Catalogo delle passioni – Necrobiofilia

Deviando dalla lucreziana lezione sulla lontananza contemplativa del dolore altrui (e forse anche dalla precisazione che non per sadismo ma per scampato pericolo tale distanza di sicurezza ci allieta, e dunque per un istinto vitale), vorrei brevemente addentrarmi nelle torbide acque del lato oscuro di certi nostri umanissimi comportamenti, tutt’altro che lontani e ben più che contemplativi, direi anzi al limite del più turpe voyeurismo. Situazione invero paradossale di questa che è la bioepoca per eccellenza, che vede da una parte una grave rimozione della morte, e dall’altra un suo ripresentarsi negli aspetti più morbosi, in forma appunto di necrofilia – tanto che vien da pensare che è proprio lo squilibrio tra bios e thànatos a tener banco.
Pietro Citati dice a proposito di Leopardi, che “pensare – anche le cose più terribili – gli dava gioia”; ora non credo che questa immersione nella mota delle passioni più inconfessabili possa procurare molta letizia in me o in chi leggerà, ma a) è necessario farlo e b) di gioia teoretica semmai si tratta, più mentale che corporea, al limite dell’impalpabilità, e piuttosto illusoria (l’illusione, cioè, di poter controllare proprio la fonte di tutte le passioni, anche di quelle più basse ed istintive). Certo un conto è discettarne, un altro è sentirne direttamente gli effetti – sulle carni o nella psiche – così come altro conto ancora è assistere morbosamente ai loro effetti sugli altri, cosa di cui la cronaca nerissima da cui siamo invasi ci informa (e per lo più deforma) ogni giorno. Lucrezio uscito dalla porta rientra così dalla finestra, puntando il dito proprio sulla spettacolarizzazione macabra del dolore e della morte.
Naturalmente non possiamo che cominciare con il riferirci a Spinoza, com’è ormai tradizione per il nostro compilando catalogo degli affetti umani…

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Platone in miniera

Vero è che la filosofia arriva solo al far del crepuscolo, come la nottola di Minerva, ma prima che faccia notte, o che cali il sipario del tutto – o meglio, che il sipario tutto ricopra di fatuità – vorrei spendere due parole su quei 33 minatori cileni avventuratisi (per disgrazia o per incuria, non per scelta) nei meandri della mitologia platonica.
D’altra parte è forse troppo densa di simboli questa faccenda, per poter essere raccontata come si deve. Ma è un dovere etico farlo, anche perché il rischio è che venga davvero consumata (e ben presto defecata e smaltita) dai media e dalla logica della spettacolarizzazione – magari offrendo moneta sonante in cambio di brandelli di esperienza viva, corpi e sofferenza psichica (per una volta con lieto fine) da esibire in formato-fiction. Certo, Platone non avrebbe mai immaginato che il suo mito sarebbe diventato un evento di portata globale e che la sua riflessione eidetica, visiva, quasi cinematografica, sarebbe davvero andata in scena in mondovisione…
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Immagine linguaggio figura

E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude…

Ho letto con molto interesse il libro di Emilio Garroni – filosofo innovativo del campo estetico in Italia,  nonché scrittore e pittore – intitolato Immagine Linguaggio Figura, edito da Laterza nel 2005, poco prima della sua morte: un piccolo saggio suddiviso in brevi capitoli che, a dispetto dell’apparenza, è in realtà denso di questioni di grande rilievo, sia sul fronte conoscitivo, che su quello propriamente estetico; ed infine, anche se lasciate un po’ sullo sfondo, di ordine etico-politico. In verità, a partire dalla domanda cruciale a proposito dello statuto della percezione e di quel suo prodotto tipico che è l’immagine interna, la ricerca ha come orizzonte ben più ampio quello riguardante il nostro stesso statuto antropologico, la nostra modalità di stare al mondo e di costruirci un’idea totale del mondo.
Si potrebbe tranquillamente dire che il tentativo non dichiarato dell’autore sia quello di promuovere una vera e propria metafisica della percezione (nonostante l’espressione suoni quasi come un ossimoro), cioè una riconduzione della nostra facoltà linguistica (e dunque teoretica, astratta, metaoperativa, metaoggettuale, e quant’altro) alla sua ineludibile base percettiva. Senza per questo cedere a ingenui riduzionismi o a facili schemi causali – alternative estreme tra soggettivismo e oggettivismo, nominalismo e realismo, o antiche scissioni tra anima e corpo, spirito e materia, mente e cervello, e così via.
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Lezione spinozista 8 – Sub specie aeternitatis

