Posts Tagged ‘costituzione’

Signor giudice

mercoledì 4 maggio 2016

da-facebook

Ieri sera Gherardo Colombo era qui a Rescaldina.
Sotto la formula simpatica e molto comunicativa della chiacchierata a tu per tu con le persone (che non gli ha certo impedito di rispondere, com’è nel suo stile, a muso duro), senza microfono e gironzolante per la sala – si è trattato in verità di un’impietosa lezione di socioantropologia dell’Italia contemporanea.
Ne ho ricavato un elenco di considerazioni (qualcuna presa pari pari, qualcuna reinterpretata, qualcuna indotta):
-finita Mani Pulite, continua Tangentopoli, ad libitum
-ostilità (da me stracondivisa) per ogni “penalismo” forcaiolo: le leggi più severe non servono, anzi sono funzionali al sistema (vedi grida manzoniane)
-ostilità (da me indotta) per quella oscenità del tutto inutile e controproducente che sono le carceri
-ostilità per l’eccesso di leggi, che sono più facili da aggirare
-regole chiare, ma soprattutto: bene comune (a lettere cubitali, come recita la Costituzione inapplicata)
-da cui: apologia delle tasse (lui non l’ha detta così, ma io sì: le tasse sono belle, dovute e sacrosante)
-in Italia non c’è uno stato, ma un sistema intrecciato di consorterie, familismo, mafia diffusa
-colpa nostra: i cittadini devono farsi sentire, informarsi, sapere, conoscere. Chi lo fa davvero?
-strano che in un paese così cattolico si rubi: ma il cattolicesimo italiano è sempre stato inquisitorio, ben poco misericordioso
-i peccati mortali son quelli degli altri, i nostri sono peccatucci veniali
-e di fatti è il paese per antonomasia dei pentiti: se ti confessi ti premio, se fai questo ti do in cambio quest’altro…
-nota sul potere: perché ci sono persone che ne vogliono accumulare così tanto? la risposta è in Elias Canetti: vogliono sopravvivere agli altri (possibilmente tutti) e non morire mai
-quando nel 1992-93, dopo i potenti, si cominciò a indagare sui comuni cittadini… fine dell’indignazione (e delle monetine) e ascesa di Silvio Berlusconi. Casualità?
-occorre un salto, una discontinuità. In verità, meglio sarebbe la morte di un sistema, e la rinascita di un altro dalle sue ceneri (in Italia non c’è mai stata una vera rivoluzione, nemmeno la Resistenza ci si è avvicinata)
-partire da sé, educazione, cittadinanza: ma la libertà è faticosa; essere sudditi è più comodo e più semplice, c’è qualcuno che ti dice sempre che cosa devi fare
-occorre scegliere tra le dande e una pericolosa responsabilità…

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Di vita d’amore e di morte (ma anche di scuola e d’economia, e persino del tricolore)

giovedì 17 marzo 2011

Della patria e dell’Italia non me ne frega niente. Sono cosmopolita per natura: per caso son qui, per caso son cittadino italiano, per caso parlo questa lingua. Sarei potuto benissimo essere un cittadino tunisino o coreano od anche un alieno coplanetario del voltairiano Micromega.
In fatti come questi non c’è alcuna necessità metafisica – come del resto in tutti i fatti: e qui mi scopro profondamente humeano!
Dunque stiano ben lontani da me la retorica nazionalistica, le fanfare, l’amor di patria, i fratelli d’Italia (perché non le sorelle poi?), inni e bandiere.
Ciò non toglie che, contro ogni separatismo neocorporativo, neoetnico o neofeudale, rivendichi l’acquisizione del moderno concetto di cittadinanza come un punto di non ritorno. Una cittadinanza concreta e piena di cose, però, né formale né borghese né liberale. Una cittadinanza che mette al centro ciò che è comune e sociale.
Insomma un giro di parole per dire che oggi festeggerò a modo mio il mio essere un comunista della cittadinanza o un cittadino dell’internazionalismo comunista – anche se in salsa (e in lingua) italiana. E festeggerò incazzandomi un po’ (tanto per cambiare) e criticando l’attuale tentativo in corso di minare e far fuori uno dei documenti basilari di riferimento di questo mio essere cittadino qui e ora: la costituzione (in questo caso italiana) e la nozione di cittadinanza (un bel po’ più ampia e ariosa) che la fonda – motivo per cui lo scorso sabato 12 marzo ero in piazza, in una delle tante piazze italiane (una molto a nord, visto che mi trovavo a Sondrio).

