Posts Tagged ‘commedia’

#100Dante 71-80

venerdì 11 gennaio 2019

#100Dante 71.
Beatrice mi guardò con li occhi pieni
di faville d’amor così divini,
che, vinta, mia virtute diè le reni,
e quasi mi perdei con li occhi chini.
(Par. IV, 139-42)
Non ci si faccia ingannare dalla bellezza svenevole di questa chiusa: l’amore di cui si parla è effetto (o meglio causa) del ragionare con cui l’intero canto risolve i dubbi di Dante. L’amore di Beatrice è amore del vero, amore intellettuale, che effonde sé con luce che gli occhi dei mortali non sanno reggere.

#100Dante 72.
Lo suo tacere e ‘l trasmutar sembiante
puoser silenzio al mio cupido ingegno,
che già nuove questioni avea davante;
e sì come saetta che nel segno
percuote pria che sia la corda queta,
così corremmo nel secondo regno.
(Par. V, 88-93)
Il “trasmutare” è verbo tipico di questa rapida ascesa da un cielo (o regno) all’altro del Paradiso; Beatrice muta aspetto, così come Dante muta interiormente: ad ogni questione chiusa un’altra gli si apre dinanzi, in una crescente dialettica di approssimazione all’assoluto.

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#100Dante 61-70

giovedì 27 dicembre 2018

#100Dante 61.
“Non aspettar mio dir più né mio cenno:
libero, dritto e sano è tuo arbitrio,
e fallo fora non fare a suo senno:
per ch’io te sovra te corono e mitrio”.
(Purg. XXVII, 139-42).
La missione di Virgilio volge al termine, e Dante si trova ormai alle porte del Paradiso: ora è in grado di autodeterminarsi, e di accordare ragione e desiderio.

#100Dante 62.
E là m’apparve…
una donna soletta che si gìa
cantando e scegliendo fior da fiore
ond’era pinta tutta la sua via.
(Purg. XXVIII, 37-42)
La donna è Matelda, che accoglie Dante nell’Eden, luogo dell’età dell’oro e dell’innocenza originaria, “campagna santa” che “d’ogni semenza è piena”. E per una volta il Dante cittadino tesse le lodi di una natura rigogliosa.

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#100Dante 51-60

mercoledì 5 dicembre 2018

#100Dante 51.
Senti’mi presso quasi un mover d’ala
e ventarmi nel viso e dir: “Beati
pacifici, che son sanz’ira mala”.
(Purg. XVII, 67-9)
Piovono “dentro all’alta fantasia” visioni estatiche (di ira punita) così potenti da sigillare la mente di Dante ad ogni percezione esterna. Seguirà un’altra lezione, questa volta impartitagli da Virgilio, sul concetto di amore e su come la sua difformità viene punita e ripartita in Purgatorio.

#100Dante 52.
Novo pensiero dentro a me si mise,
del qual più altri nacquero e diversi;
e tanto d’uno in altro vaneggiai,
che li occhi per vaghezza ricopersi,
e ‘l pensamento in sogno trasmutai.
(Purg. XVIII, 141-5)
Chiusa bellissima: per tre canti Dante ha ascoltato discorsi impegnativi sui concetti di amore e libertà, e sul loro rapporto, e ora la sua mente è in subbuglio, finché non sopraggiunge l’invocata quiete del sonno.

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#100Dante 41-50

mercoledì 21 novembre 2018

#100Dante 41.
Rade volte risurge per li rami
l’umana probitate; e questo vole
quei che la dà, perché da lui si chiami.
(Purg. VII, 121-3).
Sordello conduce i due poeti in una rassegna di re e principi che non hanno fatto il loro dovere. I tre versi citati ci ricordano come quasi mai i figli (“li rami”) ereditino dagli avi le virtù – essendo sempre Dio (“quei che la dà”) l’unica e vera sorgente da riconoscere (“da lui si chiami”). Ecco perché siamo tutti egualmente “figli di Dio”, e non di una qualche stirpe.