Philosophieren ist spinozieren
(G.W.F. Hegel)

Come farò a dire qualcosa di sensato sulla parte quinta dell’Etica?
C’è come una tensione sotterranea che corre in queste (peraltro non molte) pagine conclusive della grande opera di Spinoza, un voler riannodare tutti i fili, per farli convergere verso un esito unitario, che era poi anche il fuoco dell’inizio: quel Dio-sostanza da cui tutto era partito, contemplabile con un vero e proprio salto mortale ed attraverso una modalità inedita dello sguardo sulle cose e sul mondo – sub specie aeternitatis, nientemeno!
Com’è concepibile il punto di vista dell’eternità? Questo il nodo che Spinoza vuole qui sciogliere. Al che vien da chiedersi: che c’entra tutto questo discorso con quell’ampia parte dell’Etica che tratta di passioni, di corpi, di desideri, letizia, tristezza, e di tutte le forze che nel basso ventre della materia e della natura si agitano? Che rapporto possiamo mai avere – noi umani, animali tra gli animali, enti tra gli enti, modi transeunti e oscillanti dell’essere – con quella categoria altisonante che definiamo Eterno?

Come sempre la risposta (o meglio l’indizio per provare a rispondere) ci vengono dati lateralmente, in un qualche luogo del testo apparentemente secondario, magari uno scolio o un corollario, come ad esempio il seguente:

Ma si può obiettare che se intendiamo Dio come causa di tutte le cose, lo consideriamo, per ciò stesso, come causa della Tristezza. Ma a questo rispondo che, in quanto noi comprendiamo le cause della Tristezza, in tanto essa cessa di essere una passione, ossia cessa di essere Tristezza; e perciò, in quanto comprendiamo che Dio è causa della Tristezza, noi ci rallegriamo. (Scolio prop. XVIII)

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Lezione spinozista 7 – Sintesi delle precedenti, prima dell’ultima

Prima di concludere con il tema finale dell’Etica – e cioè la conoscenza nella sua forma più “alta” o “estesa”, il punto di accesso all’Etica stessa, la fine che è anche circolarmente l’inizio – vorrei brevemente richiamare il cammino fatto fin qui. Non è questa una sintesi dell’Etica (me ne guarderei bene, anche perché si tratta di un’opera immensa non sintetizzabile), ma solo un elenco degli snodi teorici emersi durante un primo studio (spero proficuo) del testo, alla luce delle questioni sensibili della nostra epoca, e, forse, di ogni epoca: la natura umana, la totalità, le passioni, la conoscenza, la relazione tra interno ed esterno, ecc.
(La numerazione ripercorre l’ordine delle “lezioni”, accessibili cliccando su ciascun numero in grassetto, ma non la partizione dell’Etica – suddivisa in cinque parti, di cui ho finora commentato le prime quattro).

1. L’ontologia naturale
Spinoza non ha una posizione a rigore panteistica, quanto piuttosto naturalistica o materialistica: Dio, che è causa immanente, non è una forza interna alla natura, ma è la medesima unità e totalità della natura. Sub-stantia non è solo ciò che sostiene tutto, il fondamento (hypòkeimeinon), ma il tutto stesso, l’essere nella sua interezza, ciò che i Greci chiamavano physis.
La sostanza, dice Spinoza, è l’individuo generale che riconnette tutti gli individui particolari – un corpo infinito fatto di infiniti corpi (duplice accezione del concetto di infinito, qualitativa e quantitativa). Un corpo immutabile ed eterno che racchiude in sé ogni possibile mutevolezza: “tutta la natura è un unico Individuo, le cui parti, cioè tutti i corpi, variano in infiniti modi senza alcun mutamento dell’Individuo nella sua totalità” (Et., II, Sc. Prop. XIII).
Il punto di vista della/sulla sostanza (che verrà mostrato solo al termine, attraverso la terza forma di conoscenza) è contraddistinto (o circoscritto) dai concetti di: necessità, determinismo, causalità, realtà, perfezione, eternità.

