una volta che siamo al mondo ci sentiamo legati dalla necessità (dobbiamo nutrirci, respirare e prima o poi morire). Tra l’inizio e la fine, poi, arzigogoliamo e ricamiamo ed immaginiamo non poco su quell’arco vitale, cui cerchiamo di dare un senso, una direzione, farfugliando talvolta la parola “destino”.
Io credo tanto poco al destino quanto a babbo natale – se per destino si intende una sorta di pre-scrittura della trama, un disegno anche solo abbozzato. Certo, le condizioni date ci faranno andare in una direzione piuttosto che in un’altra, ma poi c’è sempre quell’elemento contingente e casuale (il lucreziano clinàmen) ad intervenire e a scompaginare i piani: l’incontro con una persona, con un evento – od anche con un macigno che ci cade sulla testa…

Il cappello serviva ad introdurre una specie di riflessione generale su questi temi, che parte dall’analisi particolare del mio quarto incidente (non devastante) in bicicletta, e che intende usarlo, insieme ai tre precedenti, come ausilio esemplificativo. Non so dove condurrà, ma mi affascina sapere che anche tale minuscolo fatto occorsomi, sottosta alle categorie di cui sopra, e nonostante si tratti  di una cosetta da nulla  (visto che ne sto scrivendo qui e ora). Tanto più che è accaduta contemporaneamente ad altri miliardi di fatti (altra cosa sorprendente), una pressoché illimitata serie che va dalla caduta di una briciola alla chiusura di una fabbrica alla morte per fame di un certo numero di persone, fino all’esplosione dovuta a una supernova in qualche remoto angolo dell’universo. Dal punto di vista di quelle categorie (così come dell’essere) tutti quei fatti, ci piaccia o no, si equivalgono.

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