Posts Tagged ‘commedia’

#100Dante 91-100

venerdì 8 febbraio 2019

#100Dante 91.
“Io credo in uno Dio
solo ed etterno, che tutto il ciel move,
non moto, con amore e con disìo.
E a tal credere non ho io pur prove
fisice e metafisice…”
(Par. XXIV, 130-4)
Nei canti 24, 25 e 26, Dante viene esaminato sulle tre virtù teologali. Comincia San Pietro che lo interroga sulla fede, che viene in questi (e nei seguenti versi) fondata sia sulla ragione che sulla rivelazione – filosofia e religione in armonia.

#100Dante 92.
Ahi quanto nella mente mi commossi,
quando mi volsi per veder Beatrice,
per non poter veder, ben che io fossi
presso di lei e nel mondo felice!
(Par. XXV, 136-9)
È la chiusa del canto: il poeta è stato appena esaminato da San Giacomo sulla speranza, dopo di che sopraggiunge l’apostolo Giovanni (“colui che giacque sopra ‘l petto” di Gesù, nell’ultima cena) e Dante, a causa della credenza (erronea) della sua assunzione in cielo, lo fisserà a tal punto da rimanerne accecato.

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#100Dante 81-90

martedì 29 gennaio 2019

#100Dante 81.
Quell’uno e due e tre che sempre vive
e regna sempre in tre e ‘n due e ‘n uno,
non circunscritto, e tutto circunscrive”
(Par. XIV, 28-30)
L’uno e due e tre è l’eterno, il creatore, uno e trino, infinito – in una terzina tutti gli attributi di Dio, non abbracciabile (nemmeno dal pensiero) e che tutto abbraccia.
Salomone risolve una questione teologica sulla riunificazione di anima e corpo – e un amen accorato degli spiriti mostra a un Dante stupito il loro “disio de’ corpi morti”.

#100Dante 82.
“A così riposato, a così bello
viver di cittadini, a così fida
cittadinanza, a così dolce ostello,
Maria mi diè, chiamata in alte grida;
e nell’antico vostro Batisteo
insieme fui cristiano e Cacciaguida”.
(Par. 130-35)
Siamo passati dal quarto al quinto cielo: Marte, il regno degli spiriti militanti.
È questo il primo dei tre canti del Cacciaguida, trisavolo di Dante, che evoca i bei tempi della Fiorenza antica, quando “si stava in pace, sobria e pudica”.

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#100Dante 71-80

venerdì 11 gennaio 2019

#100Dante 71.
Beatrice mi guardò con li occhi pieni
di faville d’amor così divini,
che, vinta, mia virtute diè le reni,
e quasi mi perdei con li occhi chini.
(Par. IV, 139-42)
Non ci si faccia ingannare dalla bellezza svenevole di questa chiusa: l’amore di cui si parla è effetto (o meglio causa) del ragionare con cui l’intero canto risolve i dubbi di Dante. L’amore di Beatrice è amore del vero, amore intellettuale, che effonde sé con luce che gli occhi dei mortali non sanno reggere.

#100Dante 72.
Lo suo tacere e ‘l trasmutar sembiante
puoser silenzio al mio cupido ingegno,
che già nuove questioni avea davante;
e sì come saetta che nel segno
percuote pria che sia la corda queta,
così corremmo nel secondo regno.
(Par. V, 88-93)
Il “trasmutare” è verbo tipico di questa rapida ascesa da un cielo (o regno) all’altro del Paradiso; Beatrice muta aspetto, così come Dante muta interiormente: ad ogni questione chiusa un’altra gli si apre dinanzi, in una crescente dialettica di approssimazione all’assoluto.

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#100Dante 61-70

giovedì 27 dicembre 2018

#100Dante 61.
“Non aspettar mio dir più né mio cenno:
libero, dritto e sano è tuo arbitrio,
e fallo fora non fare a suo senno:
per ch’io te sovra te corono e mitrio”.
(Purg. XXVII, 139-42).
La missione di Virgilio volge al termine, e Dante si trova ormai alle porte del Paradiso: ora è in grado di autodeterminarsi, e di accordare ragione e desiderio.

#100Dante 62.
E là m’apparve…
una donna soletta che si gìa
cantando e scegliendo fior da fiore
ond’era pinta tutta la sua via.
(Purg. XXVIII, 37-42)
La donna è Matelda, che accoglie Dante nell’Eden, luogo dell’età dell’oro e dell’innocenza originaria, “campagna santa” che “d’ogni semenza è piena”. E per una volta il Dante cittadino tesse le lodi di una natura rigogliosa.

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#100Dante 51-60

mercoledì 5 dicembre 2018

#100Dante 51.
Senti’mi presso quasi un mover d’ala
e ventarmi nel viso e dir: “Beati
pacifici, che son sanz’ira mala”.
(Purg. XVII, 67-9)
Piovono “dentro all’alta fantasia” visioni estatiche (di ira punita) così potenti da sigillare la mente di Dante ad ogni percezione esterna. Seguirà un’altra lezione, questa volta impartitagli da Virgilio, sul concetto di amore e su come la sua difformità viene punita e ripartita in Purgatorio.

#100Dante 52.
Novo pensiero dentro a me si mise,
del qual più altri nacquero e diversi;
e tanto d’uno in altro vaneggiai,
che li occhi per vaghezza ricopersi,
e ‘l pensamento in sogno trasmutai.
(Purg. XVIII, 141-5)
Chiusa bellissima: per tre canti Dante ha ascoltato discorsi impegnativi sui concetti di amore e libertà, e sul loro rapporto, e ora la sua mente è in subbuglio, finché non sopraggiunge l’invocata quiete del sonno.