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Spinoziana lectio

E’ la seconda volta che ho il piacere di ascoltare una conferenza di Carlo Sini su Spinoza. L’occasione era ghiotta, dato che Spinoza è in questo periodo al centro dei miei interessi e il relatore ne conosce molto bene i testi e il pensiero. E’ successo qualche sera fa a Canegrate, un piccolo paese della provincia milanese, dove da anni un’eroica insegnante di filosofia del liceo (ora in pensione) organizza incontri filosofici a carattere divulgativo. La lectio aveva dunque un carattere non specialistico, si rivolgeva a tutti, anche ai non esperti di cose filosofiche. Ritengo che proprio dalla capacità orizzontale di comunicare la filosofia si possa misurare la bravura di un filosofo o di un docente. Tanto più che, nel caso in questione, si trattava di rendere in un’ora l’attualità di un classico come Spinoza, con particolare riferimento all’etica.
Direi che il buon Sini c’è riuscito molto bene, senza per questo sminuire o annacquare troppo la potenza di quel pensiero.
Tra le varie questioni sollevate, ne vorrei ricordare in particolare una, da Sini segnalata come cruciale per la piena comprensione del pensiero del filosofo olandese: quella che potremmo definire come la disarticolazione interna al soggetto delle categorie di libertà, volontà e necessità. Disarticolazione che è innanzitutto una chiarificazione.

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Sedicenti blog e Medioevo 2.0

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Sedicente blog filosofico: era stata questa l’espressione utilizzata qualche tempo fa da Vincenzo Cucinotta, in un commento sul suo Sito dell’ideologia verde, nel riferirsi al “mio” blog. Chiarisco subito che il termine non sembrava voler avere nessuna connotazione particolare, tantomeno negativa, anche se non ho potuto esimermi dal rimarcare, un po’ piccato, la stranezza di quel “sedicente”. Eppure, forse involontariamente, direi che quella qualificazione mostrava uno dei nervi più scoperti del mondo Web 2.0, in particolare della blogosfera. La parola “se-dicente” ci rivela il suo significato nel modo stesso in cui è stata costruita: “ciò che uno dice di sé”, l’autodefinirsi e autonominarsi, con la connotazione però negativa dello “spacciarsi per ciò che non si è”, “che si qualifica in modo abusivo”, come recita lo Zingarelli (ecco perché, mi perdoni l’amico Vincenzo, un po’ mi ero risentito).

Fabio Metitieri nel suo interessantissimo libro Il grande inganno del Web 2.0 uscito di recente per i tipi di Laterza, purtroppo in concomitanza con la sua morte improvvisa, indica come uno dei grandi problemi oserei dire “ontologici” dell’informazione in rete, proprio quello della validazione delle fonti.
Premetto subito che non dovrei essere molto contento di quel che in questo libro viene detto a proposito dello strumento blog e del mondo dei bloggher – dunque anche dello spazio che quotidianamente sto utilizzando da due anni e mezzo circa – dato che l’autore non perde occasione per criticarli e, talvolta, in modo piuttosto rude e impietoso, non sempre condivisibile. Autoreferenzialità, poca autorevolezza, diffusa pratica del copia-e-incolla, superficialità, ideologia nuovista, una rigida linkogerarchia – e soprattutto un mare di inutile e ridondante “fuffa”: queste in soldoni le caratteristiche principali della blogosfera. Mi verrebbe da dire: e come dargli torto? senonché significherebbe propriamente sputare nel piatto in cui sto mangiando.
Ma vediamo meglio, anche se per sommi capi, i punti più salienti delle tesi esposte da Metitieri (che, giova ricordarlo, si è occupato di Internet fin dal 1992, è stato giornalista, esperto di comunicazione e di biblioteche in rete – argomento quest’ultimo al quale sono oltretutto direttamente interessato).

