Posts Tagged ‘comunicazione’

Smartossici

martedì 27 marzo 2018

Sempre più lo smartphone sta diventando l’oggetto principale – il dispositivo universale – che scandisce il tempo di milioni, anzi di miliardi di umani. Si è diffusa una vera e propria smartdipendenza, che ha creato schiere di smartossici e nuove forme di alienazione metropolitana. Da tempo osservo questi processi, che paiono ineluttabili, con un misto di incredulità e di stupore. Naturalmente ci sarà qualcuno che nel frattempo starà specularmente osservando me, mentre a mia volta ne faccio uso. Nessun’altra dipendenza come quella da smartphone è mai stata così rapida, virale, invasiva e… speculare-speculativa, quasi che ci si trovi ormai in presenza di un sostituto evolutivo dei neuroni-specchio.
Il paradosso maggiore che si genera in questa grande smartbolla nella quale siamo immersi – un paradosso ormai ampiamente digerito nonostante la sua evidenza – è l’illusione di essere in contatto col vasto mondo, proprio mentre si perde il contatto col  mondo – con quel che fisicamente e socialmente era il mondo, ritenuto a torto o a ragione troppo piccolo, fino a qualche decennio fa. Si obietterà che questo accade (o accadeva) anche con la lettura dei libri, con la radio e la tv, con l’ascolto della musica in cuffia, e con la dislocazione in un altrove da essi favorita. Ma lo smartphone è infinitamente più potente di un libro o di qualsiasi altro contenitore di suoni e immagini: esso è un borgesiano libro dei libri, e molto, molto di più. È immagine, parola, suono, voce, medium, desiderio, astrazione, specchio delle mie brame – ma soprattutto rappresenta l’apertura potenziale ad ogni cosa, un vero e proprio oggetto metafisico universale, allusivo e simbolico come pochi altri oggetti. Ogni app, da questo punto di vista, è come una formula o una bacchetta magica.
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Sgombero finale

venerdì 1 febbraio 2013

rom_legnano

Ho letto oggi su “La Prealpina” (un giornale a diffusione locale, del nord-ovest della Lombardia), un articolo che mi ha prima agghiacciato e subito dopo indignato. Vi si parlava dell’annosa questione dei rom nelle periferie legnanesi. Non voglio qui entrare nei dettagli del problema  – che comunque è più o meno il medesimo di altre periferie, e che riguarda il diritto di un gruppo di umani minori a non essere fagocitato (assimilato, integrato, ingoiato) da un gruppo di umani maggiori. Ma qui occorrerebbe aprire un complicato capitolo socioantropologico sulla dialettica tra stanzialità e nomadismo, mentre io mi limito ad osservare come dietro ad un linguaggio che si pretende neutrale e a determinate espressioni (fin nei titoli cubitali, omissori e talvolta fuorvianti), si nascondono in realtà precisi dispositivi che costituiscono e riproducono una certa ideologia o mentalità.
Nello scambio di mail che ho avuto con la redazione (che mi ha garbatamente risposto, per voce del giornalista che ha firmato il pezzo) è emerso proprio questo elemento, a proposito del non detto (o del detto fin troppo esplicitamente). Parlare a cuor leggero di “sgombero finale” o titolare che a delinquere è l’albanese o il rumeno (ieri era il calabrese), e non l’italiano o il lombardo, non è mai una scelta linguistica e narrativa indifferente, e che per questo si pretende oggettiva. Il linguaggio, le parole, le immagini sono a tutti gli effetti la realtà, dato che non abbiamo altro modo per rappresentarla, ricostruirla e, soprattutto, comunicarla ad altri, e dunque riprodurla e consolidarla. Non si tratta di forma e contenuto, ma di un’unità inscindibile, un po’ come il corpo e la mente. Ma mi fermo qui: questo il (breve) testo che avevo spedito in prima battuta:

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La dittatura delle immagini

lunedì 23 novembre 2009

Che cos’è un’immagine? Questa la domanda a bruciapelo che mi venne fatta dal mio futuro mentore filosofico (che pure oggi fatico a definire “maestro”) durante il nostro primo incontro. Me la fece ridendo, e io non capii se stesse scherzando e balbettai irritato una qualche risposta a caso. Seppi poi che dietro quella domanda c’erano in realtà le sue letture dell’epoca, peraltro irrorate di whisky & birra in abbondanza, di alcuni dialoghi di Platone.
Naturalmente tutto parte da quella chirurgica separazione della realtà tra mondo delle idee e mondo sensibile, che sarebbe stata una delle dannazioni della cultura occidentale. Se la realtà è costituita da gradi di approssimazione al vero, dove il segno meno sta dalla parte delle cose e il segno più dalla parte dei concetti – ciò che è più astratto è in realtà il più concreto, ciò che è apparentemente più impalpabile è invece il più reale – quale sarà lo statuto delle immagini?
Dopo avere stabilito nel libro VI della Repubblica la gerarchia della conoscenza, secondo cui le immagini (eikasìa) e la facoltà immaginativa stanno al livello più basso, Platone torna nel libro X sull’argomento, parlando dell’imitazione come attività essenziale dell’arte. Gli esempi di cui si serve riguardano in particolare la pittura e la poesia, le quali vengono accusate qui non tanto o non solo di essere produttrici di realtà di terzo grado (essendo gli oggetti artistici copie di copie), ma soprattutto di risvegliare ed alimentare un certo elemento dell’anima che, così rinvigorito, rovinerebbe l’elemento razionale (605, b). Poco più avanti questo perturbamento dell’anima viene così chiarito:

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CONTRONARRAZIONI

martedì 17 giugno 2008

Prima parte – la teoria

Che cos’è un fatto?
La parola evoca il verbo “fare”, l’attività del fare, ma si tratta in realtà di qualcosa di meno generico e di più definito: il fatto è un “già fatto”. Come dire, qualcosa di definitivamente dato, accaduto, che non può più essere revocato in dubbio. “Cosa fatta capo ha”, è un’espressione della lingua toscana attribuita a Mosca Lamberti, che indica inequivocabilmente il significato che qui si vuole sottolineare: fatta una cosa è impossibile disfarla. Che io stia scrivendo su questa tastiera è un “fare” qualcosa; il post che avrò presumibilmente scritto alla fine della mia attività costituirà un “fatto”. Ma: quel che a noi interessa di più di un fatto non è la sua mera datità o effettualità, quanto piuttosto l’intenzione che gli sta dietro, ciò che lo spiega, ne dà ragione – e che può al limite prescindere dalla sua stessa fattualità.
Questo complesso di motivi che stanno alle spalle o alla base di un fatto, e che ne complicano la natura, è ciò che definiamo interpretazione. Un fatto non significa nulla senza la sua intenzione/interpretazione. Ma qui nascono i problemi, dato che per ogni fatto possono esserci molteplici interpretazioni, sia da parte degli attori che degli osservatori. Il pezzo che sto scrivendo può essere retto da intenzioni inconsce, a me ignote, e, ancor più, potrà essere interpretato in mille modi diversi da chi lo leggerà. Non solo: ci sono miriadi di fatti, ma
-solo una parte di essi viene rilevata
-solo alcuni di questi ultimi vengono giudicati importanti
-determinati fatti semplicemente non esistono, o è come se non esistessero
-fatti importanti spariscono, mentre fatti irrilevanti vengono amplificati a dismisura
-catene di fatti impercettibili possono generare sul lungo periodo improvvisi smottamenti e fatti di grande portata
e così via…
Questo vuol dire che non esistono nudi fatti, ma solo fatti – formati o de-formati ad arte – di cui viene data una interpretazione.