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Scostituzione srepubblicana

sabato 24 aprile 2010

(1) L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
Precario, flessibile, malpagato, sfruttato, alienato, parcellizzato, screditato, ricattato, infortunato, ucciso, evaporato…

(2) La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo.
Come no? Aprendo campi di concentramento graziosamente nominati Cpt o Cie.

(3) Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge.
(risate scomposte e prolungate…)

(7) Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.
Peccato che la seconda, con la scusa della “sovranità morale”, finisca sempre per allargarsi e tracimare (che poi, di questi tempi, è una sovranità piuttosto screditata…)

(9) La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.
Com’è dimostrato dallo stato della ricerca scientifica in questo paese e della grande stima di cui gli uomini e le donne di cultura godono, specie se paragonata a quella di soubrettes e calciatori.

(9) Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.
Sempre al primo posto nei pensieri di tutte le amministrazioni degli ultimi 50 anni…

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Deriva patologica

lunedì 14 dicembre 2009

La prima cosa che mi è venuta in mente vedendo il volto insanguinato del sovrano – il corpo del sovrano violato ed esposto con le sue stimmate – è stata, come immagino per altri, il detto popolare chi semina vento raccoglie tempesta.
Il problema è che chi, come me, intendeva (ed intende ancora) la politica come la sapiente arte di mettere insieme il lato razionale e quello passionale, si trova forse un po’ spiazzato di fronte a quel che accade oggi. Poiché di razionale è rimasto ben poco – per lo meno in superficie, dato che poi la gestione degli interessi materiali mantiene sempre una sua logica ferrea; mentre il lato “passionale”, quando ancora c’è – l’appassionarsi alle idee e al tentativo di metterle in pratica per trasformare l’esistente – sembra ormai consegnato alla sfera del patologico.
Se è vero che alcuni fatti sono densamente popolati dai simboli, allora la maschera di sangue del quasi monarca italiano ne raccoglie davvero tanti. Innanzitutto quella forma estrema di patologizzazione della forma del politico e del suo linguaggio: le dinamiche amico/nemico e soprattutto amore/odio, che pure in politica non sono mai assenti, tendono a polarizzare e semplificare ogni discorso e ogni modalità relazionale della società civile e del suo esprimersi pubblicamente. Una forma patologica, che è se vogliamo psicopatologica: non intendo usare il termine “follia”, che detesto proprio perché generalmente imposto da un potere normativo che definisce folle ciò che sfugge alla sua ortodossia, ma non c’è dubbio che una certa irrazionalità (peraltro mai disgiunta dagli affari) che circola nella testa del capo provvidenziale, unto, miracolato e quant’altro, finisce poi per attrarre e innescare meccanismi psicosociali imprevedibili.

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2, 253, 3923, 100.000: i numeri, la ragione e la barbarie

lunedì 9 febbraio 2009

el_sueno_de_la_razon_produce_monstruos

Avrei voluto “festeggiare” con gli amici e le amiche della Botte i 2 anni di attività  (il prossimo 19 febbraio) e le 100.000 visite al blog (ieri) – con 253 post pubblicati e quasi 4000 commenti, giusto per completare i resoconti quantitativi.

Avrei voluto, ma mi pare che non ci sia nulla da festeggiare, specie in questi infausti giorni.

