Posts Tagged ‘cinema’

Il giovane Karl Marx

mercoledì 18 aprile 2018

Ho molto apprezzato il film del regista Raoul Peck sul giovane Marx, uscito in questi giorni nelle sale cinematografiche, proprio alla vigilia del bicentenario della nascita. Certo, sarebbe stato meglio omaggiare il barbuto di Treviri con una bella rivoluzione – cosa di cui ci sarebbe un gran bisogno – ma per ora dobbiamo accontentarci delle rievocazioni. Che peraltro appaiono molto meno spettrali di qualche decennio fa, quando, dopo il crollo del mondo sovietico, i sicofanti delle magnifiche sorti e progressive del liberismo si erano affrettati a suonare la campana a morto del comunismo e del suo più importante pensatore. Dimenticandosi che si possono anche nascondere sotto il tappeto gli effetti collaterali ingiusti del loro mondo a senso unico – ma se la merda, l’alienazione e l’infelicità mortifera prodotti dal capitale continuano a crescere insieme al valore e alla ricchezza, prima o poi qualche crepa si aprirà.
Ed è esattamente questo il momento in cui si cominciano a fare i conti con trasformazioni che, come ai tempi di Marx, potrebbero essere foriere sia di immani disastri che di future rivoluzioni. Tempi quantomai ancipiti, dunque, che, al netto di una certa misantropia e di un crescente fastidio per la cancrena antropomorfica, possono persino risultare belli da vivere. Giusto per vedere cosa potrà succedere. E, tornando al film, è proprio ciò che lo rende più interessante: concentrarsi sul pensiero sorgivo di Marx, una potente anticipazione (purtroppo talvolta scambiata per fede o profezia) dei tempi a venire.
Al di là di questa atmosfera generale che vi si respira, il film ha altri meriti (anche teorici, cosa non semplice per una pellicola) che è bene porre in evidenza:
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Il quadrato vuoto

giovedì 28 dicembre 2017

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The Square è un film straniante, inquietante, spaesante – ma anche divertente. Pieno di cortocircuiti visivi che rimandano ai cortocircuiti sociali. Di scale viste dall’alto. Di flussi di umani inebetiti dai loro specchi digitali. Di mendicanti che contrastano con le vetrine luccicanti del Nord Europa. Di opere d’arte cervellotiche e sgradevoli – poiché sgradevole è la casta che vorrebbero scuotere.
Tanta roba in questa opera dello svedese Ruben Östlund (che già aveva diretto il notevole e perturbante Forza maggiore), a partire dall’idea cui rinvia il titolo: un’installazione artistica ritagliata sulla pavimentazione esterna al museo (l’ex palazzo reale), che racchiude un recinto sacro nel quale tutti sono uguali, sia nei diritti che nei doveri. Evidentemente lo sono solo lì. Ma siccome è l’epoca scioccante-virale, per lanciare la cosa a livello pubblicitario e mediatico, viene diffuso un video nel quale una bambina mendicante (per di più bionda, altro cortocircuito visivo) salta per aria proprio dentro il santuario-quadrato – causando reazioni scandalizzate di sdegno. (Peccato che questo sdegno non si manifesta mai quando le folle, imbambolate dai loro metafoni, sommergono i questuanti fuori dei bar o sulle scale delle metropolitane).
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Il volto e il corpo dell’altro – 8. Freaks!

sabato 13 maggio 2017

Il tema di stasera rappresenta una vera e propria summa delle tematiche sull’alterità/diversità, quasi una sintesi ideale del percorso fatto quest’anno: il freak – lo “scherzo di natura”, il mostro – rappresenta per antonomasia il più altro tra gli altri, l’alieno che raccoglie in sé le paure più ancestrali. Come vedremo, il vero freak abita nelle zone dell’interiorità, prima che nell’esteriorità del corpo mostruoso (e mostrato/esibito/rappresentato).