#100Dante 42.
Era già l’ora che volge il disio
ai navicanti e ‘ntenerisce il core
lo dì ch’han detto ai dolci amici addio;
e che lo novo peregrin d’amore
punge, s’e’ ode squilla di lontano
che paia il giorno pianger che si more…
(Purg. VIII, 1-6)
Una delle più alte evocazioni poetiche del sentimento della nostalgia. E una delle più belle aperture di canto di tutta la Commedia – che in verità prosegue almeno fino al verso 21, senza che l’afflato cali mai.

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#100Dante 31-40

sabato 10 novembre 2018

31.
“S’esser puote, io vorrei
che dello smisurato Briareo
esperienza avesser li occhi miei”.
(Inf. XXXI, 97-9)
Il gusto per il meraviglioso (e l’orrido) attraversa tutta la Commedia: “Sappi che non son torri, ma giganti”, avverte Virgilio: e sarà uno di questi a calare i due poeti sul fondo dell’Inferno – lo tristo buco.

32.
Li occhi lor, ch’eran pria pur dentro molli,
gocciar su per le labbra, e ‘l gelo strinse
le lacrime tra essi e riserrolli.
(Inf. XXXII, 46-8)
Il nono cerchio – Cocito – è destinato ai traditori di coloro che si fidano, la peggior colpa punita con l’eternità del ghiaccio, contrappasso della maggior durezza del cuore.

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#100Dante 21-30

sabato 27 ottobre 2018

#100Dante 21.
Ed elli avea del cul fatto trombetta.
(Inf. XXI, 139)
È la chiassosa e celebre chiusa del canto XXI che, col successivo, costituisce una coppia di canti quantomai grotteschi. I diavoli Malebranche, beffardi e rissosi, si prendono la scena, ben più dei dannati: Alichino e Calcabrina, Cagnazzo e Barbariccia, Libicocco e Draghignazzo, Ciriatto e Graffiacane, Farfarello e Rubicante pazzo – onomastica assai gustosa.

#100Dante 22.
“O Rubicante, fa che tu li metti
li unghioni a dosso, sì che tu lo scuoi!”
gridavan tutti insieme i maladetti.
(Inf. XXII, 40-2)
Lo sciagurato è il barattiere (ovvero, il corrotto) Ciampolo di Navarra: mentre i due poeti lo interrogano, i diavolazzi lo artigliano, lo azzannano, lo inforcano, lo fanno a pezzi – cosicché la scena si colora di comicità; senonché il dannato alla fine li coglionerà, tornando a tuffarsi nella sua pece bollente.

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#100Dante 11-20

sabato 6 ottobre 2018

Gustave_Doré_-_The_Inferno,_Canto_13.jpg

#100Dante 11.
“O sol che sani ogni vista turbata,
tu mi contenti sì quando tu solvi,
che, non men che saver, dubbiar m’aggrata”.
(Inf. XI, 91-3)
Dante a Virgilio, che lo sta istruendo sull’ordinamento dell’Inferno e su alcune questioni filosofiche, in un canto piano e di passaggio, senza picchi. Ma quel “dubbiar m’aggrata” è notevole: non c’è piacere di conoscere senza dubitare.

#100Dante 12.
Ed in etterno munge
le lagrime, che col bollor diserra.
(Inf. XII, 135-6)
Versi terribili. Siamo nel Flegetonte, il fiume dove i tiranni pagano la loro violenza sanguinaria con l’essere a loro volta bolliti nel sangue, che spreme eterne lacrime.

#100Dante 13.
Come d’un stizzo verde ch’arso sia
dall’un de’ capi, che dall’altro geme
e cigola per vento che va via,
sì della scheggia rotta usciva inseme
parole e sangue.
(Inf. XIII, 40-4)
È il canto dei suicidi, uno dei più oscuri e orrorifici. I dannati son fatti piante, sterpi, tronchi – congelati per sempre nel gesto violento contro se stessi. Ma Pier della Vigna urla la sua verità.

