Posts Tagged ‘cosmopolitismo’

Succedanei delle patrie

lunedì 2 settembre 2019

1. Comunità
“Uscire dal ghénos” era un programma pratico-teorico che, ormai 15 anni fa, mi era parso convincente (e che oggi appare pretenzioso), in risposta alle spinte e alle forze militariste e di destra che si andavano riorganizzando contro il cosiddetto movimento no-global. Un movimento che, a sua volta, era l’abbozzo di una visione collettiva e comunitaria (ma insieme moltitudinaria, e dunque più libertaria che comunista) alternativa al liberismo con cui il secolo breve si chiudeva trionfante dopo le grandi cadute a Est.
Uscire dal ghénos – cioè da tutte le tribù e le gabbie identitarie dei secoli e millenni precedenti, mettendo in discussione ogni visione essenzialistica della natura umana – andava in direzione globalista ed universalista, esattamente la medesima direzione di marcia di quel liberismo trionfante. Primo paradosso.
Nel contempo, al di fuori del campo occidentale, si andavano articolando altri progetti – di cui l’11 settembre è stata una prima drammatica tappa – volti a disarticolare non tanto il campo capitalista-liberista, quanto la supremazia imperiale occidentale (anglo-americana e francese, in particolare, dopo che l’Urss era crollata e si stava leccando le ferite di una crisi di lungo corso). Di tutto questo sommovimento, che smentiva plasticamente la tesi della “fine della storia”, quel che più ha fatto le spese, oltre alle ideologie tradizionali, sono state le antiche forme politiche, in particolare gli stati-nazione (o meglio, gli stati sociali che su quegli agglomerati parabiologici della modernità avevano istituito le forme più avanzate di compromesso della lotta di classe del secondo dopoguerra – from the cradle to the grave, come recitava il welfare inglese prima dell’avvento del thatcherismo).
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Migranti di tutti i paesi, unitevi!

mercoledì 30 settembre 2015

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La “questione migranti” (e/o profughi) revoca in dubbio in maniera radicale il senso stesso della comunità politica (sia essa europea, nazionale o transnazionale). Non solo: revoca ognuna delle questioni – politiche, sociali, economiche, antropologiche, etiche, simboliche.
Proverò ad allinearle per sommi capi, in un quadro sintetico e non certo esaustivo. Una sorta di promemoria, di memorandum (o meglio, di contromemorandum).
È però necessaria una premessa volta a sgombrare il campo da un equivoco linguistico (la lingua, com’è noto, non è mai neutra). Distinguere tra profughi e migranti, come se solo i primi fossero investiti da un’emergenza umanitaria, è del tutto insensato: ogni migrante è un pro-fugo, un umano, cioè, che cerca scampo, in fuga da una situazione che percepisce come pericolosa se non mortale per sé e i propri cari – siano esse guerra, scarsità di cibo, avversità climatiche, mancanza di libertà/possibilità. Gli umani sono animali costituenti la propria possibilità di vita – è questo il senso profondo del concetto aristotelico di zôon politikòn – e ogni qualvolta tale possibilità viene chiusa o negata, essi hanno necessità vitale di riappropriarsene – in qualunque altro luogo e modo.
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Innanzitutto umani

venerdì 17 aprile 2015

Sempre più homo homini lupus (come voleva Hobbes), sempre meno hominem homini Deum (come avrebbe voluto Spinoza). Sull’orlo del fallimento definitivo dell’umanesimo cosmopolitico, frutto faticoso di millenni: le radici greche e classiche, cristiane, orientali, rinascimentali ed illuministiche dell’Europa si vanno inesorabilmente disseccando. Mentre sempre più umani non sanno più pensarsi e rappresentarsi innanzitutto come umani.

Introduzione alla filosofia – 3. Cinici, stoici, epicurei: la filosofia come stile di vita

lunedì 7 marzo 2011

Potremmo sottotitolare questo incontro con l’espressione “la filosofia come stile di vita” (che è poi il titolo di un interessante libro scritto anni fa da Màdera e Tarca). Ci occuperemo cioè questa sera di quelle correnti filosofiche della tarda filosofia greca (siamo a cavallo tra il IV e il III secolo a.C.), che mettono al centro la questione etica e la libertà dell’individuo – in estrema sintesi è questa la domanda che ci porremo: come possiamo vivere saggi e felici in questo mondo? Domanda piuttosto impegnativa, visto che il mondo fa di tutto per distrarcene (o per darci delle risposte pronte, preconfezionate e spesso a loro volta infelici).