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Narcisismi 2 – L’anima, la maschera e i demiurghi della rete

lunedì 12 Mag 2008

Sommario

1. Caduta del pudore e “trivellazione delle anime”
2. Pornografia, idoli, immagini
3. La maschera di Rousseau
4. Essere o apparire?
5. Il palcoscenico digitale
6. L’occhio dilatato del potere
7. Una proposta oscena: ritrarsi e meditare
8. Veli e riflessi: una nota sulle fotografie di Ruggio [Ruggero Palazzo]) utilizzate

1. C’è un capitolo del libro di Galimberti, L’ospite inquietante di cui abbiamo già ampiamente discusso, che vorrei riprendere per allargare lo spettro della riflessione. Si tratta del capitolo 5, intitolato “La pubblicizzazione dell’intimo”, dove il filosofo sostiene che nella nostra epoca sia praticamente caduta l’antica barriera che separava l’interiorità dall’esteriorità, legittimando a tutti gli effetti la spudoratezza, da intendersi ora come messa in mostra dell’anima più che del corpo, con una perfetta corrispondenza tra esposizione di sé e voyeurismo. La continua “trivellazione delle vite private”, diventata ormai l’essenza del mondo televisivo, è l’emblema di questa neopornografia diffusa, più grave dell’antica pornografia per almeno due ragioni: prima di tutto perché denudare l’anima è un atto ben più osceno del denudare il corpo; in secondo luogo perché – aggiungo io – anche la distinzione tra vendita e indisponibilità di se stessi (corpo o anima che sia) è venuta ormai a cadere, cedendo all’omologazione mercificata imperante. Tutto è di tutti – ma ancor peggio tutto può essere venduto, persino l’ultimo neurone o frammento d’anima. Se poi qualcosa viene nascosto vuol dire che si ha qualcosa da nascondere, qualcosa di cui vergognarsi – e ciò è male. La caduta del pudore porta così con sé il più becero conformismo, se è vero che l’intimità e l’interiorità sono i nuclei profondi dell’essere individuale, ciò che lo fanno essere unico e irripetibile, e che la continua esposizione di sé, il concedersi a tutti indiscriminatamente – senza alcuna scelta e distinzione – non può che produrre un appiattimento generalizzato e un’omologazione dei modi di essere, i cui risultati sono già sotto gli occhi di tutti. A furia di trivellazioni l’anima finisce per dissolversi, proprio perché seppure il pudore sia un confine mobile socialmente determinato, quando i veli cadono tutti uno dopo l’altro, c’è il rischio che venga a mostrarsi infine il nulla che ci stava dietro. Succede un po’ come a Narciso, che alla fine, dopo essere stato fagocitato dalla sua stessa immagine e insensibilità, si lascia morire; o come a Eco, che si consuma fino a dissolversi nel filo di una voce. Oltretutto, corpi e anime denudati sono un po’ tutti uguali, e per ciò stesso poco desiderabili.
Detto questo, vorrei approfondire alcuni punti ed allargare il territorio di questa riflessione che nel testo di Galimberti mi pare troppo confinata all’ambito sociologico.

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LE GRAVI PAROLE TRA NOI GREVI

martedì 20 novembre 2007

the-grand-academy-of-lagado.gif

In questa notte d’autunno
sono pieno delle tue parole
parole eterne come il tempo
come la materia
parole pesanti come la mano
scintillanti come le stelle.

(Nazim Hikmet)

Quando Lemuel Gulliver, ad un certo punto dei suoi fantastici viaggi, visita la grande Accademia di Lagado, si imbatte in uno dei progetti più strampalati che un inventore o scienziato abbia mai concepito: quello, cioè, del linguaggio universale costruito attraverso l’esibizione diretta degli oggetti denotati. Questo l’espediente: “poiché le parole non erano altro che i nomi delle cose, sarebbe stato assai più comodo che ognuno si portasse dietro le cose delle quali intendeva parlare in ogni sua faccenda”. Così però sorge l’inconveniente che per affrontare lunghe discussioni, ci si dovrebbe caricare sulla schiena pesi enormi o, addirittura, essere accompagnati da servitori ben robusti.

Mia madre, che non ha mai letto Swift e neppure Primo Levi, mi ha sempre detto, fin da bambino, che “le parole sono come pietre”, talvolta ben più pesanti e dolorose di sonori schiaffoni, insegnandomi così con grande efficacia la cautela nel farne uso e, obliquamente, impartendomi una lezione preventiva sulla complessità del linguaggio.
Se noi unissimo tale saggezza popolare sulla “gravità” delle parole con l’ironica trovata dell’autore dei Viaggi di Gulliver, otterremmo effetti sociali piuttosto imbarazzanti quando non inquietanti.

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