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Marx e Kant alla tavola di Ivan

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Ho avuto il piacere di discutere ieri della mia scelta vegetariana con un amico ventenne, durante una conversazione a tavola. Tralascio qui i dettagli della discussione per soffermarmi su due punti ai quali il nostro conversare, pur non convergendo nel merito, è approdato: il concetto di limite e, inevitabilmente connessa a questo, l’etica del limite.

Il giovane Ivan, piuttosto dubbioso sulla mia scelta, mi chiedeva conto del perché ci si dovesse autoimporre un limite: se qualcosa è per noi possibile deve avere anche un suo senso, una sua giustificazione razionale. Senza forse esserne del tutto consapevole, credo abbia individuato in un solo colpo il nodo più profondo e intricato della ricerca razionale, con il suo inevitabile risvolto etico. In primo luogo la domanda filosofica che sorge (o dovrebbe sorgere) su ogni faccenda che ci riguarda: amo spesso a tal proposito indicare nell’arcano della merce di cui parla Marx un eccellente modello di indagine razionale. Chiedersi sempre che cosa si nasconde dietro ogni nostro gesto, anche il più banale, può aprire scenari immensi (e talvolta terribili) di comprensione: quel che beviamo o mangiamo, il clic di un interruttore o l’avvio del motore di un’automobile, un prodotto che acquistiamo o anche una parola che ci scappa di bocca… gli esempi possono essere infiniti, e dietro ciascuno è in agguato un arcano da svelare. Ma senza scomodare Marx, si tratta poi del normalissimo procedere dell’indagine razionale e, più specificamente, scientifica: ad ogni effetto (quel che ho di fronte) corrisponde una qualche causa che lo ha generato. La difficoltà sta nell’individuare tutte le cause, tutte le variabili e tutte le leggi che reggono il meccanismo causale. (Tralascio qui di parlare dei differenti campi dell’indagine, in particolare della classica partizione tra mondo umano e mondo naturale, scienze umane e scienze naturali).

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Lezione spinozista 1 – La filosofia ridotta all’osso

Spinoza

(Con “lezione” s’intende che è Spinoza ad impartirla, non certo il sottoscritto. Di mio ci metto un po’ d’interpretazione, quel che ho capito e ricavato leggendo i testi – sperando di non sporcare troppo la purissima e candida farina del sacco spinozista…)

Nota faceto-filosofica a mo’ di introduzione
Era stato sua maestà Giorgio Guglielmo Federico Hegel ad utilizzare la metafora dell’osso a proposito dell’attitudine a “ridurre” a tale scheletrica (e schematica) pochezza nientemeno che lo spirito da parte di certi saccenti saperi pseudoscientifici, quale ad esempio (a suo immodesto parere) la frenologia, scienza del cranio, dunque dell’osso degli ossi. Lo stesso Giorgio Guglielmo eccetera, sempre nella Fenomenologia dello spirito, aveva praticamente aperto la sua ricerca lamentando che si era finora troppo sostanzializzato e poco spiritualizzato – indi per cui la sostanza andrà d’ora in poi intesa come soggetto. Poche palle e poche discussioni!
Per molto tempo ho tenuto in somma considerazione la filosofia hegeliana che tutto riduce o riconduce (cuce, scuce e ricuce) in guisa di spirito, idea, soggetto, concetto – ma ora che mi vado vieppiù dishegelizzando, mi sento di dire che un bel ritorno a Spinoza ci può anche stare (oggi va forse un po’ più di moda il caro Baruch, e poi fa chic ogni tanto voler ritornare a qualcuno o a qualcosa…). E così, non sarebbe del tutto fuori luogo rovesciare il precedente rovesciamento (anche il voler rovesciare a tutti i costi è una moda filosofica) e dire forte e chiaro che è venuto il momento di tornare ad intendere il soggetto (quel soggettone tanto ridondante, che ha eroicamente resistito alle varie e tremende destrutturazioni e decostruzioni novecentesche) un po’ più in termini di sostanza… Per dirlo in salsa hegeliana: “tutto dipende dall’intendere e dall’esprimere il vero non come sostanza, ma altrettanto decisamente come soggetto“. Ecco, noi con la benedizione di Benedictus (quello seicentesco, non l’odioso vescovo di Roma) proveremo ad andare in direzione contraria…

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Qui comincia la lezione spinozista numero 1

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