Partiamo da tre termini e dalla loro definizione:
Monstrum (dal latino moneo, monere – avvertimento, segno divino)
portento, prodigio, miracolo, cosa incredibile, meravigliosa
ma anche atto mostruoso (nefandezza), essere mostruoso
– ambivalenza del significato, con una successiva caratterizzazione di tipo morale che tende a sovrapporre se non a identificare la stranezza/mostruosità/deformità al male: dal kalòs kagathòs greco (ciò che è bello è anche buono) al rovesciamento cristiano: il brutto e il deforme che puzzano di zolfo, di diabolico, di maligno.

Freak – termine inglese traducibile con capriccio, bizzarria, anomalia, scherzo (di natura), mostruosità, fenomeno,  associato prima ai freak show (gli spettacoli in voga nell’800-900 nei quali venivano esibite creature straordinarie, deformi, bizzarre, mostruose – non solo umane: i cosiddetti “fenomeni da baraccone”), e a partire dagli anni ’60 al movimento contestatario e anticonformista americano (da cui “frichettone”).

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L’antimilitarismo di Mel Gibson

martedì 14 febbraio 2017

index

“Occorre qualcuno che rimetta insieme qualche pezzo del mondo,
mentre tutti sono così intenti a farlo a pezzi”.

Non so quali fossero le intenzioni etiche ed estetiche di Mel Gibson, né soprattutto se ci fosse un preciso intento ideologico nel suo nuovo film La battaglia di Hacksaw Ridge. Sicuramente c’è, anche se non credo sia riducibile al suo passato machista e reazionario (con molte sciocchezze dette in zona alcolica), e nemmeno al patriottismo hollywoodiano. Tuttavia l’effetto che fa – o per lo meno che ha fatto a me – è di un’opera fortemente antimilitarista, anzi forse del film più antimilitarista degli ultimi anni.
Così come avevo detestato l’uso eccessivo della violenza (al limite dello splatter) nella sua Passione (un film che avevo a suo tempo trovato intollerabile e disgustoso, e che mi sono rifiutato di rivedere), in questo Hacksaw Ridge la crudezza delle immagini della seconda parte – una sequela di pugni nello stomaco ben assestati – volente o nolente decide per l’intollerabilità della guerra, anche quando qualcuno la definisce giusta o necessaria. La guerra non è mai giusta, la guerra è sempre una sconfitta dell’umanità. La guerra è un concentrato di nichilismo e di autodistruzione. La guerra non risolve i conflitti ma li amplifica. La guerra perpetua le ingiustizie.
(E se una cosa la guerra mondiale – o la guerra civile europea 1914-1945 – ci dovrebbe aver insegnato è proprio questo. Ma evidentemente non ce lo ha insegnato a sufficienza).
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L’utopia visionaria degli eptopodi

martedì 31 gennaio 2017

heptapodb

Come già mi era successo con Interstellar di Nolan, anche con Arrival di Villeneuve ho provato la sensazione fortissima di venire integralmente assorbito in una visione altra (aliena in senso lato) del mondo, e di trovarmi poi a fluttuare a lungo con la mente (e persino con il corpo) entro questa dimensione sospesa e rarefatta, come se il pianeta mi stesse stretto e fosse ormai così asfittico da dovermi apprestare a lasciarlo. Per poter proseguire così il viaggio della visione in un più articolato viaggio cosmico ed esistenziale.
La potenza visionaria di questo genere di film e di storie – che sfidano addirittura i massimi sistemi fisici, filosofici, etici, estetici e semiotici, e che alzano sempre più il livello insieme emotivo ed intellettuale – non si limita più a scaraventarci addosso domande da far tremare i polsi (che cos’è il tempo? che cos’è l’alterità? che cos’è umano? siamo liberi o predeterminati? siamo tutt’uno col cosmo? esistono limiti nella nostra capacità percettiva? e via ontologizzando), ma va oltre: ci scava la terra sotto i piedi, ci pone in una situazione straniante-perturbante, perché non sono più la mente o la coscienza ad esserne avvinte o affascinate, ma la radice stessa della nostra esistenza, quel tutt’uno passionale e razionale (ed altro ancora) che noi siamo, o che crediamo di essere, o che ci raccontiamo di essere.
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Il nocciolo di quanto abbiamo da dire

venerdì 27 gennaio 2017

il-figlio-di-saul-martina-mele

(Ho quasi paura di quello che sto per scrivere. Ma sento che Auschwitz – e altri con me lo sentono – è di nuovo alle porte. È accaduto e sta accadendo di nuovo)

