Posts Tagged ‘cittadini’

Armatissimi e liberissimi

lunedì 21 gennaio 2013

niccolo_machiavelli

A parte la curiosa coincidenza che a ridosso del “Gun Appreciation Day” organizzato dall’NRA, un quindicenne di Albuquerque, New Mexico, abbia sterminato la famiglia manco fosse una testa di cuoio – risultano davvero curiose anche le motivazioni utilizzate dagli apologeti della pistola (o del fucile d’assalto) facile.
Ieri mattina ho ascoltato alla radio, con grande interesse, il seguente ragionamento (una vera e propria tesi di filosofia politica): così come Niccolò Machiavelli parlava degli svizzeri in termini di invidiabili cittadini “armatissimi e liberissimi” (liberi proprio in quanto armati, e dunque, si suppone, più liberi se più armati) – altrettanto i cittadini americani, per non essere sudditi ma liberi cittadini, devono rivendicare il diritto assoluto ad essere in armi. Ma attenzione, il fine esponente della National Rifle Association non dice che tutto ciò serve in prima istanza a difendersi da ladri, psicopatici, malfattori o terroristi, bensì – partendo dagli assunti machiavellici – ad istituire una figura di cittadinanza armata in grado di incutere timore al governo. Se, cioè, i cittadini non fossero armati, lo stato diventerebbe troppo potente ed invasivo, ed essi tornerebbero alla condizione di sudditi, non essendo più in grado di fronteggiarlo e contenerlo.
In sostanza, se ne potrebbe concludere che tale cittadinanza (che ricorda per certi aspetti la moltitudine di ascendenza spinozista di cui, tra gli altri, ragiona Toni Negri), sia potenzialmente insorgente – proprio perché armata – contro un eventuale potere illegittimo: pronta, dunque, a commettere un sacrosanto tirannicidio, qualora fosse necessario.
Al netto dell’eventuale malafede ideologica dell’assertore, trovo tutto questo ragionamento molto interessante – salvo per un piccolo dettaglio: non sarebbe molto più utile (se non rivoluzionario) per i cittadini essere armati, anziché di luccicanti (e lucrosissime) macchine da guerra, di un lucido e sfavillante (e pericolosissimo) pensiero critico?

Scostituzione srepubblicana

sabato 24 aprile 2010

(1) L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
Precario, flessibile, malpagato, sfruttato, alienato, parcellizzato, screditato, ricattato, infortunato, ucciso, evaporato…

(2) La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo.
Come no? Aprendo campi di concentramento graziosamente nominati Cpt o Cie.

(3) Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge.
(risate scomposte e prolungate…)

(7) Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.
Peccato che la seconda, con la scusa della “sovranità morale”, finisca sempre per allargarsi e tracimare (che poi, di questi tempi, è una sovranità piuttosto screditata…)

(9) La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.
Com’è dimostrato dallo stato della ricerca scientifica in questo paese e della grande stima di cui gli uomini e le donne di cultura godono, specie se paragonata a quella di soubrettes e calciatori.

(9) Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.
Sempre al primo posto nei pensieri di tutte le amministrazioni degli ultimi 50 anni…

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L’opacità della politica

sabato 3 aprile 2010

“Se un’inversione di rotta è possibile immaginare […] essa non potrà provenire né dalla mano invisibile delle derive impersonali dell’economia, né da quella visibile di una qualche avanguardia dotata di un’adeguata tecnologia del potere, bensì dalla scelta consapevole di un numero ampio d’individui liberamente cooperanti nel compito impervio di vivere qui e ora – non di “progettare”, né tantomeno di “costruire”, ma di praticare – rapporti sociali radicalmente diversi”. (M. Revelli, Oltre il Novecento).

Ovunque io guardi alla situazione della politica oggi in Italia, mi viene in mente un solo aggettivo: opaco. E’ opaca la maggioranza degli elettori: eternamente moderata, impaurita, rancorosa, piccolo-borghese, e, all’occasione, un po’ fascistoide (d’altra parte la sinistra non è mai stata maggioritaria in questo paese – s’intenda poi con “sinistra” quel che si vuole). A tal proposito è quantomai opaca la differenziazione destra/sinistra, con quella non meglio identificata convergenza al centro. Si è inoltre costituito un ampio schieramento astensionistico (il primo vero partito), anch’esso opaco, che sembra non preoccupare molto il potere – sarà che il vuoto in politica non può esistere.
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Deriva patologica

lunedì 14 dicembre 2009

La prima cosa che mi è venuta in mente vedendo il volto insanguinato del sovrano – il corpo del sovrano violato ed esposto con le sue stimmate – è stata, come immagino per altri, il detto popolare chi semina vento raccoglie tempesta.
Il problema è che chi, come me, intendeva (ed intende ancora) la politica come la sapiente arte di mettere insieme il lato razionale e quello passionale, si trova forse un po’ spiazzato di fronte a quel che accade oggi. Poiché di razionale è rimasto ben poco – per lo meno in superficie, dato che poi la gestione degli interessi materiali mantiene sempre una sua logica ferrea; mentre il lato “passionale”, quando ancora c’è – l’appassionarsi alle idee e al tentativo di metterle in pratica per trasformare l’esistente – sembra ormai consegnato alla sfera del patologico.
Se è vero che alcuni fatti sono densamente popolati dai simboli, allora la maschera di sangue del quasi monarca italiano ne raccoglie davvero tanti. Innanzitutto quella forma estrema di patologizzazione della forma del politico e del suo linguaggio: le dinamiche amico/nemico e soprattutto amore/odio, che pure in politica non sono mai assenti, tendono a polarizzare e semplificare ogni discorso e ogni modalità relazionale della società civile e del suo esprimersi pubblicamente. Una forma patologica, che è se vogliamo psicopatologica: non intendo usare il termine “follia”, che detesto proprio perché generalmente imposto da un potere normativo che definisce folle ciò che sfugge alla sua ortodossia, ma non c’è dubbio che una certa irrazionalità (peraltro mai disgiunta dagli affari) che circola nella testa del capo provvidenziale, unto, miracolato e quant’altro, finisce poi per attrarre e innescare meccanismi psicosociali imprevedibili.

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