Pieghe del vivente

A proposito della meditazione quotidiana, una forma da promuovere senz’altro è quella della passeggiata contemplativa. Si tratta di un buon modo per svuotare la mente gravata dai pensieri, limitandosi a consegnarle le sensazioni del momento, mantenendola così il più possibile sgombra.
Basta semplicemente fissare le cose, i dettagli, tutto quel che si presenta ai sensi in quel momento – vista, udito, odorato – e lasciarlo scivolare lievemente sui recettori sensoriali e ancor più lievemente sulla mente. Ogni cosa può essere accolta, ma ogni cosa deve lasciare il posto alla successiva, alla pari, in modo del tutto indifferente, senza fissarsi o preferire alcunché, di modo che tutto rimanga ciò che è, un fuori puramente contemplato e lasciato essere per quel che è.
Funziona preferibilmente coi dettagli: la biforcazione di un ramo, una piccola pietra, il lume di una foglia, le incrostazioni di un muro, la fessura di uno scuro socchiuso, la sbreccatura di un cornicione, una voce da un vicolo, il canto di un uccello, il movimento o lo sguardo fugace di un umano, un filo d’erba rinsecchito, la forma di una nuvola… Funziona in città come in campagna, in un bosco o in riva al mare – funziona ovunque e con qualunque condizione sensoriale.
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Contemplazione

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La contemplazione delle forme naturali, specie del loro divenire metamorfico, può essere un buon viatico alla meditazione. Il cielo, il mare, un paesaggio montano, la vegetazione durante un cammino – atti contemplativi facili, quasi spontanei, quando si è in vacanza dal mondo. Ma questa modalità è fin troppo semplice e scontata: è nel sepolcro della quotidianità che occorre ritagliarsi momenti puri e rarefatti di contemplazione.
Un cielo può essere contemplato sempre, anche dall’anfratto più angusto della vita quotidiana, dal più asfittico degli sguardi gettati da un uffici0, dal più alienante degli angoli metropolitani. Le nuvole, l’intrico dei rami, l’estendersi o l’abbarbicarsi dei vegetali su ogni superficie, la pioggia, i fenomeni atmosferici… posare lo sguardo sulle forme e sui profili, seguirli, farsene condurre, lasciarsene ipnotizzare. La luna, le sue perenni trasformazioni, gli astri, i cieli notturni – nonostante la devastazione della luce artificiale.
Non sei tu a contemplare, ma l’essere multiforme che si mostra e che ti abbraccia, la natura nel suo eterno essere periéchon – essere abbracciante che non può essere abbracciato.
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Ottava parola: filosofo

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(con questo incontro si conclude il ciclo del Gruppo di discussione filosofica della Biblioteca di Rescaldina, edizione 2014/2015. Queste, nell’ordine, le altre parole discusse: guerra, lavoro, felicità, perdono, libertà, reale, bene)

Esiste subito un problema nel riferirsi ad una figura specifica del filosofo in un’epoca piuttosto che in un’altra: l’invarianza delle questioni filosofiche (dopotutto che cosa è cambiato nella sostanza delle domande filosofiche da Eraclito, Socrate, Diogene, Epicuro fino ad oggi?).
Il punto sarà quindi capire come le medesime questioni vengono ogni volta declinate entro situazione specifiche (“storicamente determinate”), al di là dell’invarianza filosofica.
Ciò non toglie che il ruolo del filosofo, il suo peso sociale, varia nel tempo e nelle diverse società (anche se rimane costante la sua “pericolosità” agli occhi del potere: basti pensare a figure come quelle di Socrate, Giordano Bruno, Spinoza, Rousseau o Diderot, Marx, Gramsci…).

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Ontodicea

Non: gli enti, i modi dell’essere (o della sostanza) e le loro relazioni sono belli e buoni in sé. Ma: la loro contemplazione è bella e buona. O meglio: può esserlo. Poiché quella contemplazione non ricomprenderà mai la totalità degli enti, dei modi e (soprattutto) delle loro relazioni.
La crepa oscura dell’essere – il male – non può essere contemplata senza suscitare orrore. L’etica e l’ontologia rimangono distanti se non difformi – con buona pace del mio amatissimo Baruch. Né gli ontologi o i teologi saranno mai in grado di richiudere quella ferita – o di contemplarla placidamente come se nulla fosse; o meglio, come se essa fosse logicamente necessitata ad essere. Essa rimane ai loro (e ai nostri) occhi aperta e sanguinante.

(In)utilità della filosofia

[Riporto la traccia del mio intervento all’ultimo incontro del Gruppo di discussione filosofica, presso la biblioteca di Rescaldina. I Lunedì filosofici riprenderanno in autunno]

 

“La filosofia è quella cosa con la quale o senza la quale tutto rimane tale e quale”.
“La nottola di Minerva inizia il suo volo soltanto sul far del crepuscolo”.
Due frasi – una dal sapore popolaresco e canzonatorio, l’altra corrucciata dalla serietà hegeliana – che giungono ad una medesima conclusione: la filosofia come qualcosa di inutile, cioè privo di uno scopo determinato (non ha importanza qui il contenuto dello scopo; ciò che importa è che vi sia una finalizzazione dell’attività: faccio questo per ottenere quest’altro, purché mi sia utile, cioè vantaggioso, che mi apporti dei benefici – anche se poi esistono scopi reconditi, eterogenesi dei fini, beni che si rivelano mali, insomma una casistica esageratamente varia).
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JJR 7 – Rousseau segreto, minore, svagato

“Mai ho pensato tanto, esistito tanto, vissuto tanto
mai sono stato tanto me stesso […]
come nei viaggi che ho fatto solo e a piedi.
La marcia è qualche cosa che anima e ravviva le mie idee:
non posso quasi pensare quando sono fermo,
il mio corpo deve essere in moto
perché vi metta il mio spirito”.

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Concludo l’anno roussoiano (il 300° dalla nascita, che in Italia è passato senza che quasi nessuno se ne accorgesse), con qualche nota sparsa sul Rousseau meno noto, soprattutto quello né politico né antropologico.

1. Vorrei però partire da quella che potrebbe essere considerata quasi la fondazione di un mito. Ad ulteriore conferma del fatto che Rousseau (anche se l’Europa non se lo fila) è massimamente presente nella fibra della sua sensibilità, qualche giorno fa leggevo una recensione sull’ultimo libro del filosofo tedesco Peter Sloterdijk (quello della ragion cinica e della teoria antropologico-ontologica delle sfere), intitolato Stress e libertà, dove inevitabilmente saltava fuori proprio Rousseau. Il filosofo cioè che più di ogni altro ha associato il filosofare all’andare, all’uscire dalla società stressata (per guardarla da fuori) e forse ancor più allo svagare la mente: le sue Rêveries, passeggiate (o fantasticherie) solitarie, scritte in punto di morte (1777-8, tanto che l’ultima viene interrotta), sono un vero e proprio manifesto del diritto alla spensieratezza, e stanno lì a dimostrarlo.
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