Questo blog aveva fin dalla sua nascita l’obiettivo dichiarato di praticare la filosofia non solo ai fini della interpretazione e della comprensione del  mondo, ma anche, se non soprattutto, in vista di una sua trasformazione – tanto per citare il buon vecchio barbone di Treviri.

Credo che la filosofia non se ne debba stare rinchiusa nelle accademie, nei libri o nei monasteri del pensiero, ma anzi debba farsi corpo e sangue del vivere sociale, “stile di vita”, presidio della ragione entro la quotidianità. Non saprei che farmene di un sapere filosofico che – come l’hegeliana nottola di Minerva – dovesse limitarsi a spiccare il volo a sera, quando ormai tutto è accaduto. Sarebbe un volo triste, consolatorio e, tutto sommato, inutile.

Un presidio – dicevo – ancor più prezioso oggi, in un paese dove (per caso) ci troviamo a vivere, che vede una pericolosa avanzata della barbarie, con il suo convergente premere dal basso (razzismo e xenofobia, violenza, egoismo, cinismo, qualunquismo complice) e dall’alto. C’è una classe politica al potere, e nella fattispecie un governo, che ritengo una pericolosa fucina dei peggiori mostri dell’anti-ragione – gli atti di questi giorni contro le nude vite degli immigrati, con quella intollerabile crudeltà che ne vorrebbe fare dei paria sociali (le ronde, la delazione dei medici, la quotidiana caccia al clandestino); il colpo di mano “biopolitico” contro la libertà e l’autodeterminazione dei corpi e dei soggetti, con quell’uso cinico, per non dire sadico, del corpo sospeso tra la vita e la morte di Eluana Englaro, in tutto il suo significato necrofilo e totalitario; lo svuotamento progressivo dei principi costituzionali – sono, questi, gli atti estremi di un processo autoritario in corso che, con l’aggravarsi della crisi economica provocata dal sistema neoliberista, potrebbe avere uno sbocco neofascista. Se ne vedono già alcuni tratti e ingredienti: l’autoritarismo demagogico, l’ossessione securitaria, un’inedita alleanza (o servitù) teocratico-clericale, l’uso sistematico della paura, una riedizione del nazionalismo populista. Mi paiono questi gli orribili pilastri su cui si vorrebbe edificare la nuova struttura politico-giuridica sulle ceneri della Costituzione repubblicana. Se questo non è neofascismo, gli si trovi pure un altro nome, la sostanza non cambia. E del resto è già accaduto, può accadere di nuovo – e a mio parere sta accadendo.

Questo blog – insieme a molte altre voci libere e critiche della rete – è una goccia che vuole contribuire a costruire una qualche forma di resistenza a questa deriva. Ma non servirà a nulla se non concorrerà, nel contempo e nel suo piccolo, a rifondare un nuovo movimento etico, politico e culturale che dia – in prospettiva – uno sbocco alternativo alla crisi. Ne va della libertà di noi tutti e tutte.

***

Chi poi volesse, in conclusione, giusto per smorzare i toni e rilassarsi, può continuare a leggere qui sotto il resoconto più dettagliato dell’attività della Botte:

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60 ANNI DI COSTITUZIONE – Capolinea?

lunedì 2 giugno 2008

C’è un concetto che ricorre in diversi articoli della prima parte della Costituzione su cui vorrei richiamare l’attenzione: l’inviolabilità. Se ne parla nell’articolo 2 (diritti inviolabili dell’uomo), nell’articolo 13 (“la libertà personale è inviolabile”), 14 (“il domicilio è inviolabile”), 15 (a proposito di libertà e comunicazione), 24 (difesa), 32 (rispetto della persona umana). La questione della inviolabilità si connette strettamente a quella della cittadinanza, secondo quanto dichiarato dall’articolo 3: “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Tutti i cittadini, a mio parere, va inteso alla lettera: tutti nessuno escluso (qui la faccenda dell’essere italiani o meno è del tutto ininfluente, si tratta di “principi fondamentali” che riguardano gli umani in quanto umani, a prescindere dalla loro collocazione geopolitica: il dettato costituzionale è chiaramente e inequivocabilmente universalistico e cosmopolitico).

