FEDE E RAGIONE, ovvero dell’oxymoros perfetto

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C’è una parola che va molto di moda da qualche tempo, che è “ossimoro”. Deriva dal greco oxymoros, ed è composta da oxùs, acuto e moròs, stupido: come dire capra con cavoli, cioè accostare due termini che non c’entrano l’uno con l’altro, o meglio che sono agli antipodi (basti come esempio quello della “guerra umanitaria”). Mi pare che parlare di “fede e ragione” sia uno dei tanti ossimori oggi ricorrenti. Proverò a mostrare perché.

Iuxta propria principia! – ecco che cosa dà sui nervi al conservatorismo teocratico di cui papa Ratzinger è l’estremo (e speriamo ultimo) celebre rappresentante – non diversamente dal “pensiero” di Osama Bin Laden, magari meno raffinato ma sostanzialmente identico. Tutto ciò che non è mosso dall’esterno (in ultima analisi da Dio: vi ricordate il detto “non si muove foglia che Dio non voglia”?), e che si prova a spiegare attraverso principi propri e razionali, ebbene ciò va respinto come foriero di relativismo e di nichilismo. Dalle concezioni cosmologiche all’autodeterminazione della donna, il fronte che separa l’eteronomia ecclesiastica e fideistica dall’autonomia umanistico-razionale sta tutta in quel principio discriminante.

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IL PUGNO DELLA CONOSCENZA

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Zenone di Cizio, fondatore dello stoicismo, “chiamava sensazione ciò che era colto dai sensi; e se ciò era appreso in maniera tale da resistere al vaglio del ragionamento, lo chiamava scienza, altrimenti non-scienza”. Rendeva la peculiarità del modo di conoscere del saggio con un gesto: “Quando mostrava la palma della mano con le dita aperte, diceva: «Ecco la rappresentazione!». Poi, con le dita un po’ piegate diceva: «ecco l’assenso!». Infine, col pugno completamente chiuso, affermava che quella era la comprensione”. Ma ancora non bastava: “In seguito avvicinava la mano sinistra, e stringendo nel dovuto modo e con forza il pugno, affermava che questa era la scienza, su cui nessuno, tranne il saggio, ha potere”.

(La fonte è Cicerone, Academici, e si trova in Stoici antichi. Tutti i frammenti, Bompiani 2002, pp. 33-35).

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HEGELASTRI, ovvero della filosofia per pochi, per tutti e per nessuno

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Sto rileggendo la Fenomenologia dello spirito di Hegel. Chi conosce questo filosofo potrebbe dirmi “ma chi te lo fa fare?” – in effetti quando la lessi per la prima volta esattamente vent’anni fa, poco dopo averla terminata venne terminato anche un cospicuo numero di neuroni e di sinapsi del mio cervello: seguirono mesi di malessere e confusione in testa. Dopo esami clinici di ogni genere, il neurologo che alla fine consultai, che doveva essere un positivista di ferro, diagnosticò: depressione monopolare, “in soldoni il suo cervello si è un po’ scaricato e, come una pila, ora va ricaricato”. “In che modo?” chiesi io ingenuamente: ma è ovvio, con gli psicofarmaci! Tavor e Anafrenil per sei mesi. Naturalmente non fu colpa di Hegel né della Fenomenologia, per lo meno non solo (anche se mi sono attardato fino alle 2-3 di notte per mesi sulla vecchia edizione della Nuova Italia, sottolineata quasi in ogni riga con frecce simboli e marcature varie, con accanto Genesi e struttura della Fenomenologia di Jean Hyppolite, altro mattone di quasi mille pagine). Ma non era di questo che volevo parlare.

Io sono un po’ fissato con gli anniversari. Non è solo una questione esteriore o formale. Il ricorrere delle date mi dà ogni volta l’occasione di tornare alla “cosa stessa” (come spesso dice Hegel), di approfondire, concentrarmi fino all’esaustione, fissare l’essenziale nella memoria, e poi magari dimenticarlo. A volte di scoprire per la prima volta. L’occasione nel caso di Hegel era proprio ghiotta, non potevo lasciarmela scappare: 20 anni dopo (motivo soggettivo, oltre che casuale citazione letteraria), 200 anni dopo (motivo oggettivo: l’opera venne infatti pubblicata a Jena nella primavera del 1807).

Ma torniamo al motivo originario, alla “cosa stessa”. Un grande commentatore di Hegel, Theodor Haering, scrive che “è un segreto di pulcinella che nessun interprete di Hegel sia in grado di spiegare, parola per parola, una sola pagina dei suoi scritti”. Propongo perciò un esperimento a quelli che non hanno mai letto una riga del filosofo tedesco: provate a leggere una frase come questa, contenuta nella celebre Vorrede, la Prefazione alla Fenomenologia, e ditemi l’effetto che fa:

In quanto soggetto, la sostanza è la negatività pura e semplice, e proprio per questo è lo sdoppiamento del semplice, è la duplicazione opponente che a sua volta costituisce la negazione di questa diversità indifferente e della sua opposizione: solo questa uguaglianza restaurantesi, solo questa riflessione entro se stesso nell’essere altro – non un’unità originaria in quanto tale, né immediata in quanto tale – è il vero. Il vero è il divenire di se stesso, è il circolo che presuppone e ha all’inizio la propria fine come proprio fine, e che è reale solo mediante l’attuazione e la propria fine“.

Ora, questo è uno dei passi più celebri (e tra l’altro meno oscuri) della Fenomenologia. Personalmente ogni volta che mi capita di rileggerlo è come ascoltare musica sinfonica al più alto livello espressivo. Poche pagine prima il musicista-Hegel aveva però sentenziato: “La forma intelligibile della scienza è aperta a tutti, e per tutti identica è la via che vi conduce”. In questo apparente paradosso sta uno dei segreti del modo hegeliano di intendere l’approccio alla filosofia: affermazione perentoria della sua assoluta democraticità (Hegel polemizza spesso con i filosofi elitari o misticheggianti, quelli del sapere come “illuminazione” o come “colpo di pistola”), e d’altra parte grave difficoltà di lettura – che nel suo caso rasenta l’incomprensibilità – per chi si avvicina per la prima volta ai testi filosofici. Da una parte si sostiene che “la verità è suscettibile di essere posseduta da ogni ragione autocosciente”, dall’altra si tratta di “prendere su di sé la fatica del concetto” e di affrontare gli spinosissimi cardi della metafisica. Proprio perché la filosofia è cosa serissima – per Hegel essa è indubitabilmente il vertice spirituale, il compito più alto che l’essere umano si sia dato per autoconoscersi – non può permettersi di essere “edificante” o “rassicurante”, una sorta di facile terapia dell’anima, come le “filosofie da cucina” (l’espressione è sua) ai suoi tempi (ed anche oggi) tanto alla moda.

Del resto imparare a vivere è straordinariamente complicato – cosa che non impedisce a nessuno di farlo con grande spontaneità, anche se non sempre con altrettanta grazia. E si può vivere benone anche senza aver letto Die Phanemenologie des Geistes. Certo, anche senza la Nona di Beethoven o la Primavera di Botticelli o la Recherche di Proust…