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Il pane e i gelsomini

mercoledì 23 febbraio 2011

Oggi nasce il nuovo uomo arabo, la nuova donna araba
– e questo gli occidentali se lo devono ficcare in testa!
(un giornalista egiziano)

Questa fu dunque una splendida aurora. Tutti gli esseri pensanti
hanno celebrato concordi quest’epoca.
Dominò in quel tempo una nobile commozione,
il mondo fu percorso e agitato da un entusiasmo dello spirito,
come se allora fosse finalmente avvenuta
la vera conciliazione del divino col mondo.
(un filosofo tedesco)

1. Venti anni dopo la “fine della storia” con il “crollo del comunismo” (ma da qualche parte c’era stato?); dieci anni dopo la fine della fine della storia con l’attacco alle Torri di New York; dopo il tentativo imperiale di esportare a suon di bombe la democrazia, finito piuttosto male; dopo la scoperta tardiva da parte dell’Occidente che non era più l’ombelico del mondo, ma che là fuori c’era una realtà multipolare e irriducibile ad unità; dopo l’avvio del secolo cinese; nel bel mezzo di questo processo ancora in divenire di eterna uscita dal Novecento, ben poco chiaro nella direzione che prenderà – ecco esplodere un bel quarantotto là dove gli occhi dell’Europa si posavano solo per esotiche vacanze o ataviche paure – gestite da amichevoli e però infidi tiranni…

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1/6750000000: l’infimo, il narciso e il colosso

venerdì 10 luglio 2009

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Non avevo ancora vent’anni quando pieno di speranze e di buone intenzioni partecipai al mio primo corteo “internazionalista”, a sostegno della Rivoluzione Sandinista

Qualche giorno fa, l’amico Andrea mi sollecitava ad intervenire sui recenti fatti iraniani. Ciò che scrivo qui non è proprio una risposta, dato che – al di là della generica e dovuta solidarietà con il movimento di protesta – parte da quella richiesta per provare a porre la “questione internazionale” sotto un’altra luce, quella cioè della biografia e dei destini personali. Nulla di più lontano e divaricato si dirà – le sorti del mondo da una parte, la piccola e miserevole vita di un individuo dall’altra (qualcosa come 1:6.750.000.000, volendo considerare tutti gli abitanti umani del pianeta alla stessa stregua, cosa che purtroppo non è).
Ma è proprio la presa di coscienza di un distacco apparentemente incolmabile a dover costituire la misura o la base di partenza per una qualche considerazione sensata su questo argomento (similmente lo si potrebbe fare per le distanze siderali dell’universo o per le immense distese temporali che ci hanno preceduto). Un io piccino piccino – che è fondamentalmente un io predeterminato e preconfezionato, che però ha l’ardire di ritenersi quantomai originale – di fronte a strutture macroscopiche che lo sovradeterminano. Entro una catena causale piuttosto ferrea: dalle amministrazioni locali, passando per le leggi di uno stato e la sua forza coercitiva fino alle convenzioni internazionali o ai reali poteri economici con tutta la coorte dei pupazzi del G8 (o G14 o G20 o GX, non si è ben capito), compresi gli eventuali (quanto rari) sommovimenti e rivoluzioni della storia – tutto converge nell’estremizzare quella dicotomia.
Dunque, mi verrebbe da chiedere, cosa contano le mie osservazioni o analisi o prese di posizioni su quel che va accadendo in Iran, nella già martoriata L’Aquila in questi giorni, in Palestina (da 60 anni a questa parte), in Honduras, nello Xinjuang Uygur (la cartina della Cina che tengo qui ben in vista sopra al mio scrittoio dice così), o in qualsiasi altro luogo della Terra? Anche perché, a rigore, dovrei occuparmi di tutti i luoghi contemporaneamente e a lungo, con rigore, lucidità e profondità, e non in modo così approssimativo e schizofrenico. Impossibile, si risponderà. Infatti.

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