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Nicht sein kann, was nicht sein darf

Il problema della shoah è la sua irrappresentabilità.
Già lo aveva scritto Primo Levi a chiare lettere ne I sommersi e i salvati, quando sosteneva come fosse pressoché impossibile testimoniare, perché i testimoni integrali – i “mussulmani” del campo, i non-morti, i definitivamente “sommersi”, gli “uomini stremati”, coloro che hanno visto la Gorgone – rimangono irrimediabilmente muti. I superstiti parlano in loro vece, ma per delega. Ed oggi che i superstiti vanno scomparendo, chi parlerà in vece dei supplenti? Le voci si fanno sempre più esili, fantasmatiche, la memoria s’assottiglia, l’ignoranza di ciò che fu dilaga.
Ciò nonostante la pubblicistica sull’argomento – memoriale o di “fiction” che sia – brulica ogni anno di nuovi titoli, in verità non sempre sinceri o degni di attenzione, con qualche fondato sospetto (commerciale) di voler pescare nel torbido. E non so se ciò sia meno peggio di certe inqualificabili operazioni negazioniste.
Nel frattempo qualche cineasta coraggioso prova, ancora, ad affacciarsi in punta di piedi là dove è quasi impossibile immaginare quel che è stato, ovvero sulle soglie percettive dei campi di sterminio. Lo ha fatto ad esempio, di recente, il regista ungherese Làszlò Nemes, con il film Il figlio di Saul. Un’opera, com’è giusto che sia, ai limiti della tollerabilità visiva, terribile, atroce, che forza lo spettatore a guardare da un punto di vista ancor più estremo, visto che il protagonista è un appartenente al Sonderkommando, ovvero quel “corpo speciale” su cui Levi, giustamente, sospende il giudizio. Ebrei-becchini (i “corvi neri” del campo) facenti parte di quella “zona grigia” – la manovalanza dell’orrore – che costituisce per certi aspetti la definitiva vittoria delle SS e del nazismo nel processo di sistematica disumanizzazione (peraltro annunciata fin dal Mein Kampf): “aver concepito ed organizzato le Squadre – scrive Levi – è stato il delitto più demoniaco del nazionalsocialismo”, un “abisso di malvagità” nel quale il carnefice ha voluto far sprofondare insieme a sé anche le vittime.
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Metafisica dello smartphone

martedì 27 dicembre 2016

perfetti-sconosciuti

Adoro i film che mettono in scena cene o tavole spiazzanti (da Festen a Fanny e Alexander, dal Fascino discreto della borghesia alla Grande abbuffata) – proprio perché si tratta del luogo più familiare che invece diventa il più perturbante, e spesso più atto a far emergere scomode verità.
Ecco perché inseguivo da tempo Perfetti sconosciuti di Paolo Genovese, che ho finalmente visto nel miglior contesto possibile, ovvero all’interno dell’autorevolissimo e storico cineforum di Legnano, con inevitabile dibattito finale.
E in effetti è un film che si presta molto alla discussione, ma che occorrerebbe rivedere più volte per coglierne i molteplici aspetti – non solo dovuti alla perfezione della sceneggiatura, alla bravura superlativa degli attori, ma soprattutto al concorso di temi scottanti e di grande “attualità” (parola che non mi è mai chiaro, però, che cosa designi di preciso). Al punto che la citazione del Sorpasso di Risi da parte del relatore, mi ha suggerito l’idea che – esattamente come quel film lo fu per gli anni ’60, gli anni del boom economico – questo film potrebbe essere rappresentativo della nostra epoca, quale commedia amarissima della malata società italiana in particolare, ma tendenzialmente di quella globale (lo conferma il fatto che verrà distribuito in oltre 30 paesi, compreso un inconsueto remake del cinema americano).
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Umiliati e offesi