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#100Dante 1-10

lunedì 24 settembre 2018

(un divertissment che traslo da facebook, dove sto pubblicando quotidianamente un passo della Commedia, seguito da un breve commento, e che qui renderò un po’ più comodamente in 10 puntate)

#100Dante 1.
Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
ché la diritta via era smarrita.
(Inferno I, 1-3)
Inevitabile cominciare con l’incipit degli incipit: Dante Alighieri (l’esule, il profugo, il nomade, cacciato dalla propria città) ci conduce nel mezzo dell’oscurità della sua crisi esistenziale – che è crisi di ogni vita cosciente, coscienza infelice.

#100Dante 2.
“I’ son Beatrice che ti faccio andare;
vegno del loco ove tornar disio:
amor mi mosse, che mi fa parlare.”
(Inf. II, 70-72)
In questo retroscena e viavai tra l’alto e il basso, tre parole-chiave del cosmo dantesco: disio, amor, parlare.

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Metafisica dello smartphone

martedì 27 dicembre 2016

perfetti-sconosciuti

Adoro i film che mettono in scena cene o tavole spiazzanti (da Festen a Fanny e Alexander, dal Fascino discreto della borghesia alla Grande abbuffata) – proprio perché si tratta del luogo più familiare che invece diventa il più perturbante, e spesso più atto a far emergere scomode verità.
Ecco perché inseguivo da tempo Perfetti sconosciuti di Paolo Genovese, che ho finalmente visto nel miglior contesto possibile, ovvero all’interno dell’autorevolissimo e storico cineforum di Legnano, con inevitabile dibattito finale.
E in effetti è un film che si presta molto alla discussione, ma che occorrerebbe rivedere più volte per coglierne i molteplici aspetti – non solo dovuti alla perfezione della sceneggiatura, alla bravura superlativa degli attori, ma soprattutto al concorso di temi scottanti e di grande “attualità” (parola che non mi è mai chiaro, però, che cosa designi di preciso). Al punto che la citazione del Sorpasso di Risi da parte del relatore, mi ha suggerito l’idea che – esattamente come quel film lo fu per gli anni ’60, gli anni del boom economico – questo film potrebbe essere rappresentativo della nostra epoca, quale commedia amarissima della malata società italiana in particolare, ma tendenzialmente di quella globale (lo conferma il fatto che verrà distribuito in oltre 30 paesi, compreso un inconsueto remake del cinema americano).
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Frammenti monicelliani

mercoledì 1 dicembre 2010

Chiedi quale sia la strada per la libertà?
Una qualsiasi vena nel tuo corpo

(Seneca)

Un gesto secco. Silenzioso e però assordante. Insieme un “mi sottraggo a questo stillicidio” e un “andate tutti affanculo”. Tragicomico?

Amarezza. La parola che Davide mi manda a dire dalla Roma degli studenti in piazza senza che io gli abbia risposto. È forse anche un po’ colpa di Mario. Sua, non mia.

Riso amaro. Commedianti della vita, che arrancano come sempre, come tutti. Ridicolmente piccoli, perché si sentono pacchianamente al centro del mondo. Grillocentrici.

Rappresentare la comédie humaine non è facile. Lui l’ha saputo fare. Anche gettarsi da una finestra è comédie humaine. Profondamente humaine.

Speranza: parola da abolire, invenzione dei padroni. Un po’ come dire state bboni! Incazzatevi davvero o andate in malora!

Insondabilità del gesto, si suol dire. Rispetto per chi sceglie di farsi fuori – a 15 come a 95. Anche se la seconda evenienza è un po’ più digeribile. Su tutto, il composto sudario della pietas.

Ma quale eutanasia! Sempre a disseminare cazzate ideologiche a spanne e a piene mani. Buona vita, buona morte. Parole-involucri da lasciar seccare.

E allora, me la fate o no ‘sta rivoluzione? Forza armatevi, voi nuovi Brancaleone!