Quel che va accadendo in materia di cittadinanza e “sicurezza” dei cittadini (di quali cittadini?) in queste settimane è la negazione assoluta di tutti quei principi. Stefano Rodotà ne ha parlato in termini di “diritto della disuguaglianza”, laddove “si fa diventare reato una semplice condizione personale, l’essere straniero”. Tutte le norme dell’editto securitario del governo sono in evidente contraddizione con l’articolo 3 e con le annesse garanzie costituzionali dell’inviolabilità e dell’eguaglianza dei cittadini – stranieri o meno che siano. Con l’aggravante razzista nel caso della comunità rom e dell’istituzione delle figure dei commissari straordinari. Le ricadute “amministrative” della nuova concezione dei diritti individuali sono sotto gli occhi di tutti: ronde paramilitari organizzate dai sindaci, rastrellamenti sugli autobus, costruzione di nuovi campi di concentramento con detenzione fino a 18 mesi, reato di clandestinità con conseguente caccia allo straniero, ecc.

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60 ANNI DI COSTITUZIONE – Teste vuote e tolleranza degli intolleranti

mercoledì 7 maggio 2008

“E’ vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista” – così recita la XII disposizione transitoria e finale in coda alla nostra Costituzione.
Ricordo che uno dei primi dibattiti politico-teorici che molto mi appassionò verso i 14 anni, fu proprio quello che riguardava la libertà di espressione e di associazione per tutti coloro che vi attentano. Banalmente: i fascisti hanno diritto di parola, visto che me lo vogliono negare?
Gli articoli 17 e 18 della Costituzione garantiscono ai cittadini il diritto di riunirsi e di associarsi liberamente. L’articolo 21 garantisce il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero. L’articolo 49 sancisce il diritto di libera associazione in partiti “per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Sembrano, questi, almeno in parte, in contrasto con la disposizione sopra citata. Un fascista, un nazista, un antidemocratico, un intollerante, uno xenofobo, un razzista hanno diritto di cittadinanza in uno stato libero e democratico? Cioè, possono liberamente predicare contro quegli stessi valori che gli consentono la libertà di espressione?
Ma, visto dall’altro lato, può il potere impedire ad alcuno di esprimere liberamente le proprie opinioni? Non è già questo un atto che mina le stesse fondamenta della convivenza democratica?
In nome della “ragion di stato” e della “difesa della democrazia” si possono commettere atti nefandi, e del resto succede di continuo (recentemente Guantanamo, la riabilitazione della tortura e Abu Grahib hanno gettato molto fango sulla democrazia più “avanzata” del mondo…).
D’altro canto, si può permettere a individui, gruppi e partiti – che utilizzano gli spazi democratici – di delegittimarli quando non di chiuderli?

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60 ANNI DI COSTITUZIONE – La liberazione dei bambini

venerdì 25 aprile 2008

Nella mia selezione bibliotecaria dei libri per ragazzi più interessanti dell’anno precedente, ne ho incontrato uno quantomai prezioso edito da Sonda, casa editrice di Casale Monferrato eticamente impegnata, intitolato Il grande libro della costituzione italiana. E’ un libro che non dovrebbe mancare in nessuna classe delle scuole elementari e medie di tutto il territorio italiano. E non solo perché ha il pregio di rivolgersi tanto ai bambini italiani che a quelli “stranieri” che frequentano le scuole italiane, ma perché nel farlo il punto di vista assunto è quello dei diritti di cittadinanza che vanno al di là della lingua e dei confini nazionali. Col risultato di aprire gli “autoctoni” all’altro, e gli “altri” all’autoctono, mettendoli in comunicazione su un piano “universale” (con tutte le virgolette del caso) che possa costituire un terreno comune e condiviso di costruzione della convivenza. Il risultato è l’essere cittadini, poco importa quali accenti, colore di pelle o etnia ci stiano dietro. Una cittadinanza che non è pura forma, ma sostanza.
Ma veniamo al libro, che si suddivide in tre sezioni.