lunedì 7 novembre 2016

i-daniel-blake-3

Non son solito attribuire dignità al lavoro in sé – per lo meno non al lavoro alienato della società del capitale. Rimango affezionato all’idea marxiana (e forse un poco romantica) che distingue tra Arbeit e Tätigkeit, lavoro come costrizione contro libera attività. Che poi questa non si sia mai realizzata in passato, men che meno oggi e non si realizzerà mai in futuro, fa un po’ parte di quella dimensione utopico-filosofica che faceva dire al Rousseau sognatore, a proposito del suo genuino uomo naturale, che poco importava che non fosse mai esistito, anzi meglio ancora.
Fatta questa premessa vagamente teoretica, mentre vedevo l’ultimo film di Ken Loach ho pensato che non soltanto il sol dell’avvenire atteso dai lavoratori ha cessato di splendere da molto tempo, ma che non se ne vede all’orizzonte il benché minimo segno di risorgenza. Nemmeno un debole raggio. Nulla, o quasi. Daniel Blake – il protagonista di una fin troppo consueta storia di burocrazia nell’epoca della flessibilità alias precarietà – s’ammala, non può lavorare e rischia di perdere tutto – anche la dignità residua: quel pronome personale del titolo e quel nome cui tutta la sua vita finisce per ridursi. Ecco, probabilmente il fatto che si sia riposta nel “lavoro” (qualsiasi lavoro, anche il lavoro più noioso, ripetitivo, umiliante – per non dire “di merda”) una residua dignità annullata la quale si cessa di esistere (a meno che non si abbiano soldi, potere e visibilità), qualifica l’attuale compagine sociale come un’oscenità antropologica. (Ad ogni modo a Daniel Blake, alienato o no, dignitoso o no, il suo lavoro di falegname piace, e non vede l’ora di tornare a farlo, pur con il cuore non del tutto rimarginato).
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Potenza della fiaba

sabato 21 maggio 2016

TaleOfTales_800d

Vien proprio voglia di leggerlo questo Cunto de li cunti di Basile, dopo aver visto il bel film che Matteo Garrone ha tratto da tre delle sue novelle – anzi fiabe – pur rimaneggiandole. Del resto la fiaba – proprio per il suo carattere essenzialmente orale – si presta ad essere variata, reinterpretata, reimmaginata. Ma della fiaba Garrone – che si conferma uno dei più creativi e interessanti registi italiani – ha capito l’essenziale, ovvero che è la struttura archetipica di ogni narrazione e che, in quanto tale, non deve essere snaturata.
Il racconto dei raccontiTale of tales, visto che la lingua originale è l’inglese – è così titolo perfetto, non solo per il rampollare delle storie l’una dall’altra, per il loro scorrere all’infinito, separarsi e poi ritrovarsi e chiudere il cerchio – ma perché nella fiaba c’è l’origine di tutte le narrazioni e di tutti i temi circa la natura umana e il suo destino.
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Al macero

venerdì 13 maggio 2016

LazzariniBuyMiaMadre

Gran bella serata quella di ieri al Cineforum Pensotti Bruni di Legnano (che sta celebrando il suo 60° anno di attività). Proiettavano Mia madre di Nanni Moretti, e al termine, a sorpresa, si è presentata, sovrapponendosi allo schermo, Giulia Lazzarini (l’attrice interprete della madre morente, ispirata a quella reale della vita del regista), una splendida e lucida ottantenne che ha chiacchierato amabilmente col pubblico.
Ho rivisto quel film per la seconda volta, e credo si confermi uno dei più belli e intensi degli ultimi anni. Ma anche dei più angosciosi. La scena delle librerie vuote e delle scatole di libri pronti per essere mandati chissà dove (forse al macero?) è devastante.
Guardo le mie librerie, il mio scrittoio, la mia vita – e mi faccio molte domande.
Non passa giorno che non mi prefiguri la morte dei miei genitori (è nell’ordine e nella natura delle cose), e che non mi dica che non sono pronto ad affrontarla.
“Domani” è l’ultima parola che pronuncia la madre – quasi a voler aprire al futuro, nonostante la morte incombente.
Ma a chiudere ci sono gli occhi agghiacciati della figlia.