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#100Dante 41-50

mercoledì 21 novembre 2018

#100Dante 41.
Rade volte risurge per li rami
l’umana probitate; e questo vole
quei che la dà, perché da lui si chiami.
(Purg. VII, 121-3).
Sordello conduce i due poeti in una rassegna di re e principi che non hanno fatto il loro dovere. I tre versi citati ci ricordano come quasi mai i figli (“li rami”) ereditino dagli avi le virtù – essendo sempre Dio (“quei che la dà”) l’unica e vera sorgente da riconoscere (“da lui si chiami”). Ecco perché siamo tutti egualmente “figli di Dio”, e non di una qualche stirpe.

#100Dante 42.
Era già l’ora che volge il disio
ai navicanti e ‘ntenerisce il core
lo dì ch’han detto ai dolci amici addio;
e che lo novo peregrin d’amore
punge, s’e’ ode squilla di lontano
che paia il giorno pianger che si more…
(Purg. VIII, 1-6)
Una delle più alte evocazioni poetiche del sentimento della nostalgia. E una delle più belle aperture di canto di tutta la Commedia – che in verità prosegue almeno fino al verso 21, senza che l’afflato cali mai.

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#100Dante 31-40

sabato 10 novembre 2018

31.
“S’esser puote, io vorrei
che dello smisurato Briareo
esperienza avesser li occhi miei”.
(Inf. XXXI, 97-9)
Il gusto per il meraviglioso (e l’orrido) attraversa tutta la Commedia: “Sappi che non son torri, ma giganti”, avverte Virgilio: e sarà uno di questi a calare i due poeti sul fondo dell’Inferno – lo tristo buco.

32.
Li occhi lor, ch’eran pria pur dentro molli,
gocciar su per le labbra, e ‘l gelo strinse
le lacrime tra essi e riserrolli.
(Inf. XXXII, 46-8)
Il nono cerchio – Cocito – è destinato ai traditori di coloro che si fidano, la peggior colpa punita con l’eternità del ghiaccio, contrappasso della maggior durezza del cuore.

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#100Dante 21-30

sabato 27 ottobre 2018

#100Dante 21.
Ed elli avea del cul fatto trombetta.
(Inf. XXI, 139)
È la chiassosa e celebre chiusa del canto XXI che, col successivo, costituisce una coppia di canti quantomai grotteschi. I diavoli Malebranche, beffardi e rissosi, si prendono la scena, ben più dei dannati: Alichino e Calcabrina, Cagnazzo e Barbariccia, Libicocco e Draghignazzo, Ciriatto e Graffiacane, Farfarello e Rubicante pazzo – onomastica assai gustosa.

#100Dante 22.
“O Rubicante, fa che tu li metti
li unghioni a dosso, sì che tu lo scuoi!”
gridavan tutti insieme i maladetti.
(Inf. XXII, 40-2)
Lo sciagurato è il barattiere (ovvero, il corrotto) Ciampolo di Navarra: mentre i due poeti lo interrogano, i diavolazzi lo artigliano, lo azzannano, lo inforcano, lo fanno a pezzi – cosicché la scena si colora di comicità; senonché il dannato alla fine li coglionerà, tornando a tuffarsi nella sua pece bollente.

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#100Dante 11-20

sabato 6 ottobre 2018

Gustave_Doré_-_The_Inferno,_Canto_13.jpg

#100Dante 11.
“O sol che sani ogni vista turbata,
tu mi contenti sì quando tu solvi,
che, non men che saver, dubbiar m’aggrata”.
(Inf. XI, 91-3)
Dante a Virgilio, che lo sta istruendo sull’ordinamento dell’Inferno e su alcune questioni filosofiche, in un canto piano e di passaggio, senza picchi. Ma quel “dubbiar m’aggrata” è notevole: non c’è piacere di conoscere senza dubitare.

#100Dante 12.
Ed in etterno munge
le lagrime, che col bollor diserra.
(Inf. XII, 135-6)
Versi terribili. Siamo nel Flegetonte, il fiume dove i tiranni pagano la loro violenza sanguinaria con l’essere a loro volta bolliti nel sangue, che spreme eterne lacrime.

#100Dante 13.
Come d’un stizzo verde ch’arso sia
dall’un de’ capi, che dall’altro geme
e cigola per vento che va via,
sì della scheggia rotta usciva inseme
parole e sangue.
(Inf. XIII, 40-4)
È il canto dei suicidi, uno dei più oscuri e orrorifici. I dannati son fatti piante, sterpi, tronchi – congelati per sempre nel gesto violento contro se stessi. Ma Pier della Vigna urla la sua verità.

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#100Dante 1-10

lunedì 24 settembre 2018

(un divertissment che traslo da facebook, dove sto pubblicando quotidianamente un passo della Commedia, seguito da un breve commento, e che qui renderò un po’ più comodamente in 10 puntate)

#100Dante 1.
Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
ché la diritta via era smarrita.
(Inferno I, 1-3)
Inevitabile cominciare con l’incipit degli incipit: Dante Alighieri (l’esule, il profugo, il nomade, cacciato dalla propria città) ci conduce nel mezzo dell’oscurità della sua crisi esistenziale – che è crisi di ogni vita cosciente, coscienza infelice.

#100Dante 2.
“I’ son Beatrice che ti faccio andare;
vegno del loco ove tornar disio:
amor mi mosse, che mi fa parlare.”
(Inf. II, 70-72)
In questo retroscena e viavai tra l’alto e il basso, tre parole-chiave del cosmo dantesco: disio, amor, parlare.

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