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60 ANNI DI COSTITUZIONE – La lotta di classe, l’eguaglianza, la libertà

lunedì 31 marzo 2008

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L’espressione “lotta di classe” viene da tempo e da più parti ritenuta ormai desueta. Non se ne capisce bene il perché visto che tanto le lotte quanto le classi non è che siano desuete, anzi. Strano destino questo del rapporto tra i nomi e le cose: ci sono nomi che distorcono cose o cose che non si esauriscono nei nomi, quando non addirittura cose senza nomi o nomi senza cose. Ma non era questo il tema – anche se occorrerà prima o poi tornarci.
“Lotta di classe”: è il significato profondo che Marx dà a quel che accade nella storia: “La storia di ogni società – scrive nel Manifesto del partito comunista – è storia di lotte di classi“.
La parabola di questo concetto dalla metà dell’800 ad oggi è naturalmente legata alla storia del movimento operaio, alle complicate e spesso tragiche vicende del socialismo e del comunismo internazionali (per lo meno dei tentativi fatti), al cosiddetto “tramonto delle ideologie” e all’attuale fase del processo di globalizzazione neoliberista in corso. Tutte vicende che non è certo possibile liquidare in poche battute. In una parola: la lotta di classe e il superamento della società divisa in classi è l’asse attorno a cui la sinistra organizza storicamente la sua identità, il suo senso di esistere. La contraddizione che avvolge tutta la sua storia è proprio quella tra eguaglianza e libertà – che è poi l’opposizione ideologica classica tra socialismo e liberalismo – e non necessariamente, mi pare di poter dire, tra sinistra e destra.
Nella nostra costituzione queste due categorie centrali della storia politica moderna – eguaglianza e libertà – sono ampiamente rappresentate in una serie di articoli del Titolo III della prima parte, quello relativo ai rapporti economici. E non poteva che essere così, tenuto conto del contesto storico, delle forze in campo, ma, ancor più, della visione generale che con la costituzione si va profilando a proposito del significato della convivenza sociale.

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60 ANNI DI COSTITUZIONE – Il lavoro

giovedì 21 febbraio 2008

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Avvio con questo post la prima di una serie di riflessioni su temi che riguardano i fondamenti filosofico-politici della nostra Costituzione.

IL LAVORO
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La costituzione parte dall’assunto che la base dello stato (la sua “costituzione materiale”) venga determinata dal lavoro dei cittadini. Non entro qui nel merito della questione marxiana del lavoro come alienazione e della differenza tra lavoro (coatto) e libera attività. Mi pare comunque chiaro che lo spirito con cui questi articoli sono stati scritti sia quello della progressione materiale e spirituale dell’intera collettività: dunque il lavoro non è inteso come strumento dell’arricchimento individuale, ma come base ontologica dello stato stesso e del benessere collettivo. Non è un caso che nell’articolo 1, proprio l’incipit dell’intera costituzione reciti L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Il secondo comma richiama poi i concetti di popolo e di sovranità, che hanno a loro volta una storia lunga e densa di implicazioni, su cui non posso qui dilungarmi. E’ chiara però la coimplicazione di tali concetti: il demos, il popolo, che è l’unico depositario della sovranità, fonda la propria esistenza in quanto cosa pubblica – cioè quell’organismo complesso e correlato fatto di cittadini, risorse, territorio, istituzioni, ecc. – sulla propria attività. E’ un chiaro principio di autodeterminazione.

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